Al CBGB di New York noi musicisti eravamo brutti, sporchi e geniali
di Alba Solaro«Al CBGB non potevi ordinare nient’altro che una birra. Era il tipo di posto dove non ti sarebbe mai venuto in mente di chiedere un Margarita». Jim Carroll, musicista e scrittore amico di Patti Smith, scomparso nel 2009, ha coniato la migliore definizione possibile per quello che è stato il tempio del punk rock al 315 di Bowery Street, nel Lower East Side di Manhattan. Un luogo storico, tant’è che gli hanno dedicato un film con Alan Rickman nella parte del fondatore Hilly Kristal, e diversi libri. Il più bello, Questa non è una discoteca (Interno4), lo aveva scritto nel 1988 il giornalista di Billboard Roman Kozak, prima di morire improvvisamente.
Ristampato negli Usa due anni fa, arriva ora anche in Italia, in un’edizione curata da Luca Frazzi, giornalista e autore di diversi libri sulla cultura punk, arricchita da una bella sezione di immagini, un’ampia discografia, interviste alle band italiane CCM, Raw Power e Negazione che vi hanno suonato, e una postfazione di Massimo Zamboni de…
«Al CBGB non potevi ordinare nient’altro che una birra. Era il tipo di posto dove non ti sarebbe mai venuto in mente di chiedere un Margarita». Jim Carroll, musicista e scrittore amico di Patti Smith, scomparso nel 2009, ha coniato la migliore definizione possibile per quello che è stato il tempio del punk rock al 315 di Bowery Street, nel Lower East Side di Manhattan. Un luogo storico, tant’è che gli hanno dedicato un film con Alan Rickman nella parte del fondatore Hilly Kristal, e diversi libri. Il più bello, Questa non è una discoteca (Interno4), lo aveva scritto nel 1988 il giornalista di Billboard Roman Kozak, prima di morire improvvisamente.
Ristampato negli Usa due anni fa, arriva ora anche in Italia, in un’edizione curata da Luca Frazzi, giornalista e autore di diversi libri sulla cultura punk, arricchita da una bella sezione di immagini, un’ampia discografia, interviste alle band italiane CCM, Raw Power e Negazione che vi hanno suonato, e una postfazione di Massimo Zamboni dei Cccp, La mia America punk.
È un’immersione totale nella realtà più che nella leggenda che circonda il CBGB. Per chi non c’è mai stato e avrebbe voluto provare la vertigine di essere lì nel cuore degli anni Settanta, può essere uno shock scoprire che il club era nei fatti un buco fatiscente, ex ingresso di un modesto albergo altezzosamente chiamato Palace, ex bar ritrovo degli Hell’s Angels: poco più che un corridoio stretto, senza finestre, puzzolente di birra e piscio, e di sudore perché l’aerazione era sempre difettosa.
Le descrizioni non risparmiano nulla; i topi che giravano indisturbati, l’assenza di camerini («però nessuno ha mai rubato nulla»), i bagni senza porte, completamente graffitati, diventati talmente iconici da essere oggi esposti alla Rock’n’Roll Hall of Fame di Cleveland. Eppure è stato quello l’incubatore di tutta la scena punk e new wave newyorkese: Patti Smith, Ramones, Television, Blondie, Richard Hell, Talking Heads.
Il titolo del libro viene da un verso della loro canzone Life During Wartime che riassume efficacemente quello che era il clima della «New York lercia e pericolosa dei mid-Seventies», devastata dalla crisi, sull’orlo della bancarotta, in mano alle gang e alla criminalità. In aeroporto la polizia distribuiva ai visitatori pamphlet intitolati Fear City, guide alla sopravvivenza in quella che Travis Bickle/Robert De Niro dipingeva in Taxi Driver come una giungla corrotta “dove tutti gli animali escono di notte”. L’altro lato di questa New York brutta sporca e cattiva era però l’immensa energia creativa che circolava; gli affitti bassi attirarono un esercito di aspiranti artisti, musicisti, pronti a rompere le regole e sperimentare cose nuove.
Kozak ha costruito quella che Frazzi descrive come una vera e propria «radiocronaca minuto per minuto, che mette dentro tutto, anche i rutti, e lo fa con un linguaggio crudo, senza filtri, che ti fa provare cosa poteva essere trovarsi nel ’75 al CBGB davanti a Blondie o Patti Smith». Il bello è che il club non era nato per loro. Nel ’73 Hilly Kristal aveva aperto il CB’s – come veniva spesso chiamato – in quello che un tempo era stato il quartiere a luci rosse di New York, per farne un locale di musica country, come testimonia il nome: CBGB & OMFUG sta per Country Bluegrass and Blues e Other Music For Uplifting Gormandizers. Ma non aveva tenuto conto del fattore geosociale. La Bowery, spiega Kozak, «era per coloro le cui vite erano state distrutte dall’alcol, dalla disoccupazione e dal dolore, non per i turisti che pagavano per ascoltare canzoni che li romanticizzavano». Chi si avventurava al CB’s amava suoni più temerari, come il rock’n’roll sguaiato dei New York Dolls.
«La prima volta che io e Patti ci siamo stati», ricorda il chitarrista Lenny Kaye, «era la Pasqua del 1974, andammo per vedere i Television perché eravamo diventati amici e Patti aveva una cotta per Tom Verlaine. Era molto bello il CBGB… Era come il campetto di casa del rock a New York. Potevi andare per vedere le band o semplicemente sederti sul marciapiede e chiacchierare. In media dentro c’erano venti persone». All’interno la situazione era tranquilla, la polizia non è mai intervenuta (unica rissa, quando la drag queen punk Wayne County ruppe la mascella a Dick Manitoba dei Dictators per una battuta omofoba), anzi: Kozak racconta di quando i Ramones fecero un concerto di beneficenza per comprare giubbotti antiproiettile per la NYPD.
Cinquanta clienti paganti erano una grande serata e molti dei cinquanta erano a loro volta musicisti che volevano ascoltare gli altri. «Al Max’s Kansas City si andava per farsi vedere, al CBGB si andava per la musica» sottolinea l’autore. “«In una città di oltre otto milioni e mezzo quella era l’unica cosa eccitante che stava succedendo». Sorprende, aggiunge Frazzi, scoprire quanto fosse curata l’acustica del locale, motivo per cui i musicisti lo amavano molto, anche se era un buco. «Ma tutto il punk è nato in locali piccoli», riflette, «segno che era finita la stagione anni 60 dei grandi raduni, Woodstock, le folle, i festival all’aperto».
Nessuno dei gruppi del CB’s aveva ancora un contratto discografico; si faceva la fame. Joey Ramone flirtava con una delle cameriere del locale non per sesso, ma per farsi passare qualche hamburger rubato dalla cucina. Fu Patti Smith ad aprire il posto a una dimensione di massa. Quando suonava lei il locale straripava, tanto che Kristal pensò a uno spazio più grande. Comprò un vecchio teatro yiddish non molto lontano che diventò il Cbgb Theatre. Non durò molto. I vigili del fuoco interruppero un concerto della Patti Smith Band e due sere dopo chiusero il teatro perché non c’erano uscite di sicurezza.
Non è un caso che fu di Patti anche l’ultimo show al CB’s. Il club è sopravvissuto per trent’anni, restando fedele alla sua natura rancida mentre intorno la città cambiava. «Ho vissuto dall’altra parte della strada per venti anni», ricorda ancora Lenny Kaye. «Ho visto quel quartiere fare un cambio di 180 gradi da zona di alberghetti economici alla nuova costa d’oro della finanza».
Oggi al posto del club c’è una boutique dello stilista Anthony Varvatos, che beneficia del pellegrinaggio dei nostalgici. Il locale è morto ma il suo mito è più vivo che mai: «Lo dimostra il successo esagerato che ha avuto di recente il CBGB Festival fatto a New York» conclude Frazzi. Il sipario è calato il 15 ottobre 2006 con un set di tre ore di Patti Smith che chiuse con l’epitaffio definitivo: «Il CBGB è uno stato d’animo».
Sul Venerdì del 7 novembre 2025