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Carlo Lucarelli: il “barbùn” con la pistola

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BRUTTE STORIE Gaetano, 69 anni, senzatetto nella Milano del Dopoguerra, e quei colpi contro i ragazzini che lo prendevano in giro
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L’hanno chiamato “lo sciacallo di via dei Cinquecento”, con quella feroce schiettezza che la cronaca nera di una volta si permetteva senza scrupoli. Ma prima del fattaccio era per tutti il Barbone, il barbùn, come si dice a Milano.

Gaetano, però, non aveva la tenera leggerezza del protagonista di El purtava i scarp del tennis, la canzone di Enzo Jannacci. Viveva in una capanna in riva al canale Vettabbia, oltre Porta Romana, che allora, siamo subito dopo la guerra, era ancora praticamente campagna. Si era ricavato un giaciglio di stracci nell’angolo di un capanno per gli attrezzi e lì dormiva, tollerato dal padrone che gli allungava cento lire a settimana perché gli facesse un po’ la guardia agli orti.

Ci viveva male, da quando era stato cacciato di casa da moglie e figlie, un appartamento al numero 19 di via dei Cinquecento, appunto, a Milano. Sessantanove anni, sofferente di tubercolosi, alcolizzato, sporco e vestito di stracci, Gaetano era un barbùn che sopravviveva come poteva con…

L’hanno chiamato “lo sciacallo di via dei Cinquecento”, con quella feroce schiettezza che la cronaca nera di una volta si permetteva senza scrupoli. Ma prima del fattaccio era per tutti il Barbone, il barbùn, come si dice a Milano.

Gaetano, però, non aveva la tenera leggerezza del protagonista di El purtava i scarp del tennis, la canzone di Enzo Jannacci. Viveva in una capanna in riva al canale Vettabbia, oltre Porta Romana, che allora, siamo subito dopo la guerra, era ancora praticamente campagna. Si era ricavato un giaciglio di stracci nell’angolo di un capanno per gli attrezzi e lì dormiva, tollerato dal padrone che gli allungava cento lire a settimana perché gli facesse un po’ la guardia agli orti.

Ci viveva male, da quando era stato cacciato di casa da moglie e figlie, un appartamento al numero 19 di via dei Cinquecento, appunto, a Milano. Sessantanove anni, sofferente di tubercolosi, alcolizzato, sporco e vestito di stracci, Gaetano era un barbùn che sopravviveva come poteva con quello che gli rimaneva delle cento lire dopo che era andato a bersele quasi tutte all’osteria.

Soprattutto, Gaetano era arrabbiato. Arrabbiato col mondo ai cui margini viveva così, e arrabbiato con quel gruppo di bambini che si ritrovavano a giocare nel campetto oltre il filo spinato che recintava gli orti.

Bambini che facevano i bambini, giocavano a calcio, gridavano e ridevano, e quando lo vedevano, ridotto così, si divertivano a prenderlo in giro, barbùn, barbùn.

Bambini, insomma.

Poi, un giorno, succede.

È il 27 dicembre del 1947. È un sabato, e infatti, come ogni fine settimana, il padrone degli orti è arrivato verso le due del pomeriggio con le cento lire, che Gaetano è corso subito a bersi in osteria.

Verso le quattro Gaetano torna alla capanna, ubriaco, si butta sul giaciglio di stracci e cerca di dormire ma fuori ci sono i bambini che fanno appunto i bambini, giocano a pallone, si divertono, gridano, ridono.

E poi succede. Qualcuno tira un calcio troppo forte e il pallone vola al di là della recinzione, negli orti.

Gaetano esce dalla capanna e tutti barbùn, barbùn, ma smettono subito perché questa volta Gaetano ha una pistola, un grosso revolver a tamburo, la guerra è appena finita e di armi in giro ce ne sono ancora tante.

Scappano tutti, ma Anatolio, dodici anni, non fa in tempo, ha ancora il braccio sotto la rete per raggiungere il pallone. Gaetano gli spara due colpi nella schiena e lo uccide, poi ferisce ad un braccio anche Francesco, dieci anni, che era rimasto impietrito.

Quindi scappa nella capanna e per un’altra ora resiste all’assedio di una settantina di agenti di polizia, che quando finisce i colpi entrano e lo trascinano fuori. Arresto, processo, carcere a vita per Gaetano, il barbùn, lo sciacallo di via dei Cinquecento, ennesima tragedia della solitudine, della fragilità e del degrado.

Sul Venerdì del 14 novembre 2025

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