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Andrea Bajani: i miei tuffi nelle parole

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TIC TAC Dopo aver fissato a lungo lo schermo bianco del pc senza che nulla succeda, non mi resta che trascinarmi in piscina. E funziona, misteriosamente...
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Capita a volte che io mi trascini dal mio ufficio, dentro il campus, fino all’ingresso della piscina della facoltà. Sono a dir tanto quattrocento metri, ma il tragitto è un guado che mi pare impossibile colmare. Succede, di solito, dopo troppo tempo passato a fissare attonito lo schermo, senza che nulla succeda né fuori né dentro. Che cosa intendo? Che non c’è verso di convincere le parole a fare capolino sullo schermo, a sbucare in mezzo al bianco e mettersi in marcia almeno fino a concludere una frase. Mancanza di idee? Terrore dello spazio bianco? È difficile da dire, ma equivale piuttosto a una specie di ottundimento, o una piccola disperazione. Più simile a non saper dire per cosa vale la pena alzarsi la mattina, per chi – o verso chi – cominciare a fare i primi passi accanto al letto, che a una faccenda di scrittura. Ha più a che fare con il domandarsi se si vale qualcosa, se c’è qualcosa ancora dentro che si muove. Perché scrivere – alla fin fine – non è altro che chiedere aiut…

Capita a volte che io mi trascini dal mio ufficio, dentro il campus, fino all’ingresso della piscina della facoltà. Sono a dir tanto quattrocento metri, ma il tragitto è un guado che mi pare impossibile colmare. Succede, di solito, dopo troppo tempo passato a fissare attonito lo schermo, senza che nulla succeda né fuori né dentro. Che cosa intendo? Che non c’è verso di convincere le parole a fare capolino sullo schermo, a sbucare in mezzo al bianco e mettersi in marcia almeno fino a concludere una frase. Mancanza di idee? Terrore dello spazio bianco? È difficile da dire, ma equivale piuttosto a una specie di ottundimento, o una piccola disperazione. Più simile a non saper dire per cosa vale la pena alzarsi la mattina, per chi – o verso chi – cominciare a fare i primi passi accanto al letto, che a una faccenda di scrittura. Ha più a che fare con il domandarsi se si vale qualcosa, se c’è qualcosa ancora dentro che si muove. Perché scrivere – alla fin fine – non è altro che chiedere aiuto a qualcuno per riuscire a chiudere una frase. E se quel qualcuno non compare o resta muto, si resta a fissare sgomenti lo schermo del pc.

Quando ho esaurito ogni cartuccia per provare a bucare quell’ottundimento – uscire dalla stanza, cercare un essere umano nel dipartimento, aggirarmi tra gli scaffali della biblioteca, leggere qualcosa di diverso, scrivere un messaggio di lavoro, parlare un’altra lingua, procacciarmi caffeina al bar dell’università – l’ultimo rimedio è sempre quello del nuotare. Per cui finisco per prendere la borsa, metterla a tracolla, scendere dal terzo fino a pianoterra, e poi cominciare a camminare. È una specie di atto di fede, soprattutto, visto che ogni volta mi pare impossibile che qualcosa possa estrarmi da quel mio silenzio anchilosato. E così quei quattrocento metri diventano un’incolmabile distanza. Incrocio gli studenti, alzo la mano in segno di saluto, cerco di non soccombere al transito dei monopattini. E intanto escogito ogni scusa – fino alla fine, quando giù vedo la porta d’ingresso all’edificio – per evitare anche la gogna di mettermi in costume, di complicare ulteriormente la giornatac on la fatica di smanacciare dentro l’acqua per riuscire a stare a galla.

Ma poi alla fine mi consegno all’acqua fredda, dopo aver chiuso la borsa dentro l’armadietto. Lo faccio come si butterebbe in acqua un sasso, certo di vederlo andare a fondo. E poi invece ogni volta succede, come per il sortilegio liquido che segue il gesto di buttarsi in verticale. Prima lo schiaffo freddo della superficie, il fiato trattenuto per l’impatto, come fosse lo spavento di una temperatura differente. E dopo pochi metri quell’ostinazione a non volere niente dalle cose –“non scrivere, non c’è niente che tu possa dire” – si scioglie nell’arco di un cinque o sei bracciate. E a furia di voltarsi su un lato per riuscire a respirare, intravedendo sempre il cielo sopra la mia testa, la piscina si spalanca. E per quanto resti un mistero, c’è questo momento in cui da dentro quel silenzio compaiono parole, che poi persino si agganciano tra loro e formano le frasi. Di colpo ogni vasca conclusa diventa la fine di una riga scritta dentro la corsia – e quando tocco il muro vado a capo, e così via fino alla fine della mia sessione. Finché poi mi tiro su, alla fine, grondante di senso, e un’altra giornata è andata, un’altra pagina scritta.

Sul Venerdì del 21 novembre 2025

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