Il Venerdì

Sarajevo, da dove sparavano i “turisti cecchini”

Sarajevo 1992: un uomo corre per sfuggire ai colpi dei cecchini (Foto GEORGES GOBET / AFP)
Sarajevo 1992: un uomo corre per sfuggire ai colpi dei cecchini (Foto GEORGES GOBET / AFP) (afp)

VIAGGI DA FERMO La memoria della guerra e l’inchiesta sui ricchi italiani che parteciparono “per sport”

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A cercare "viewpoint" sulla Google Map di Sarajevo, compaiono – com'è naturale – punti panoramici, bed and breakfast con vista, ristoranti dove portare la fidanzata. Fa gelare il sangue pensare che trent'anni fa su quei viewpoints fossero appostati i cecchini, e da lì sparassero verso giù, verso quel viale che fu subito soprannominato Sniper Alley, il viale dei cecchini appunto, in cui morirono centinaia di civili, di cui almeno 60 bambini. Ha fatto gelare ancora di più il sangue la notizia di qualche giorno fa: l'apertura di un'inchiesta da parte della Procura di Milano contro i "turisti di guerra", ricchi italiani che avrebbero pagato decine di migliaia di euro per andare ad appostarsi su quelle alture e partecipare anche loro alla mattanza, così, per sport. Sono quelle notizie che speri con tutte le tue forze non siano vere, che siano bufale o almeno esagerazioni, anche se sugli orrori di cui è capace l'umanità ne hai sentite persino di peggio. E anche se furono molti di più – migliaia, decine di migliaia – gli italiani che nella ex Jugoslavia in guerra ci andarono per portare aiuti e salvare vite.

I grattacieli della Sniper Alley distrutti dai bombardamenti durante l'assedio di Sarajevo. Foto Andia / UIG.

I grattacieli della Sniper Alley distrutti dai bombardamenti durante l'assedio di Sarajevo. Foto Andia / UIG.

 

Era anche quella “una guerra in diretta”, “un massacro sotto i nostri occhi”, eppure l’abbiamo abbastanza rimossa. Tra le mille testimonianze che ne restano segnalo il documentario Sarajevo Safari, tra i primi a denunciare il fenomeno dei "cecchini per sport". Il sito Sniper Alley, e relativi account social, che raccoglie foto dell'assedio, soprattutto immagini di bambini, invitando chi si riconosce o riconosce qualcuno a raccontare cosa ne è stato di lui/lei fino a oggi. E un piccolo libro, Lungo il fronte (Infinito edizioni) di Sergio Pilu, viaggiatore non da fermo e narratore per vocazione. Eccone un brano che parla proprio di quei cecchini e di quei viewpoints.

Mustafa ci fa riconoscere il viale dei cecchini che abbiamo percorso qualche ora prima e poi fa un gesto con la mano. Guardate, dice: secondo voi quanto è distante? ... tiene lo sguardo verso la città e dice, come se parlasse a se stesso: “mille, mille e cento”. Lo guardo perché d’acchito non capisco di cosa parla. “Da qui al fiume sono mille metri, mille e cento al massimo”, continua, e spiega che era la gittata massima dei fucili di precisione usati dai cecchini serbi, oltre la quale anche soggetti molto ben addestrati come quelli non potevano garantire l’accuratezza del tiro. Ma mille, mille e cento metri era la distanza giusta, potevano colpire chi volevano, in qualunque momento. Quindi stavano qui, avevano qui una postazione? gli chiediamo e lui con l’altra mano indica un punto indistinto che sta più o meno alle nostre spalle, a qualche metro di altezza sopra le nostre teste. ... “Quel sasso”, dice Mustafa, “quello bianco che vedete lì”, circa a metà del cespuglio... e quando capiamo di cosa sta parlando, non possiamo evitare di mostrargli il nostro perplesso stupore perché quello che ci sta mostrando è uno spuntone calcareo che sarà largo un metro e lungo forse due, una cosa che esce dal profilo della collina come un naso coperto di rami e foglie e ci rifiutiamo di credere che un uomo potesse passare abbarbicato lì sopra anche solo dieci minuti, figuriamoci le ore di immobilità che fanno parte integrante del lavoro di un cecchino in tempo di guerra. E invece Mustafa ci conferma che chi era di turno stava proprio lì, che la posizione era scomoda ma perfetta per copertura e visuale. Riporta lo sguardo verso il basso, verso la città e il fiume che la attraversa: “erano bravi i serbi”, dice, e mi pare di sentire nella sua voce l’inevitabile e insopprimibile e paradossale ammirazione che una persona buona e onesta prova nei confronti di chi fa bene il suo lavoro anche se questo consiste nello sparare a un innocente che sta andando a comprare il pane. ... Erano estremamente ben addestrati, dice Mustafa guardando verso il fiume, non sbagliavano mai. Ferivano se volevano ferire, uccidevano se volevano uccidere... Con un mezzo sorriso Mustafa ci dice che è ora di andare, di tornare a Sarajevo e noi ci avviamo verso la macchina, buttando un ultimo sguardo verso lo spuntone di pietra sul quale si sdraiava il cecchino, che chissà se gli veniva mai mal di schiena, se gli capitava di tremare per il freddo e sudare per il caldo, se provava piacere a sparare, se si pisciava addosso a tre quarti di un turno, che chissà chi era e che faccia aveva.

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