Lotta di classe a Prato
dal nostro inviato Riccardo StaglianòPRATO. Qui è dove, dopo che volarono gli stracci, volarono anche i cazzotti. I fotogrammi dell’aggressione del 16 settembre hanno girato dappertutto. C’è una donna dalla pelle chiara fuori di sé che prende a pugni un lavoratore asiatico. Poco dopo arriva il fratello di lei, titolare della stireria Alba, e le dà manforte pestando un operaio pachistano che prova a limitare i danni.
Perché tanta rabbia? È presto detto. La stireria, che operava nel “distretto dell’eccellenza” pratese (tra i clienti Patrizia Pepe, Canadian, Grey/Ven) assumeva i lavoranti attraverso società di comodo. Che, col contratto multiservizi/pulizie, li pagava tra i 1.000 e i 1.200 euro per lavorare 10 ore al giorno, sei giorni alla settimana. Fino a quando qualcuno non si è rivolto al sindacato Sudd Cobas. Che, al termine di una trattativa piuttosto dura, è riuscito a fare assumere 18 persone col contratto giusto (tessile) e relativo stipendio (1.400 euro netti). Dovendo però scioperare ogni mese per farselo pagare…
PRATO. Qui è dove, dopo che volarono gli stracci, volarono anche i cazzotti. I fotogrammi dell’aggressione del 16 settembre hanno girato dappertutto. C’è una donna dalla pelle chiara fuori di sé che prende a pugni un lavoratore asiatico. Poco dopo arriva il fratello di lei, titolare della stireria Alba, e le dà manforte pestando un operaio pachistano che prova a limitare i danni.
Perché tanta rabbia? È presto detto. La stireria, che operava nel “distretto dell’eccellenza” pratese (tra i clienti Patrizia Pepe, Canadian, Grey/Ven) assumeva i lavoranti attraverso società di comodo. Che, col contratto multiservizi/pulizie, li pagava tra i 1.000 e i 1.200 euro per lavorare 10 ore al giorno, sei giorni alla settimana. Fino a quando qualcuno non si è rivolto al sindacato Sudd Cobas. Che, al termine di una trattativa piuttosto dura, è riuscito a fare assumere 18 persone col contratto giusto (tessile) e relativo stipendio (1.400 euro netti). Dovendo però scioperare ogni mese per farselo pagare.
Così l’azienda ha masticato amaro e smesso di versare l’affitto del capannone. Poi, dicendo che una bomba d’acqua aveva allagato i locali, ad agosto ha tentato di portare via le macchine per ripartire altrove con manodopera non sindacalizzata. I lavoratori, però, hanno bloccato la fuga e, da allora, picchettano notte e giorno davanti alla vecchia sede. Fino alle escandescenze. E alla successiva apertura in Provincia di un tavolo coi committenti per applicare una “clausola sociale” per cui, se anche un’azienda cambia fornitori, i lavoratori – quelli che adesso stanno accampati in questo gazebo e che non prendono alcun stipendio – dovranno essere riassorbiti nella nuova realtà.
Tutte le nazionalità
«Succede nella logistica» spiega Arturo Gambassi, l’appassionato ventitreenne di Sudd Cobas che, a forza di condividere la lotta con pachistani e bengalesi, ha imparato qualche parola di urdu e pashto, «deve succedere anche nel tessile». Sarebbe una mezza rivoluzione. Questo angolo di Toscana è famoso per essere la Chinatown italiana. Del quasi 26 per cento di stranieri, i cinesi costituiscono il 17 per cento dei residenti. E, soprattutto, il 90 dei titolari delle aziende di abbigliamento. Settore che, mentre gli storici tessuti e filati perdevano il 10 per cento in sei anni, è cresciuto di quasi altrettanto fino a superarlo: 1,2 miliardi di euro contro 1 miliardo, su un export di 3.
Conosciamo tutti, almeno per sentito dire, l’upgrade asiatico dell’uscio e bottega, vivere dove si lavora e lavorare dove si vive, che qualche decennio addietro aveva reso celebri i cenciaioli locali. Con le varianti tragiche tipo Teresa Moda nel cui incendio, una dozzina d’anni fa, erano morti sette lavoratori cinesi che dormivano in fabbrica.
La cattiva notizia è che oggi gli sfruttatori sono di tutte le nazionalità: cinesi, italiani, albanesi e così via. La buona notizia è che il recupero di modalità di lotta antiche, come il blocco delle merci in entrata e in uscita, sta dando risultati. Protagonista quasi assoluto di questo revival è proprio Sudd (sta per “Sindacato Unitario Democrazia Dignità”, ma gli piaceva anche l’omofonia con Sud, il sud del mondo) Cobas che si è scisso dai Si Cobas in seguito a divergenze sulla lotta per i lavoratori di Mondo Convenienza e che oggi organizza un migliaio di lavoratori nel tessile di Prato. Al grido di “8x5”, dove il primo numero sta per le ore e il secondo per i giorni lavorativi. Uno slogan che era nuovo un secolo fa ma resta tragicamente attuale.
Spiega Arturo, studente di storia e militante, che ogni giorno fa avanti e indietro da Firenze: «I sindacati confederali avevano un approccio vertenziale. Se i lavoratori erano sfruttati dicevano loro di denunciare, perdendo il lavoro, per poi cercare di ottenere una compensazione economica, a valle. Noi, invece, vogliamo trasformare il sistema e lo facciamo costringendo i datori a cambiare le condizioni, a monte». Con scioperi da nove mesi, come quello contro la cinese Texprint. O con picchetti permanenti, davanti ai laboratori ma anche ai loro committenti, sedendosi davanti ai camion se provano ad avvicinarsi per recuperare la merce.
«Frughiamo anche nella spazzatura dei terzisti, sia cucito che stireria, in cerca delle bolle di accompagnamento o di qualsiasi altro documento che ci permetta di capire per chi producono. Quindi andiamo da loro, che hanno una reputazione da difendere, e pretendiamo che si assumano le proprie responsabilità. Perché Prato è l’ultimo anello di una catena di subforniture che vanno dalla maglietta a 4 euro sulle bancarelle alla borsa da 4.000 euro nelle boutique».
Al telefono con Peshawar
Una catena che ha i volti di Mohammed e Kader che fanno compagnia a Francesca Ciuffi, altra sindacalista Sudd Cobas, nel picchetto davanti a quella che doveva diventare la nuova sede di Alba. Tra brandine pieghevoli, palette schiaccia zanzare che lasciano il posto a grandi coperte, oltre a un generatore che alimenta anche il grosso power bank dove ricaricare i telefoni.
D’estate l’igiene è stata più semplice, con secchi d’acqua a mo’ di doccia, ma d’ora in poi si complicherà. La catena ha anche la faccia di Hamid che presidia un altro capannone, località Oste, dopo aver lavorato, per troppo tempo senza fiatare, 9 ore al giorno, 6 giorni su 7. Ha appena finito una chiamata con la moglie, che vive a Peshawar col resto della famiglia, in attesa di un ricongiungimento che chissà se e quando arriverà.
O di Qasim, che è di turno al Macrolotto 1, dove c’è un magazzino di fast fashion via l’altro, compreso Sunny, ora sotto picchetto per essere tra i principali committenti della stireria Song, per cui lui lavorava: 35 anni, è arrivato qui dal Pakistan via Grecia, a piedi. Per tre anni ha lavorato o senza contratto o con finti part-time, 14 ore al giorno dal lunedì al venerdì, per 1.200/1.400 euro. Al lordo di 40 minuti in bici per arrivare alla stireria e altri 40 per tornare a casa. Fino allo sciopero dell’anno scorso che l’ha fatto passare a 8 ore, prendendo circa la stessa cifra. Poi la Song ha chiuso e ora lui è in attesa di ricollocamento.
L’ultimo operaio con cui parlo è Bilal, che incontro al bar della Casa del Popolo davanti alla Confezione San Martino, per cui cuciva 100 pantaloni al giorno a 40 centesimi al pezzo. Orario di lavoro: 8-22; 15 minuti di pausa pranzo e ogni pipì che facevi il padrone cinese, che si faceva chiamare Federico per semplicità, ti costringeva a recuperare il tempo perso.
Poi la Asl aveva fatto un controllo e la fabbrica aveva chiuso. Era seguita un’assemblea permanente di tre mesi e vari picchetti, grazie ai quali azienda e committenti avevano pagato anche un certo numero di arretrati.
Incontro Bilal nel pomeriggio perché la mattina fa i mercati in giro per la Toscana: 5 euro all’ora, in nero, con un capo pachistano. Ma rispetto a prima è contento: «Pausa pranzo di mezz’ora, mangiando anche pachistano. E alla fine guadagno sui 1.200 euro e riesco a mandarne 6/800 a casa».
Arriva anche la Tesla
Mentre l’aspettavo ho visto a pranzo una vecchia conoscenza pratese, l’antropologo Massimo Bressan, della società di ricerca Iris, che in altre occasioni mi aveva aiutato a decifrare la città. È lui che mi fornisce i dati sul cambiamento industriale dal tessile all’abbigliamento: «Cambiamento che la politica locale non ha ancora registrato, perché parla ancora come se esistesse solo il primo segmento». Mi dice anche della crescente italianizzazione dei cinesi, passati da un tasso di natalità dieci volte superiore al nostro a uno ormai molto simile. Forse l’ “autosfruttamento” che i cinesi si infliggono – termine che Sudd Cobas non ama perché sposterebbe la colpa dal sistema sui singoli – conoscerà la stessa evoluzione, come sembrerebbe già parlando con le seconde generazioni.
Oltre a essere Chinatown, Prato è anche Teslatown con le auto di Musk che hanno scalzato le Porsche Cayenne come status di imprenditori capaci di risparmiare ferocemente sul riscaldamento pur di fare bella figura su quattro ruote. Al tavolo c’è anche Fabio Bacci, sociologo che a lungo si è occupato di cinesi. Della nuova onda dei Sudd Cobas dice che «hanno mostrato i limiti dei confederali, andando a manifestare anche davanti alle vetrine di certi committenti di lusso, a Firenze».
Pare che l’ex sindaco Pd, Biffoni, campione di preferenze in quest’ultima tornata, si sia sempre rifiutato di incontrarli. Compresa quella volta in cui facevano sciopero della fame contro la Texprint e lui era a un aperitivo poco lontano. Anche per Bressan i Cobas hanno «rotto molte inerzie. I cambiamenti più importanti nelle condizioni dei lavoratori sono merito loro».
Chiedo ad Arturo come sia possibile, in un periodo di criminalizzazione del dissenso come questo, che la polizia non sia ancora intervenuta a sgombrare i picchetti: «Succedeva all’inizio. Abbiamo preso denunce e manganellate. Ma, col tempo, li hanno accettati come una forma di lotta legittima. E, buona notizia recentissima, anche il committente Sunny si è detto disposto a trattare per cambiare fornitore ma ricollocando Qasim e gli altri. La nostra è una lotta che non rimanda l’esito al termine di una trafila giudiziaria, ma cambia la vita dei lavoratori ora».
D’altronde il confronto internazionale dice la stessa cosa. Dagli Automobile Auto Workers che hanno ottenuto un aumento in busta paga del 25 per cento ai meccanici svedesi di Tesla, nessuno ha mai portato a casa niente con lo sciopero di un giorno. I primi di giorni ne hanno fatti 46. I secondi vanno avanti da quasi due anni, e non hanno intenzione di smettere.
Sul Venerdì del 7 novembre 2025