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La fotoreporter Lynsey Addario: “Ho la guerra nel mirino”

Afghanistan_Soldati americani in attesa di un elicottero per evacuare un commilitone ucciso nella valle di Korengal nel 2007 

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Lavora per i più importanti giornali del mondo. Con i suoi scatti ha raccontato tutti i principali conflitti degli ultimi 20 anni, dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Ucraina a Gaza. Ora un documentario racconta lei. Intervista
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“Non farei questo mestiere se non ci credessi profondamente. In un’epoca di ubiquità delle immagini e dei social media, documentare guerre e crisi umanitarie è diventato essenziale: soprattutto gli aspetti di vita quotidiana nel pieno dell’orrore, che altrimenti nessuno vedrebbe. Mentre noi in Occidente abbiamo ancora il lusso di vivere in pace, milioni di persone sono, loro malgrado, travolte da conflitti. Le mie foto servono a non far distogliere lo sguardo dalla loro condizione. Contribuiscono a far prendere coscienza di quel che accade lontano da casa nostra, impedendo di dimenticare». Lynsey Addario, è la fotoreporter italoamericana (ha origini pugliesi) classe 1973 che da un quarto di secolo documenta gli scenari più caldi del mondo – Afghanistan, Iraq, Libia, Sudan, Yemen, Ucraina – per testate come New York Times, National Geographic, Time Magazine. Nel corso delle sue missioni è stata rapita due volte e si è ferita gravemente in un incidente d’auto in Pakistan. Ha vinto il Pr…

“Non farei questo mestiere se non ci credessi profondamente. In un’epoca di ubiquità delle immagini e dei social media, documentare guerre e crisi umanitarie è diventato essenziale: soprattutto gli aspetti di vita quotidiana nel pieno dell’orrore, che altrimenti nessuno vedrebbe. Mentre noi in Occidente abbiamo ancora il lusso di vivere in pace, milioni di persone sono, loro malgrado, travolte da conflitti. Le mie foto servono a non far distogliere lo sguardo dalla loro condizione. Contribuiscono a far prendere coscienza di quel che accade lontano da casa nostra, impedendo di dimenticare». Lynsey Addario, è la fotoreporter italoamericana (ha origini pugliesi) classe 1973 che da un quarto di secolo documenta gli scenari più caldi del mondo – Afghanistan, Iraq, Libia, Sudan, Yemen, Ucraina – per testate come New York Times, National Geographic, Time Magazine. Nel corso delle sue missioni è stata rapita due volte e si è ferita gravemente in un incidente d’auto in Pakistan. Ha vinto il Premio Pulitzer e la MacArthur Fellowship, il cosiddetto “riconoscimento dei geni”. A lei e al suo rocambolesco lavoro, i registi Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi (premio Oscar per Free Solo nel 2019) dedicano ora il documentario Love+War da oggi su Disney+.

Ripercorrendone la carriera, certo, ma anche seguendola sul campo in Ucraina e nel privato della sua casa di Londra, dove vive col marito Paul de Bendern e i figli di tredici e sei anni: «Abbiamo voluto dare risalto alla storia di una corrispondente di guerra donna, lì dove ci si concentra sempre sugli uomini», ci dice Chai Vasarhelyi, che affianca la fotoreporter durante la nostra intervista condotta su Zoom.

In una delle prime scene, mentre cerca rifugio durante un bombardamento in Ucraina, incontra una donna che se ne infischia: «Viva come noi», le dice. È quello che fa per ottenere scatti eccezionali?

«Integrarmi nell’ambiente fino a far dimenticare la mia presenza è il mio modo per ottenere foto in cui i soggetti sono spontanei. Ma certo l’approccio degli ucraini alla guerra mi ha insegnato molto. Nella parte orientale del Paese, dove si combatte fin dal 2014, la gente è ormai incurante di bombardamenti, colpi d’artiglieria, attacchi missilistici. Quando è iniziata l’invasione su vasta scala, hanno semplicemente deciso di continuare a vivere le loro vite di sempre. Ho voluto dunque catturarne la resilienza eccezionale, la determinazione, il modo in cui non si lasciano scoraggiare».

La sua foto di una famiglia massacrata a Irpin in un bombardamento russo mentre cercava di lasciare la zona, con le valigie, ha aperto gli occhi del mondo sull’orrore di quel conflitto. Tre anni dopo quella guerra non è ancora finita.

«Proprio per questo come giornalisti dobbiamo continuare a documentare: ogni giorno – e non solo in Ucraina – ci sono civili innocenti uccisi e molti di loro sono donne e bambini. Non possiamo permettere a nessuno di assuefarsi all’orrore».

Per questo ha accettato di diventare il soggetto di un documentario?

«Ammiravo già il lavoro dei due registi, e mi hanno proposto un progetto che tocca temi a me cari: testimoniare l’importanza della stampa libera in un’epoca in cui il giornalismo è sotto attacco. Ed enfatizzare il ruolo delle donne. Abbiamo voluto sottolineare quanto sia difficile il mio lavoro, ma anche quanto sia importante cercare a tutti i costi un’eccellenza senza compromessi nel narrare la verità».

Rivedersi in azione le ha fatto scoprire qualcosa di sé?

«Mi ha colpito la reazione degli altri alla mia vulnerabilità. Io mi conosco, so di provare emozioni e che in certe situazioni posso piangere, avere paura, arrabbiarmi. Ma ho scoperto che tanti mi considerano più forte di quanto sia in realtà. O invulnerabile, indifferente a ciò che vedo. E si sono stupiti che io abbia accettato di mostrarmi fragile davanti alla telecamera. Reazioni che non immaginavo di suscitare».

In una scena lei è a un incontro pubblico e s’infuria con un intervistatore che, congratulandosi per la nascita di suo figlio, le chiede se le cambierà la vita.

«Ero particolarmente arrabbiata perché eravamo al Women in the World, una conferenza sulla leadership femminile globale al Lincoln Center di New York: la domanda era inopportuna. Eppure, molti, soprattutto uomini, continuano a pormela. Sarebbe ora di riformularla: se proprio vogliono farla, inizino a chiederlo anche ai papà».

Nel film espone la sua vita privata, il rapporto con suo marito e i suoi figli. Com’è stato essere dall’altra parte dell’obiettivo con la sua famiglia?

«Sapevo a cosa andavo incontro: nel mio lavoro chiedo costantemente ai miei soggetti di aprirsi ed essere vulnerabili, lasciandomi entrare nelle loro vite. Dopo aver discusso il progetto con mio marito e i figli, lasciar entrare la telecamera in casa nostra è stato facile. Ci siamo sentiti a nostro agio, tanto più che a girare era un amico, Thor Thielow, che ha un modo di lavorare simile al mio. La parte più difficile è stata decidere di esporre i bambini. Sono piccoli e forse un giorno me lo rinfacceranno. Ma volevo mostrare che la mia vita, come quella di qualsiasi giornalista che va in posti tosti, non è facile. Paghiamo un prezzo affettivo in prima persona e ci sono conseguenze sulle vite dei nostri cari».

È per questo che il titolo è Love + War, amore più guerra?

«È un titolo semplice che parla dell’amore per la mia famiglia e per il mio lavoro. Ma anche del fatto che ho imparato quanto bellezza e amore resistano nei luoghi più bui. Non è un film solo su di me, ma sulla forza delle donne che sono il mio soggetto preferito».

Il giornalismo è davvero in crisi come molti sostengono?

«Se a Gaza sono stati uccisi oltre 200 giornalisti, significa che il mestiere di raccontare è più necessario che mai. E questo lo dimostra anche il fatto che siamo presi di mira ovunque, intenzionalmente e con impunità. La gente dovrebbe tornare a rispettare di più il nostro lavoro».

Presto i giornalisti internazionali entreranno nella Striscia di Gaza…

«Si dice, ma intanto non accade. Dobbiamo certo rendere omaggio alla tregua e sperare che continui a reggere: ma il fatto che per due anni si è impedito ai media internazionali di raccontare quel che accadeva sul campo è una colpa grave. La libertà di parola, quella di documentare e dar voce alle persone impotenti, poter esporre crimini di guerra, violazioni dei diritti umani e ingiustizie è essenziale in una democrazia che funziona. Quando viene impedito, si va verso l’autocrazia».

Lei ha ispirato la figura della protagonista del film Civil War, in cui si racconta il lavoro di un gruppo di giornalisti in un’America in preda alla guerra civile. Qualcosa del genere può veramente accadere?

«So che gli sceneggiatori si sono ispirati a me, ma in modo assai vago. Non sono stata coinvolta e nessuno di loro ne ha mai parlato con me. Il film è fantastico: ma non mi è piaciuta la mancanza di empatia della fotografa. Manca di connessione coi soggetti, che invece è la molla che spinge me quando lavoro. Quanto alla guerra civile: l’America è molto polarizzata in questo momento, ma non credo si arriverà a tanto. Dobbiamo lavorare a ricucire gli strappi anziché odiarci. E penso che ci riusciremo».

Sul Venerdì del 7 novembre 2025

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