✕

Tutto sulla Cop30 che si apre nel cuore dell’Amazzonia

Amazzonia. Gustavo Mansur/ Palácio Piratini. 

Ascolta l'audio

Dal 10 novembre a Belém inizia la conferenza delle Nazioni Unite sul clima. «Lo diciamo ogni volta, ma stavolta è davvero cruciale» spiega l’inviata del governo Lula. Ecco perché. Reportage
4 minuti di lettura

«Mutirão è una parola che abbiamo ereditato dai nostri antenati indigeni. La usiamo quando c’è un compito difficile da svolgere, ma da soli non si riesce. Serve l’aiuto di tutti. Per noi brasiliani è diventato un global mutirão contrastare le catastrofi ambientali». A dircelo è Liliam Chagas, direttrice del Dipartimento sul clima nel governo del presidente Lula e chief negotiator del Brasile nella Cop30: da lunedì 10 novembre e fino al 21 siederà al tavolo con i rappresentanti di altre 196 nazioni in occasione della conferenza mondiale sul clima. Il suo obiettivo è chiaro: «Dobbiamo fare in modo che il trattato che firmeremo tutti insieme a Belém, la città dove si terrà il summit, rimanga nella storia, come quelli di Kyoto del 1997 e di Parigi del 2015. Ma, a differenza di essi, quanto verrà deciso per contenere il surriscaldamento globale dovrà essere messo in atto, e non sistematicamente disatteso. E nessuno dovrà ritirarsi».

«Mutirão è una parola che abbiamo ereditato dai nostri antenati indigeni. La usiamo quando c’è un compito difficile da svolgere, ma da soli non si riesce. Serve l’aiuto di tutti. Per noi brasiliani è diventato un global mutirão contrastare le catastrofi ambientali». A dircelo è Liliam Chagas, direttrice del Dipartimento sul clima nel governo del presidente Lula e chief negotiator del Brasile nella Cop30: da lunedì 10 novembre e fino al 21 siederà al tavolo con i rappresentanti di altre 196 nazioni in occasione della conferenza mondiale sul clima. Il suo obiettivo è chiaro: «Dobbiamo fare in modo che il trattato che firmeremo tutti insieme a Belém, la città dove si terrà il summit, rimanga nella storia, come quelli di Kyoto del 1997 e di Parigi del 2015. Ma, a differenza di essi, quanto verrà deciso per contenere il surriscaldamento globale dovrà essere messo in atto, e non sistematicamente disatteso. E nessuno dovrà ritirarsi».

Il riferimento, per nulla velato, è al presidente Trump che a settembre scorso, in un discorso fiume all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, aveva detto che «il cambiamento climatico è la più grande truffa mai perpetrata». «Se gli Stati Uniti non si presentano a Belém sarà anche meglio», insiste Chagas, «dato che remano contro, essendosi pure ritirati dagli accordi di Parigi». Per la chief negotiator non è più tempo di buttare fumo negli occhi. «Lula da Silva l’ha ribattezzata Cop of truth, la conferenza della verità» prosegue «È impossibile negare l’evidenza, soprattutto a casa nostra: la deforestazione dell’Amazzonia sta creando problemi a noi e all’intero Pianeta». La scelta di Belém, come sede di Cop30, non è per nulla casuale: situata sulla foce del Rio delle Amazzoni, è una delle principali porte d’accesso al più grande polmone verde della Terra. Chagas vuol portare il problema direttamente all’attenzione di quei Paesi che hanno concesso a centinaia di società private le autorizzazioni per lo sfruttamento su larga scala: Brasile in primis e poi Bolivia, Perù, Colombia, tanto che il Wwf ha confermato che negli ultimi 50 anni è stato convertito in coltivazioni o pascoli il 17 per cento dell’Amazzonia. Se questa distruzione raggiungesse il 20-25 per cento della sua estensione totale – spiegano dall’organizzazione – la foresta non sarebbe più in grado di sopravvivere e si trasformerebbe anno dopo anno in una savana arbustiva, con conseguenze devastanti per l’uomo.

Nel frattempo il maggiore disastro climatico mai registrato in Brasile è avvenuto nello Stato più a Sud, il Rio Grande do Sul, nell’aprile del 2024: il lago Guaíba, che bagna la capitale Porto Alegre, è esondato sommergendo l’intera area con acqua alta fino a 5 metri. «I morti accertati sono stati 185, 81 mila persone hanno vissuto per mesi in abitazioni di emergenza, più di 2 milioni coloro che erano interessati al disastro e ad agosto passato, in occasione del nostro ultimo rilevamento, 23 persone risultavano ancora disperse». A raccontarcelo è Fernando Preusser de Mattos, sottosegretario del dipartimento incaricato del piano di ricostruzione coordinato dal governatore di Rio Grande do Sul, Eduardo Leite, prossimo candidato alle elezioni presidenziali brasiliane che si terranno a ottobre 2026. Abbiamo incontrato entrambi a Palácio Piratini, la sede del governo tornato nel pieno della sua operatività solo pochi mesi fa, dopo essere stato liberato da fango e macerie. «Tra Porto Alegre e Belém c’è una distanza di quasi quattromila chilometri», dice Leite. «Questo per dire come noi, che viviamo nella punta più estrema, stiamo pagando in termini di vite, sfollati e miliardi spesi, le azioni scellerate che avvengono nel nord del Paese. Il Brasile è una repubblica federale ma non possiamo più ragionare con 26 teste differenti». «La catastrofe dell’anno scorso non è un evento isolato», aggiunge de Mattos. «I dati scientifici suggeriscono che il disboscamento, e la conseguente riduzione della capacità dell’Amazzonia di assorbire la CO2 in atmosfera, sta generando nuovi microclimi in tutto il Paese. In particolare qui da noi, a Rio Grande do Sul, la frequenza degli eventi meteorologici estremi sta aumentando fino a cinque volte, con una intensità delle piogge ogni volta maggiore del 20 per cento. Non possiamo più farci trovare impreparati, è vitale bilanciare la necessità di agire rapidamente con la complessità degli interventi per contrastare i cambiamenti climatici».

Più vino, meno olive

Cambiamenti che stanno generando in Brasile anche degli effetti molto bizzarri. Proprio l’aumento delle piogge sta contribuendo a una crescita, sia quantitativa che qualitativa, della produzione nazionale di vino. «Abbiamo raggiunto i 3,6 milioni di ettolitri nel 2024, con un aumento del 12 per cento rispetto all’anno precedente», spiega Daniel Panizzi, presidente di Uvibra, l’associazione brasiliana dei vitivinicoltori.

«La produzione è migliorata proprio in quelle aree collinari dove si stanno registrando questi nuovi microclimi». Lo stesso sta accadendo al mercato dell’olio di oliva, ma con risultati opposti. «Fino a qualche anno fa avevamo registrato uno slancio importante» ci racconta Flavio Obino Filho, presidente di Ibraoliva, l’istituto brasiliano di olivicoltura «che ci stava permettendo di contrastare lo strapotere di nazioni come Italia, Spagna e Grecia, tra i maggiori esportatori di olio di oliva in Brasile. Eravamo riusciti a conquistare l’1 per cento della quota nazionale con il nostro olio locale, equivalente a circa 650mila litri, con l’obiettivo di arrivare a un milione a fine 2025. Ma a causa delle eccessive piogge molti raccolti non hanno fruttato come previsto e la produzione è sui medesimi numeri da due anni. Non riusciamo ad andare avanti». Questioni che approderanno direttamente a Belém, nel plico di documenti che porterà con sé Liliam Chagas. «Dobbiamo fare in modo che Cop30 si concluda con un impegno collettivo» , ci anticipa «affinché i Paesi rispettino l’obiettivo di riportare a un grado e mezzo il limite massimo dell’aumento della temperatura globale, che è già stato superato. Inoltre, sarà fondamentale aumentare i finanziamenti per contrastare i cambiamenti climatici, soprattutto tra le nazioni più energivore, è per questo che, personalmente, tenterò anche di convincere gli Stati Uniti a rivedere la propria posizione.

A questi impegni, ne aggiungo uno nostro, interno: il Brasile non solo dovrà fermare la deforestazione dell’Amazzonia, rivedendo i termini delle numerose concessioni, ma anche dare vita alla riforestazione su larga scala, in contemporanea a una decisa spinta verso l’utilizzo di energie rinnovabili». Chagas vuole che il Brasile, quinto Paese al mondo per estensione dopo Russia, Canada, Cina e Stati Uniti diventi il secondo tra i big 5 a impegnarsi concretamente nella lotta ai cambiamenti climatici dopo il Canada. Il suo è anche un impegno personale: nata e cresciuta proprio nel Rio Grande do Sul, il disastro dell’anno scorso l’ha colpita direttamente, amplificando la sua determinazione nel raggiungere a Belém un risultato storico: la verità sul clima non può più essere ignorata e richiede un mutirão globale immediato.

Sul Venerdì del 7 novembre 2025

Leggi i commenti