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A Los Angeles gli angeli salvano i migranti

(Francesca Forquet) 

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Sono gli attivisti che, armati di cellulari, fotografano gli agenti dell’immigrazione spediti da Trump nella metropoli per arrestare i migranti irregolari. E rendendo così più difficili le retate a sorpresa. Una mattina all’alba siamo stati con loro. Reportage
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LOS ANGELES. L’appuntamento è davanti alla biblioteca di San Pedro, un edificio in stile spagnolo, tozzo e bianco, che svetta nella penombra delle sei di mattina. Il pastore Yoshi Kuramoto, 29 anni, saluta e stringe mani. Attorno a lui, un piccolo gruppo di persone che si sono coordinate su Signal usando nomi tipo Little Red, Tyki, Eagle, Lafayette. Li raduna come un coach prima della partita, spalla contro spalla, gli occhi chiusi, un respiro profondo: «Uno dei miei eroi, Ernesto Guevara, ha detto che il vero rivoluzionario è guidato da profondi sentimenti d’amore. Ripetiamo insieme: “Un Oceano d’amore è dentro di me”».Comincia così, con un pastore metodista che invoca il “Che”, dodici volontari e svariati thermos di caffè, la giornata dell’Harbor Area Peace Patrol, un collettivo di attivisti che ogni mattina si raduna al porto di Los Angeles per fotografare le targhe delle vetture con cui gli agenti federali dell’immigrazione partono per le loro retate. La missione è individuarli al…

LOS ANGELES. L’appuntamento è davanti alla biblioteca di San Pedro, un edificio in stile spagnolo, tozzo e bianco, che svetta nella penombra delle sei di mattina. Il pastore Yoshi Kuramoto, 29 anni, saluta e stringe mani. Attorno a lui, un piccolo gruppo di persone che si sono coordinate su Signal usando nomi tipo Little Red, Tyki, Eagle, Lafayette. Li raduna come un coach prima della partita, spalla contro spalla, gli occhi chiusi, un respiro profondo: «Uno dei miei eroi, Ernesto Guevara, ha detto che il vero rivoluzionario è guidato da profondi sentimenti d’amore. Ripetiamo insieme: “Un Oceano d’amore è dentro di me”».Comincia così, con un pastore metodista che invoca il “Che”, dodici volontari e svariati thermos di caffè, la giornata dell’Harbor Area Peace Patrol, un collettivo di attivisti che ogni mattina si raduna al porto di Los Angeles per fotografare le targhe delle vetture con cui gli agenti federali dell’immigrazione partono per le loro retate. La missione è individuarli al punto di smistamento e diffondere le immagini sui social. Altri volontari, nella città che si estende immensa verso Nord, replicano il messaggio e pattugliano le strade. Gli ufficiali della Migra, altrimenti non riconoscibili, vengono così “schedati”.

C’è chi dice no

È il giorno numero 127 della Resistenza di Los Angeles. Il conto è cominciato il 6 giugno, quando uomini dell’Immigration Custom Enforcement (Ice) hanno condotto il primo rastrellamento in città. Armati di tutto punto, a volto coperto e senza numero identificativo, hanno portato via decine di persone in pochi minuti. Senza un mandato: prendendo solo chi sembrava ispanico. È stato quello il D-Day della seconda città più popolosa degli Stati Uniti, dove una persona su due ha origini latine. Da allora, Ice e Border Patrol – supportati dall’esercito inviato da Washington – hanno usato quel modus operandi per trattenere oltre cinquemila persone nella provincia, mentre sui social e tra le strade si formava una rete di contro-intelligence testarda e mattiniera.Il giorno n. 127 è anche quello in cui Donald Trump non ha vinto il Nobel per la Pace. La notizia è arrivata da poco, scoppietta da un cellulare all’altro e raccoglie sbuffi sollevati e divertiti.

«Qui c’è da fare tutti i giorni», dice Lisa Ferguson, capelli grigi, bandana e maglietta del collettivo. «È una vita che lotto. Per il diritto all’acqua, il rispetto dell’ambiente, contro le guerre. Mai avrei pensato di doverne combattere una dentro i confini nazionali». Si mette alla guida della sua 4x4, su cui carica altre due volontarie: Cait Bartlett, 33 anni, e Haruka Maehara, 27. Il resto della brigata è su tre macchine. Mentre il cielo si colora di rosa, entrano a Terminal Island, un lembo di terra bonificata in mezzo al porto. «È il memoriale di Furusato: un villaggio dove vivevano tremila nippo-americani prima di essere deportati durante la Seconda guerra mondiale», spiega Victor Maldonado, tra gli organizzatori del gruppo. «È grazie a questo monumento che possiamo stare qui. Siamo su suolo pubblico, mentre quello è terreno federale e ci potrebbero arrestare», e indica un’area recintata con una base della Guardia costiera e una prigione federale, duecento metri più in là. Nel loro parcheggio gli agenti di Ice e Border Patrol fanno quello che si chiama staging: «Lasciano le proprie macchine, prendono istruzioni, e ripartono su altri veicoli verso i loro rapimenti quotidiani», racconta Tyki, 60 anni e teleobiettivo al collo. «Pensavano di nascondersi. Invece noi ce ne siamo accorti e veniamo tutti i giorni a fotografarli».

Buoni e cattivi

L’oceano è calmo, costretto tra le banchine del porto commerciale più grande degli Stati Uniti, la città di “sabbia, olio e grasso” in cui si affanna e sogna l’Arturo Bandini di John Fante. Maldonado distribuisce gilet fosforescenti, si sbloccano i cellulari, Tyki mette a fuoco. Maehara ha due contapersone: uno per i veicoli in entrata, l’altro per quelli sospetti che lasciano il porto, verso nord. Basta uno sguardo per riconoscere i Coasties (ignari lavoratori della guardia costiera) e i Bad guys, quelli di Ice o Border Patrol: guidano veloci, con il viso coperto, e spesso salutano alzando il dito medio o mimando una pistola con la mano. «Si sentono invincibili, ma siamo noi quelli dalla parte giusta della Storia. Devono sapere che li osserviamo», scandisce Maldonado, avvocato trentenne che dopo aver schedato furgoncini fa colazione e arriva in ufficio alle 8.30. «La mia famiglia è del Salvador, ma tutti conosciamo qualcuno che è terrorizzato ad andare a lavorare o a portare i bambini a scuola. Siamo persone ordinarie, costrette a fare cose straordinarie». Gli agenti sono aumentati da inizio ottobre, quando il Big Beautiful Bill Act di Trump ha destinato 75 miliardi alla stretta sull’immigrazione irregolare, che doveva ripulire le strade da “pericolosi criminali”. I dati rivelano però che il 70 per cento degli arrestati ha la fedina penale pulita.

Oggi sembra una giornata più calma del solito: Maehara ha contato cento veicoli in entrata e 32 sospetti o accertati in uscita. Si confrontano le foto, si compone un mosaico per Instagram. Prima delle 8 è pronto.

Ho visto cose…

Quaranta chilometri più a Nord, il sole comincia a scaldare i grattacieli di Downtown. Nel parcheggio di una lavanderia a gettoni, Chavo Romero osserva il cellulare: «Ora andiamo a cercare questi veicoli in giro per il quartiere, soprattutto davanti alle scuole». Il distretto scolastico di Los Angeles copre mezzo milione di studenti. Tra loro, uno su cinque ha almeno un genitore senza documenti. Consegna ad altri volontari due walkie talkie e attacca sulle portiere della macchina la versione magnetica della scritta che porta sulla maglietta: “Unión del barrio”, il collettivo che vigila sulla brutalità delle forze dell’ordine nato negli anni 90, ai tempi del pestaggio di Rodney King. Ora – in quello che la sindaca dem Karen Bass ha definito «regno del terrore» – sotto osservazione c’è la Migra. «Siamo centinaia di sentinelle della democrazia» scandisce con voce calma. A volte riescono ad avvisare della presenza dell’Ice prima che effettuino gli arresti.

Ma per lo più si tratta di documentarli: «Abbiamo ripreso centinaia di operazioni violente e indiscriminate. Anziani buttati a terra, persone strattonate, madri e bambini separati. I nostri video girano sui social e aiutano a identificare predatori e detenuti». Per lui è anche una questione personale: i suoi genitori sono braccianti a Oxnard, a Nord, e appartengono ai popoli indigeni del Messico. Dice: «Los Angeles accoglie la più grande comunità latina a Nord del confine. Se resistiamo qui, resisteremo ovunque».

Un bel respiro

L’ultimo avamposto della Resistencia è degno di un film di spionaggio. Lungo il fiume incastonato nel cemento che lambisce Chinatown, tra capannoni, graffiti e cavalcavia, nel retro di un incongruo caffè hipster, c’è la redazione di L.A. Taco. «Siamo sempre stati un sito che racconta la città ad altezza d’uomo, con un occhio alla cultura dello street food, soprattutto latino. Ma l’Ice ha mandato tutto all’aria. Non c’è nessuna storia più importante di questa, ora» racconta il direttore, Memo Torres, 44 anni, che mangia un’insalata alla scrivania. Dal 6 giugno, L.A. Taco si è accreditato come il più autorevole centro di raccolta, smistamento e verifica di video e notizie sulle retate. Si sono moltiplicati followers e abbonati, facendo di questo sparuto manipolo di citizen journalists un miracolo editoriale. «Abbiamo addirittura una stagista» scherza il giovane caporedattore Javier Cabral: «La nostra missione è stare in strada e verificare il materiale che ci mandano». Il risultato viene compresso nel Daily Memo, un bollettino video che Torres registra a fine giornata. «Oggi è il 127° giorno dell’Ice a L.A.» seguono le immagini dei blitz e il conto di «almeno 15 persone rapite». Poi saluta con una raccomandazione: «State al sicuro e ricordatevi di fare un bel respiro ogni tanto. L’assedio durerà a lungo».

Pubblicato sul Venerdì del 14 novembre 2025

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