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Intervista a Ian McEwan: “Scrivo del futuro per parlare del presente”

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In “Quello che possiamo sapere”, romanzo di “fantascienza senza scienza” lo scrittore inglese racconta la Terra del 2119, devastata da follie umane e vendette climatiche. «Ma forse ce la caveremo anche stavolta»
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LONDRA – Apocalypse now. La Russia ha lanciato una bomba atomica nell’Oceano Atlantico, innescando uno tsunami da 200 milioni di morti. Sommerse mezza America, l’Europa e pure Londra. Gli Stati Uniti sono governati da brutali signori della guerra. La Nigeria è diventata l’ombelico culturale, geopolitico e digitale del mondo. L’aspettativa di vita media è scesa a 62 anni. L’intelligenza artificiale ha preso il potere, il cambiamento climatico è diventato realtà, la Germania è incorporata nella “Grande Russia”. Nuove Atlantidi, incubi atavici.

Nel suo ultimo romanzo, Quello che possiamo sapere (Einaudi), Ian McEwan lo chiama il “Grande Disastro”: “Follia umana e furia vendicativa dei sistemi climatici”.

«Ma non chiamatemi profeta», avverte con la sua voce levigata il 77en…

LONDRA – Apocalypse now. La Russia ha lanciato una bomba atomica nell’Oceano Atlantico, innescando uno tsunami da 200 milioni di morti. Sommerse mezza America, l’Europa e pure Londra. Gli Stati Uniti sono governati da brutali signori della guerra. La Nigeria è diventata l’ombelico culturale, geopolitico e digitale del mondo. L’aspettativa di vita media è scesa a 62 anni. L’intelligenza artificiale ha preso il potere, il cambiamento climatico è diventato realtà, la Germania è incorporata nella “Grande Russia”. Nuove Atlantidi, incubi atavici.

Nel suo ultimo romanzo, Quello che possiamo sapere (Einaudi), Ian McEwan lo chiama il “Grande Disastro”: “Follia umana e furia vendicativa dei sistemi climatici”.

«Ma non chiamatemi profeta», avverte con la sua voce levigata il 77enne scrittore inglese, Booker Prize 1998 per Amsterdam, «ho semplicemente provato a scrivere un romanzo dei nostri tempi». Maglioncino ceruleo come i suoi occhi, calze a righe, capelli candidi e immacolati, McEwan ci accoglie nel suo rifugio londinese, ossia una delle mews, vecchie stalle reali del centro riconvertite in deliziose e floreali residenze, a Bloomsbury, il quartiere degli intellettuali. «Andiamo di sopra». Conversiamo a lungo nel suo soggiorno assediato di libri: le lettere di Charles Darwin, I cani e i lupi di Irène Némirovsky, Le leggi della frontiera di Javier Cercas, A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman.

Quello che possiamo sapere è il diciannovesimo romanzo di McEwan, un’opera che danza in tre secoli e che aggira la pigra distopia. È il 2119 e l’accademico inglese Tom Metcalfe concentra la sua ricerca tra il 1990 e il 2030, soprattutto su un poema-capolavoro scomparso. L’autore, il poeta Francis Blundy, paragonato a Seamus Heaney e Philip Larkin, ne ha distrutto ogni bozza. Ma una copia potrebbe essere sopravvissuta e allora Metcalfe si tuffa nei diari di Vivien, moglie di Blundy, nelle email e nelle chat sue e del marito. Incluse quelle che riguardano la “Seconda Cena Immortale”, un banchetto intellettuale a cui i Blundy e alcuni loro amici hanno partecipato nel 2014, a sua volta remake di una cena di due secoli prima con star come Keats e Wordsworth.

Da qui McEwan, come solo lui sa fare, scolpisce un intreccio di realismo psicologico, grande freddo della civilizzazione, perfido amore, sordidi istinti, letteratura gloriosa: i paradossi della Storia già visti in Cani neri, l’erosione della Memoria, l’audacia futuristica del suo precedente Solar, infimi omicidi, colpi di scena, e la fragilità delle nostre convinzioni che forse solo in Espiazione aveva dipinto così bene. Per McEwan, Quello che possiamo sapere è «fantascienza senza scienza». Ma anche una spasmodica ricerca negli anfratti più profondi della raison d’être umana. Che tende all’autodistruzione ma mantiene una eccezionale capacità di rigenerarsi. Nonostante l’apocalisse bussi alle porte.

Se non è una profezia, allora cos’è questo romanzo?

«Ho voluto riflettere su a che punto siamo ora, ma con un’ottica storica. Mi è venuto naturale, come in Miele su spie e Guerra Fredda, in Macchine come me sull’intelligenza artificiale, in Solar sul cambiamento climatico: chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Oggi troppi romanzi si perdono nella soggettività. Mentre di recente ne ho amato uno italiano, Le perfezioni, di Vincenzo Latronico: un ottimo esempio per cercare di capire gli effetti dei social media sugli umani. E poi un bellissimo romanzo olandese, Questo post è stato rimosso di Hanna Bervoets, su alcuni impiegati di una grande azienda di Big Tech che per otto ore al giorno devono togliere dalla rete contenuti disgustosi, violenti, pieni di odio – insomma il lato più vomitevole dell’umanità – e che alla fine impazziscono. Quindi ho provato anch’io a scrivere un romanzo specchio dei nostri tempi».

E che cosa ha visto in questo black mirror?

«Una enorme crisi. Anzi, più d’una. Quella climatica, alla quale ci stiamo arrendendo, anche perché si spende sempre più per la Difesa, mentre si moltiplicano i governi autoritari e populisti, dalla Russia agli Stati Uniti. Si vis pacem, para bellum, si ripete. Ma io sono sempre dell’idea che tocca prepararsi anche alla pace, cosa che non sta avvenendo. In ogni caso, le democrazie liberali sono sotto attacco, la guerra in Ucraina sta mietendo moltissime vittime, per non parlare di Gaza e dei disastri di Trump. Inoltre, non sappiamo dove ci porterà l’intelligenza artificiale. Tutte queste cose dovrebbero interessare enormemente gli scrittori. Oggi, invece, la stragrande maggioranza dei romanzi sono in prima persona, sulle proprie relazioni, estremamente soggettivi. Eppure, come diceva Albert Camus negli anni Cinquanta, quando i tempi sono davvero difficili, serve una prosa chiara e classica».

Siamo sonnambuli verso il disastro?

«Ancora peggio. Se la guerra è qualcosa di evidente e lampante, la nostra ferale inazione verso il cambiamento climatico è molto più subdola: ne conosciamo bene i pericoli ma oramai ci siamo adeguati. E però, se il pessimismo è la medaglia al merito di noi intellettuali, non dobbiamo disperare troppo».

Ah no?

«Noi umani siamo molto resilienti. Certo, potremmo sempre annientare la civiltà con una guerra nucleare. È probabile, se si rileggono gli eventi dei primi 25 anni di questo secolo. Del resto, ogni Paese si sta armando da pazzi. Insomma, accadranno cose molto brutte. Ma forse la scamperemo anche stavolta».

E come?

«Per esempio, se ci fossero due piccole guerre nucleari, morirebbero milioni di persone, ma le temperature globali calerebbero di due gradi. Se la civiltà industriale venisse dismessa, avanzerebbe comunque la natura. La biodiversità ha una capacità straordinaria di crescere e autorigenerarsi. Ma certo non sono queste le strade migliori».

Ogni giorno, l’intelligenza artificiale, i populisti e i regimi autoritari riscrivono la Storia, online e in tempo reale. Motivi per preoccuparci ne avremmo...

«Per quanto riguarda l’Ia, purtroppo non possiamo rimettere il genio nella bottiglia. Nessuno può fermarla. Si potrebbe almeno provare a regolarla, ma è molto complesso. La post-verità è una delle più grandi minacce per la società, perché nessuno crederà più a niente. E purtroppo gli Stati Uniti e il suo presidente stanno demolendo la verità. Trump bolla come fake news qualsiasi cosa non gli garbi. La Bbc ha un team di fact checkers, ma nessun giovane ascolta più la Bbc. Il saggio Della verità del filosofo inglese Francis Bacon cominciava proprio con questa frase: “‘Che cos’è la verità?’, disse Pilato per scherzo, ma non aspettò la risposta”. Oggi Ponzio Pilato è Trump. Uno così stupido da non accorgersi di essere stupido».

E lei, come sopravvive in questo mondo?

«Beh, molti di noi scrittori vivono in una bolla, mentre giornali rispettabili come la vostra Repubblica, il New York Times o il Guardian devono fronteggiare ogni giorno questo tsunami di sfiducia, odio e diffidenza. La gente preferisce informarsi su un social manipolatore come TikTok, o attraverso blog e influencer. L’ostilità dell’amministrazione Usa verso i media mainstream è terrificante. Il risultato è che nessuno sa più niente, mentre si demonizza l’avversario, soprattutto di sinistra. Siamo in un mondo in cui l’autoritarismo sta scadendo nella dittatura».

Torniamo al punto di partenza: come se ne esce?

«Con l’istruzione. Non c’è altra via. Insegnare ai ragazzi a essere scettici, a leggere le notizie, a sviluppare senso critico».

Sembra un’impresa, in un’era in cui online si è abituati ad avere tutto, subito e senza sforzi.

«Vero. Ma se non conosci i limiti della tua ignoranza, non puoi mai imparare. La Brexit è un altro esempio rivelatore, se si vede la maggioranza di quelli che l’hanno votata. E subito dopo è arrivato Trump. Del resto i populismi già avevano fatto capolino nel XX secolo, di destra e di sinistra, molto distruttivi. Forse, anche stavolta, ci toccherà capirlo con le cattive. Gli Stati Uniti e altre catastrofi ci mostreranno la strada. Dovremo sperimentare tutti questi disastri per svegliarci e dire a noi stessi: forse tutta questa furia cieca contro esperti, scienza, intellettuali e giornali, non valeva la pena».

Dunque sono i populismi il nostro perfido destino?

«Penso che purtroppo andremo a sbattere contro un muro. In Europa dell’Est stanno crescendo i nazionalismi di destra, molto spesso infatuati di Putin. Ma anche in Germania, Francia, qui in Gran Bretagna abbiamo Farage e in Italia avete questi proto-neofascisti pressoché al potere. A proposito, ricordo gli anni del Pci e di Togliatti: nel vostro Paese c’è sempre stato un forte amore per la Russia... Eppure è in America che Trump sta compiendo tutti gli errori del comunismo: licenziare generali, installare lacchè senza esperienza in cima al governo, o influencer a capo della Difesa. I prossimi dieci anni saranno davvero turbolenti. Saremo costretti a imparare una durissima lezione».

Farage ha già provocato la Brexit, eppure sta volando nei sondaggi. Quali altri danni permanenti può causare al Regno Unito?

«Sono molto preoccupato. Tutto è iniziato con la Brexit, le fake news di tabloid e social media, i tagli al welfare e la crisi delle banche pagata dai cittadini. Abbiamo appaltato e privatizzato ogni asset del Paese. Insomma, non abbiamo più il controllo del nostro destino. E poi c’è la rabbia e la disaffezione di coloro che si sono sentiti esclusi dalla ricchezza e dal benessere negli ultimi anni. Reform Uk, il partito di Farage, è già stato protagonista di diversi scandali. Ma siamo in uno Zeitgeist in cui pochissimi voteranno per lo status quo».

Farage è davvero l’orco della politica britannica?

«Per me è solo un uomo noioso, infarcito di slogan, false promesse e retorica populista. Per lui è sempre colpa degli altri, o dei migranti. Ma purtroppo servirà molto tempo prima che i britannici capiranno che le sue promesse sono una truffa assoluta. Nel frattempo, potrebbe distruggere le istituzioni dello Stato, proprio come sta facendo Trump in America».

Una delle battaglie della destra populista oggi è sulla libertà di parola. Ma non è anche un escamotage per riconquistare la libertà di offendere e di discriminare?

«Io mi sono sentito molto a disagio con la sinistra e le sue limitazioni al free speech, dai campus universitari al dibattito sui diritti trans, per non parlare dei professori licenziati dopo le denunce di studenti “iper-sensibili”: un’oppressione imbarazzante. Ciononostante, la destra abusa della libertà di parola: il vicepresidente americano Vance ha persino sminuito la gravità delle frasi, in una chat per Charlie Kirk, di alcuni ragazzi che inneggiavano a Hitler e all’Olocausto. Elon Musk ha aizzato i riots in Inghilterra due estati fa dopo la strage delle bambine a Southport, diffondendo fake news xenofobe e incendiarie. La libertà di espressione non può mai essere assoluta, e deve essere incastonata in una società che ha rispetto per l’individuo ma anche per la pluralità».

Perché ha dedicato questo suo romanzo allo storico Timothy Garton Ash?

«A parte mia moglie Annalena (McAfee, ndr), Tim è uno dei pochissimi cui permetto di leggere i miei romanzi in anteprima. Stavolta mi ha consigliato di anticipare l’ambientazione, dal 2400 a un secolo dopo la nostra epoca. E devo dire che ha avuto ragione».

Ma la sua cerchia di amici intellettuali si stringe: Martin Amis e Christopher Hitchens sono morti, Salman Rushdie è stato gravemente ferito tre anni fa...

«Erano e sono amici per me, per sempre. Anche se abbiamo avuto idee diverse, vedi sulla guerra in Iraq nel 2003: io fermamente contrario, Hitchens a favore…».

Nel suo romanzo, c’è anche un panopticon: tra qualche anno, nella nostra società, sapremo tutto di tutti.

«Certo, a causa delle tracce che lasciamo sui social e nelle email. Eppure, anche a livello storiografico, sono “documenti” che permettono solo una conoscenza molto superficiale».

Perché?

«Se prendiamo le lettere private di Napoleone o Darwin, erano lunghe anche cinquemila parole e impiegavano mesi ad arrivare. Altro che le nostre email e messaggini, che richiedono molto meno impegno. Oggi abbiamo molte più informazioni personali, ma non sono esaustive e appassionanti come quelle del passato».

Lei racconta anche di uno “strapiombo generazionale”. Gli studenti del 2119 non hanno interesse nella Storia e persino studiosi come il protagonista Metcalfe maledicono padri e nonni per la precedente catastrofe mondiale.

«È vero. Ma tutte le generazioni ce l’hanno con i padri. Anche noi ci ribellavamo ai nostri genitori perché volevamo il rock, i libri, la marijuana, il sesso. Eppure, non capivamo che se i nostri padri e madri si limitavano ad aspirare a una casa, una macchina e un televisore, non era perché fossero meno ambiziosi di noi, ma perché venivano da due guerre mondiali da 90 milioni di morti, e dunque non cercavano altro che ordinarietà ed espiazione. Elena Ferrante racconta meravigliosamente gli anni Cinquanta. Ma noi giovani, a differenza dei nostri padri, quei fantasmi non li vedevamo».

Nel romanzo è centrale la questione dell’eredità che si lascia al mondo. Quale sarà la sua, un giorno?

«Difficile fare previsioni. Penso alla reputazione dei più grandi, come Philip Roth, Saul Bellow, John Updike. Per me loro sono immortali, anche se oggi alcuni vorrebbero cancellarli perché rei di aver scritto di sesso da romanzieri maschi eterosessuali...».

Nel contesto intellettuale di oggi, Updike, Roth e Bellow forse non potrebbero più scrivere?

«Probabile. Eppure Il complotto contro l’America sulla conquista fascista degli Stati Uniti non mi sembra un’opera di fantasia, anzi, fu piuttosto profetica. Updike è stato amato da molte donne, soprattutto della mia età, mentre le trentenni oggi neanche sanno chi sia. Insomma, la storia può essere poco benevola. Pensiamo sempre di venirne a capo, invece siamo sempre stretti tra i morti e i non nati».

La seconda parte del romanzo è anche una metafora della memoria che sbiadisce e quindi anche della Storia?

«È così. Ho avuto un’esperienza diretta dell’Alzheimer con mia madre, oltre che con mio cognato. Quando perdi la memoria perdi anche l’identità. L’Alzheimer è una brutta lezione. Parlare con qualcuno senza memoria non è parlare. Mia madre se n’era già andata sei mesi prima che il suo corpo morisse. Non aveva più nulla dentro. Niente. Vale lo stesso per le nostre società e per la nostra civilizzazione: senza memoria, si sbriciolano».

Sul Venerdì del 14 novembre 2025

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