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Che fine hanno fatto dieci geniali scoperte italiane

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Dai polifenoli dell’olio contro la demenza senile al bisturi a ultrasuoni: siamo andati a vedere come si sono concluse alcune ricerche raccontate dai media. Risultato: alcune ce l’hanno fatta, altre si sono arenate. Per mancanza di fondi e fiducia
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Com’è finita? Un lettore ci ha scritto per saperne di più su una scoperta di cui il Venerdì aveva parlato nel 2021: “Assumere oleoeuropeina, polifenolo dell’olivo, e glutatione, un peptide antiossidante, rallenta il progredire delle demenze senili”. Sentito l’autore dello studio, Gianfranco Liguri, università di Firenze, ci ha spiegato che «nonostante i buoni risultati, l’industria non si è dimostrata interessata a investire per trasformare in farmaco la combinazione di sostanze. Abbiamo però creato un integratore alimentare che le unisce» (in commercio come Euvitase). La sua risposta ci ha fatto capire che indagare sul “Com’è finita?” di scoperte o invenzioni annunciate anni fa in Italia sarebbe stato un modo per sondare lo stato della nostra ricerca. Che, oltre alla scarsità di finanziamenti, deve anche vedersela con un sistema industriale conservatore e avverso al rischio, costringendo spesso i nostri ricercatori a non trasformare le idee in prodotti o a portare il frutto del loro …

Com’è finita? Un lettore ci ha scritto per saperne di più su una scoperta di cui il Venerdì aveva parlato nel 2021: “Assumere oleoeuropeina, polifenolo dell’olivo, e glutatione, un peptide antiossidante, rallenta il progredire delle demenze senili”. Sentito l’autore dello studio, Gianfranco Liguri, università di Firenze, ci ha spiegato che «nonostante i buoni risultati, l’industria non si è dimostrata interessata a investire per trasformare in farmaco la combinazione di sostanze. Abbiamo però creato un integratore alimentare che le unisce» (in commercio come Euvitase). La sua risposta ci ha fatto capire che indagare sul “Com’è finita?” di scoperte o invenzioni annunciate anni fa in Italia sarebbe stato un modo per sondare lo stato della nostra ricerca. Che, oltre alla scarsità di finanziamenti, deve anche vedersela con un sistema industriale conservatore e avverso al rischio, costringendo spesso i nostri ricercatori a non trasformare le idee in prodotti o a portare il frutto del loro lavoro all’estero. Ma abbiamo scoperto che ci sono anche casi in cui quel lavoro sta dando buoni frutti, magari evolvendo in versioni perfezionate delle prime scoperte o realizzazioni. Eccone dieci: tra blocchi, successi e sospensioni.

Quelle che sono state bloccate

La rivoluzione del silicio

Nel 2020 il professor Giovanni Pennelli dell’università di Pisa ha realizzato un’invenzione che potrebbe rivoluzionare il mondo dell’energia: pannelli in grado di trasformare direttamente il calore in elettricità. «Oggi i dispositivi termoelettrici usano il tellurio, elemento tossico e molto raro, che converte solo il 7 per cento circa del calore. I nostri usano l’economico silicio, lavorato con le stesse tecniche dei microchip, ottenendo un’efficienza fino al 20 per cento. Nell’industria, nella geotermia, nel solare o anche posti sulle marmitte delle auto, questi pannelli potrebbero produrre elettricità “gratis” dal calore di scarto». In effetti molti si sono già rivolti a Pennelli per comprare questi dispositivi. «Ma io ho solo prototipi, perché le industrie italiane che potrebbero realizzarli non se la sentono di investire in una cosa tanto innovativa». E così la rivoluzione energetica made in Italy resta in standby.

Batterie troppo innovative

Nel 2019 l’Ue lanciò il progetto di interesse comunitario Eubatin per stimolare produzione e riciclo di batterie in Europa, e chiudere il gap con Cina e Usa. La parte italiana di Eubatin univa Enea e Fondazione Bruno Kessler, per la parte scientifica, a industrie del settore per la loro fabbricazione. Dopo sei anni realizzano batterie? «No, il progetto si è bloccato» ci dice Giulia Monteleone, di Enea. «Noi abbiamo svolto il nostro compito di progettare una linea di produzione che si adattasse a ogni tipo di batteria, sia quelle esistenti che altre di nuovo tipo, ma le industrie hanno deciso di non andare avanti, perché ritengono di non riuscire a realizzare prodotti competitivi». E questo nonostante Enea abbia brevetti per batterie al sodio e una linea di ricerca su innovative batterie al calcio: l’industria italiana non ci investe.

Il treno che piace (agli Emirati)

Nel marzo 2024 l’azienda IronLev, che produce guide a scorrimento, fece correre per un chilometro su una normale linea ferroviaria un piccolo carrello ferroviario che “levita” sopra i binari grazie a semplici magneti permanenti, prefigurando treni che si muovono senza attrito, molto più semplici, economici e con consumi energetici più bassi di quelli che usano la levitazione magnetica basata sui superconduttori a elio liquido. Si era allora parlato di un interesse delle Ferrovie per la tecnologia ma, 18 mesi dopo, nulla in quel senso sembra essersi mosso. Così la società veneta è andata a cercare qualcuno interessato all’estero, tenendo una nuova dimostrazione presso la sede delle Etihad Rail negli Emirati Arabi Uniti. «Stiamo anche sviluppando un nuovo carrello ferroviario che può far correre senza attrito a 200 km/h fino a 20 tonnellate di carico» ci dice Lorenzo Parrotta di IronLev.

Quelle che hanno avuto successo

CarT contro i tumori solidi

Le terapie CarT usano linfociti T prelevati dal paziente e geneticamente modificati perché riconoscano e attacchino cellule tumorali. Funzionano bene contro i tumori del sangue, ma non contro quelli solidi, meno facili da aggredire. Dal 2015, però, Franco Locatelli, direttore del reparto Ematologia e oncologia all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, tenta di colmare questa lacuna «Abbiamo sviluppato nei nostri laboratori cellule CarT contro un bersaglio molecolare del neuroblastoma, un tumore solido fra i più comuni e letali dei bambini. Ad agosto abbiamo pubblicato i risultati di questa cura su 54 piccoli: è risultata cinque volte più efficace della chemioterapia, con una sopravvivenza a 5 anni del 53 per cento nel caso di recidive. Adesso, stiamo procedendo ad applicare CarT ad altri tumori solidi comuni nei bambini, il glioblastoma e l’osteosarcoma». Insomma, una nuova strada per le cure oncologiche è stata aperta.

Un calcestruzzo autoriparante

Un muro che si ripara da solo sembra una magia, ma nel 2022 il professor Liberato Ferrara del Politecnico di Milano annunciò la realizzazione di un calcestruzzo dotato proprio di questa proprietà. «In pratica ogni volta che si forma una fessura nel nostro calcestruzzo, l’acqua, penetrando in quello spazio, attiva specifici componenti che cristallizzano e lo chiudono. La formulazione può essere adattata ai componenti reperibili localmente, così da renderla anche più sostenibile. Certo, costa più del calcestruzzo normale, ma si può usarne fino alla metà per ottenere le stesse prestazioni, ed essendo autoriparante, riduce le spese di manutenzione». La formula inventata da Ferrara e colleghi ha avuto successo: è stata già usata per restaurare e costruire manufatti in vari Paesi d’Europa, fra cui, in Spagna, piattaforme per turbine eoliche galleggianti.

Il piccolo robot sta crescendo

Il robot iCub, dall’aria di bambino con grandi occhi tondi, creato dall’Istituto Italiano di Tecnologia nel 2004, per molti anni è stato il beniamino dei media. Poi non se n’è saputo più nulla. «iCub era un esperimento scientifico volto a creare un sistema robotico che, invece di essere programmato, apprende “facendo cose”, come camminare o afferrare oggetti» dice il suo papà, l’ingegnere Giorgio Metta, oggi direttore scientifico dell’Iit. «Di iCub ne abbiamo venduti a decine a laboratori di mezzo mondo, che lo usano per lo più per studiare l’interazione uomo-robot, mentre all’Iit ne abbiamo derivato startup che lo impiegano come supporto terapeutico per bambini con autismo o per la produzione di protesi». Ma iCub è stato sorpassato dalle nuove Ia, che oggi possono apprendere da testi, immagini e video cose complesse molto più rapidamente di lui. «Stiamo però pensando a realizzare una sorta di iCub 2.0, che utilizzi le nuove tecnologie di Ia, per imparare a muoversi e interagire con il mondo reale in modo più naturale».

Quelle che son sospese

Il bisturi a ultrasuoni

Nel 2023 fu annunciato dalla startup Soundsafe, spin off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, un dispositivo per distruggere dall’esterno tessuti patologici nell’organismo, come tumori, usando ultrasuoni manovrati da un braccio robotico. «Gli ultrasuoni possono essere focalizzati su aree piccole come chicchi di riso, senza danneggiare i tessuti circostanti e senza gli effetti collaterali della radioterapia» spiega l’ingegner Andrea Mariani. «Una volta delimitata la zona da colpire, il braccio robotico di Soundsafe muove la sorgente di ultrasuoni con estrema precisione, rimuovendo tutto il volume di tessuto patologico. In questi anni abbiamo dimostrato che il nostro sistema è sicuro ed efficace, ottenendo la certificazione europea per usarlo in veterinaria. E siamo già in contatto con istituti ospedalieri, per iniziare, appena possibile, la sperimentazione sull’uomo».

Elettronica da mangiare

Se n’era parlato molto sui media nel 2023: un team dell’Istituto Italiano di Tecnologia, diretto da Mario Chironi, aveva annunciato l’invenzione di una batteria che può essere mangiata e digerita. «La nostra batteria è composta da elettrodi fatti di riboflavina e quercetina, separati da una membrana di gelatina di alghe, e coperti da isolante cera d’api. Dopo, abbiamo anche prodotto conduttori in carbonio, e transistor basati su coloranti al rame usati nei dentifrici. L’idea è di usare questi componenti in dispositivi medici ingeribili, che dopo l’uso vengono assorbiti dal corpo. In questi anni abbiamo aumentato la potenza della batteria e siamo ormai vicini a quella necessaria per alimentare dispositivi elettronici». La strada verso una elettronica commestibile è ancora molto lunga, ma batterie commestibili potrebbero già essere usate per alimentare giocattoli, eliminando i danni dall’ingestione di pile ingerite nei bambini.

Il litio scoperto nell’acqua calda

Nel 2022 il geofisico del Cnr Andrea Dini annunciò che in Italia ci sono acque sotterranee geotermiche ricche di litio. Nonostante il boom nella richiesta di questo elemento per le batterie, dopo tre anni, però, nessuno ha ancora cominciato a produrlo in Italia. «Io creo modelli su come il litio arrivi nelle acque, così da capire dove cercarlo, non ho un’impresa mineraria», mette le mani avanti Dini. «Però intorno all’area geotermica di Cesano, in Lazio, Enel, Vulcan e Altamin hanno ottenuto licenze di esplorazione per il litio geotermico. Non hanno iniziato le perforazioni, è vero, ma so che sono decisi a farlo. Il che sarebbe un bene per il nostro Paese, perché si produrrebbe energia rinnovabile con l’acqua calda estratta e da questa si ricaverebbe anche litio, che renderebbe la nostra industria delle batterie più indipendente». Noi attendiamo con fiducia, mentre in Germania sono stati già investiti cento milioni pubblici per l’estrazione di litio geotermico nella Valle del Reno.

Sul Venerdì del 21 novembre 2025

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