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Noi, loro e la Grande Muraglia: perché la Cina non è vicina

Un tratto della Grande Muraglia presa d’assalto dai turisti. In maggior parte sono cinesi. Ma quest’anno per diversi Paesi europei non c’è stato più bisogno del visto (Getty Images/Connect Images) 

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Diario di viaggio da una vacanza fra Pechino e Shanghai. Per capire da che parte va il mondo. Ma senza capire cosa diavolo sta dicendo il tassista
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PECHINO. In Piazza Tienanmen, dopo un’ora in fila per provare a intravedere in meno di un minuto il corpo imbalsamato di Mao Zedong, mi viene in mente Enmei. È la madre cinese di Monica, compagna di classe di Dalia, la mia seienne di riferimento. Una donna minuta, con un auricolare sempre nell’orecchio, creatura mitologica alla stregua di Giano bifronte: se ti scrive il suo italiano è perfetto, se ti parla è quasi inesistente. Miracoli di Baidu Translate, immagino, che compie la moltiplicazione dei verbi e dei sostantivi. Penso a lei perché, a parti invertite, sto provando a convincere la giovane guardia che, sebbene sprovvisti di prenotazione per il mausoleo, dopo questa lunghissima coda ci terremmo a entrare. Provo in un inglese basico. Almanacco con la traduzione di Google, che qui si può usare solo con l’aiuto di una Vpn. Sfodero infine la carta della disperazione: sappiate che lo zio di mio padre è stato tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista) – di isp…

PECHINO. In Piazza Tienanmen, dopo un’ora in fila per provare a intravedere in meno di un minuto il corpo imbalsamato di Mao Zedong, mi viene in mente Enmei. È la madre cinese di Monica, compagna di classe di Dalia, la mia seienne di riferimento. Una donna minuta, con un auricolare sempre nell’orecchio, creatura mitologica alla stregua di Giano bifronte: se ti scrive il suo italiano è perfetto, se ti parla è quasi inesistente. Miracoli di Baidu Translate, immagino, che compie la moltiplicazione dei verbi e dei sostantivi. Penso a lei perché, a parti invertite, sto provando a convincere la giovane guardia che, sebbene sprovvisti di prenotazione per il mausoleo, dopo questa lunghissima coda ci terremmo a entrare. Provo in un inglese basico. Almanacco con la traduzione di Google, che qui si può usare solo con l’aiuto di una Vpn. Sfodero infine la carta della disperazione: sappiate che lo zio di mio padre è stato tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista) – di ispirazione maoista, da non confondersi col semplice Partito marxista leninista italiano. L’agente, apparentemente colpito, riporta al superiore. Vorrei mostrargli la pagina Wikipedia che conferma il legame. Sembra cedere ma… il superiore è categorico. Niente da fare. È il primo giorno di questa vacanza con la mia ventenne di riferimento – Normalista e comunista – e una cosa è subito chiara: quella linguistica, e in definitiva culturale, sarà una barriera più ardua della Grande Muraglia. Ed è proprio raccontando, come si fa con gli amici, al direttore uscente del Venerdì, alcune delle vicissitudini di questi otto giorni nell’Impero di mezzo, messe in fase con una mia antica ma alterna frequentazione con i cinesi, che è nata l’idea di trasformare una vacanza (lo ribadisco per l’ambasciata cinese, che per favorire il turismo quest’anno ci esenta dai visti) in un articolo. Tra guida pratica – per non perdere tempo – e riflessione personale – per perderne un po’, possibilmente imparando qualcosa. Il tutto, è messo in conto, a rischio di far inorridire sinologi e frequent flyer con l’Asia.

Brancolare nel buio

Per cominciare la Cina, nonostante il titolo del vecchio film di Marco Bellocchio, non è affatto vicina. Prima copiava, adesso innova. Ed è così che è diventata, nella quotidianità, una repubblica popolare fondata sulle app. Due, essenzialmente, con cui fare tutto, a patto di avere sempre con sé un documento d’identità. Una gran comodità fino a quando non si trasforma in una grande vulnerabilità: senza una buona connessione, sei spacciato: non puoi più pagare il ristorante, il museo, la metropolitana, la bici a noleggio, l’auto che ti scarrozza da A a B senza dover impazzire per farti capire dall’autista. L’unica volta che ho preso un taxi in autonomia, forte dell’indirizzo scritto in mandarino, è iniziata una contrattazione che, da quindici volte la cifra stimata dall’app, si è fermata a quattro volte di più. Col timore costante che il tassista non avesse capito esattamente dove andare. Perché in Cina, se non si conosce la lingua, si brancola nel buio. Finché si tratta di testo scritto DeepL, Google Translate e Baidu Translate risolvono, salvo topiche colossali. Ma col parlato ancora poco. L’ultima volta c’ero stato, vent’anni fa, per scrivere la metà cinese de L’impero dei falsi, un libro sul gigantesco traffico di merci contraffatte. Adesso, ne ero convinto, in tanti di più avrebbero parlato inglese. Non è così. Si stima che le persone in grado di spiccicare qualche parola siano tra l’1 e il 5 per cento.

Hard & soft power

In vari settori il sorpasso sugli Stati Uniti è già avvenuto. Con un Pil da 33 trilioni di dollari contro i 29 americani, a parità di potere d’acquisto, la Cina è già la prima economia al mondo. Produce un terzo delle merci globali: più di Usa, Germania e Giappone insieme. È il primo partner commerciale di 120 Paesi, doppiando Washington. Quanto alla tecnologia, le auto elettriche Byd (sta per Build Your Dreams, teneri!) hanno sorpassato Tesla. Per non dire della produzione dell’80 per cento di pannelli solari e del 70 delle batterie globali. Ormai i cinesi sono i numero uno anche per pubblicazioni scientifiche e brevetti. E con 1,4 miliardi di abitanti, oltre un terzo dei quali classe media urbana, hanno il mercato interno più gigantesco del mondo. Tutto questo, però, senza sentire troppo il bisogno di imparare la lingua degli avversari. E senza preoccuparsi di costruire un immaginario comparabile. Sulla musica la Corea del Sud ha esportato infinitamente di più. Su 122 Nobel per la Letteratura assegnati dal 1901 solo due sono cinesi. Quanto al cinema, al netto dei fasti d’essai di Zhang Yimou – ricordate Lanterne rosse? – l’ampia programmazione offerta da Air China sembra tutta all’insegna del patriottismo eroico, dell’orgoglio tecnologico, della celebrazione della Storia con spruzzate di melodramma. Insomma, niente con cui ti venga voglia di uccidere almeno una parte delle dieci ore di traversata.

Meglio Trip.com

Lo spot “Turista fai da te? Ahi ahi ahi!” affonda nella notte dei tempi. Ecco, questo diario vorrebbe far risparmiare ad altri comuni mortali – cui consiglio comunque il viaggio se volete capire dove va il mondo – alcune delle disavventure in cui mi sono imbattuto io. Maria Salvati di Jilitour, travel operator specializzata, di consigli me ne dà uno solo: «Per prenotare alberghi, treni e attività usa Trip.com: supererà Booking e le altre». Eseguo come un soldatino, per mettermi subito nel mood del Paese ospite. A Pechino gli alberghi costano generalmente poco. Ma tra le recensioni incappi anche in materassi infestati dalle cimici e altre piccole storie dell’orrore. Trip semplifica molto la scelta. Entry-friendly, accanto alla figura di un panda sorridente, è il termine con cui raccomanda alcuni hotel. Tipo il nostro East Sacred Hotel molto vicino a piazza Tienanmen, dove una doppia con due letti va sugli 80 euro a notte. Sulla app puoi anche prenotare la visita nella piazza medesima. Che, sorprendentemente, ma fino a un certo punto, non è aperta al pubblico. Se non dopo aver fatto una prenotazione, legata al passaporto, e – nel nostro caso – aver passato quattro controlli con metal detector e riconoscimento facciale prima di entrare nella gigantesca spianata che ospita la Porta della Pace Celeste, il suddetto mausoleo di Mao e il monumento degli Eroi del Popolo. Lo stesso che si intravede nelle drammatiche immagini del “Tank Man”, l’uomo ancora senza nome che il 4 giugno 1989, con due borse della spesa in mano, sfida i carri armati del regime che nei giorni precedenti avevano ucciso un grande e imprecisato numero di studenti e lavoratori che chiedevano democrazia. Mi piacerebbe discuterne, di ritorno a Roma, con qualche loro connazionale. Contatti che mi porto dietro dal 2008 quando, con Raffaele Oriani, scrivemmo I cinesi non muoiono mai per smontare i luoghi comuni più triti sul loro conto. Come tutte le leggende, anche quella della mafia cinese aveva un fondo di verità, ma c’era molto altro in questa comunità, all work and no fun, di cui ci facevamo bastare la caricatura. Allora, dopo il primo mese di frustrantissimi tentativi di fissare interviste, volevo mollare il colpo. Rispondevano tutti «sì, ma ripassa domani». Ad infinitum. Sempre sorridendo. Senza arrenderci, però, alla fine avevamo scoperto un popolo che assomigliava terribilmente agli italiani del Dopoguerra. Del Sud, in particolare, con la voglia di mangiarsi il mondo e relazioni familiari inossidabili (guanxi, le chiamano) che funzionano da alternativa alla banca. Se serve qualcosa, ieri come oggi, c’è sempre un parente disposto ad aiutare. L’unico tabù che non eravamo riusciti a infrangere era stato la politica: non ne parlavano allora e so già che non lo faranno neanche stavolta.

Il Qr paga-tutto

Ma torniamo a Pechino. La prima cena, in un ristorante sichuanese, nel Distretto artistico 798, non la dimenticheremo. Il menu è di quelli visuali, che usano anche in Giappone. Lo fotografiamo col cellulare e chiediamo a ChatGpt di fare il resto. Sarà il combinato disposto con l’immagine di piccantissime tagliatelle immerse nella soya, sarà che il segnale è scarso, ma il traduttore va in confusione. E comincia a descrivere il piatto come “cacca triangolare orale”. Nel dubbio, lo evitiamo. La disavventura mi dà l’occasione per un’osservazione cruciale. Per collegarsi a internet, e far dunque funzionare tutte le app senza svenarsi, serve una sim virtuale (eSim). Un’amica cosmopolita mi consiglia Airalo, una ventina di euro per 10 Gb di traffico. In vari forum da smanettoni scoprirò più tardi che Holafly, un po’ più cara, funziona anche meglio e la consiglio alla mia compagna di viaggio. Per consultare Gmail, WhatsApp o altri servizi abituali serve, come già accennato, una Vpn, tipo Mulvad Vpn, che finge che il vostro telefono si trovi fuori dalla Cina. Vpn che talvolta entra in conflitto – e quindi va disabilitata – con Wechat e Alipay, le indispensabili app che servono per pagare qualsiasi cosa. Le hanno tutti, dalle bancarelle sul mercato al negozio ultra-lusso. E a nessuno viene in mente di dire che “il Pos è fuori servizio” – anche perché niente potrebbe essere più semplice: o voi scannerizzate col telefono il codice Qr dell’esercente o lui scannerizza il vostro. Per chi da noi si lamenta delle commissioni delle carte di credito, ecco un’ottima idea da importare.In piazza Vittorio, intanto...All’Esquilino, la Chinatown romana dove abito, non hanno bisogno di questi consigli. La farmacia di via Merulana, zona piazza Vittorio, accanto a Visa e Mastercard espone la calcomania Alipay. Devo verificare se le accetti anche la mitica Sonia nel suo ristorante Hangzhou, diviso in parti uguali tra involtini primavera e foto di vip in posa con lei. Fino a poco tempo fa, nel mio palazzo, su trenta famiglie tre erano cinesi. Non si sono mai sentite fiatare tranne una volta quando, battendo con troppa foga e troppo a lungo un martello sul lastrico solare che dava sul loro soffitto, svegliai il neonato. Il padre salì le scale, gridando tante cose incomprensibili. Tranne che per i colpi di kung fu sembrava una comparsa di La città proibita del regista Gabriele Mainetti, girato a duecento metri da casa mia. Provai a farmi perdonare l’indomani portando loro una torta: erano stupefatti, quasi alle lacrime, per questo goffo rappacificamento. Inedito, soprattutto: nessuno, nel palazzo, ci aveva mai parlato. Mentre emozionato, quasi alle lacrime, mi ritrovai a esserlo io quando, alla vigilia di Pasqua del 2020, in pieno Covid, suonano al campanello: «Siamo della Chiesa evangelica cinese, abbiamo un regalo». In un’elegante busta di carta c’erano dieci mascherine Ffp2, all’epoca una rarità, che i volontari distribuivano a tappeto nelle case del quartiere. Quando si dice il soft power!

Uno spuntino sul treno?

Ma bando ai sentimentalismi. Torniamo alla dimensione Baedeker, ispirazione originaria di questo articolo. Il duopolio Alipay/Wechat è indispensabile anche per spostarsi. Sia che prendiate la metro (2 yuan, circa 20 centesimi di euro) sia che optiate per Didi, l’economico Uber locale, tutto passa comunque da loro. Per capire dove siete e dove volete andare Amap è molto meglio perché alcuni indirizzi, anche copiati in mandarino, alle nostre mappe proprio non risultano. L’effetto collaterale, di ordine più cognitivo che pratico, è che potete fare un’intera vacanza, volendo, senza quasi alcun contatto con i locali: il trionfo del turismo autistico, dove l’unica interazione è tra voi e il cellulare.Tanto a Pechino quanto a Shanghai, le biciclette di una volta sono state largamente rimpiazzate da leggeri scooter elettrici, che qui chiamano comunque ebike, bardati di colorate copertine termiche per affrontare inverni feroci. Sono i veicoli d’elezione dei rider, i ciclofattorini che a sorpresa possono sfrecciare pure sui larghi marciapiedi. E che consegnano anche se siete sul treno. Basta ordinare prima di arrivare alla stazione successiva e quelli affidano i pacchetti alle hostess che smistano a bordo piatti ancora caldi. In media prendono tra i 3 e i 5 yuan a consegna – dividete per nove per ottenere l’equivalente in euro – però se ritardano non solo non prendono niente, ma devono anche pagare una multa di tasca propria. Mi spiega tutto, mentre corriamo a 350 chilometri orari da Pechino a Shanghai sul treno Fuxing, tra i più veloci al mondo, la sinoamericana Jay nell’unica chiacchierata con locali degna di questo nome in un’intera settimana. Insegnante di inglese che sta andando ad assistere ai campionati mondiali di e-sport, si è trasferita sei anni fa dal Texas a Nanjing. La Nanchino tristemente celebre per il massacro omonimo durante la seconda guerra sino-giapponese che ora – dopo la capitale, Shanghai e Shenzen – coi suoi 10 milioni di abitanti sta per essere promossa a città Tier 1, ovvero del primo circolo economico-demografico. Non le manca l’America? «Non particolarmente. Con quel che guadagno, qui ci vivo decisamente meglio. Non mi piace cucinare e mi faccio portare tutto a casa. Questi i pro. Tra i contro la consapevolezza di essere sorvegliatissimi da una quantità di telecamere, ma anche negli Stati Uniti le cose oggi non vanno granché bene. Quindi…».

Dimenticavo: i biglietti del treno li abbiamo presi su Trip, che spiega benissimo la trafila per salire a bordo. Ai tornelli della stazione, invece del titolo di viaggio, devi far vedere il passaporto e ti mandano loro al binario giusto. Qui come sulla metro fare i portoghesi è praticamente impossibile. Chissà come dev’essere stato esotico, per loro, acclimatarsi con l’azienda dei trasporti romana…

Consigli di lettura

Mi rendo conto di non aver detto quasi niente su quel che abbiamo visto. Neppure la porzione di Grande Muraglia che mi ha spompato, costandomi l’equivalente dell’ascensione di cento piani, ma non era questo il mandato della storia. Leggete i libri di Simone Pieranni, per farvi un’idea del Paese. I reportage di Yun Sheng e Long Ling sulla London Review of Books. Oltre, ovviamente, ai pezzi dei nostri corrispondenti. Io ho trovato particolarmente illuminante il recentissimo Breakneck di Dan Wang che di mestiere spiegava l’immenso Paese, per capire su cosa puntare, ai fondi di investimento. La sua metafora di base, nell’illustrare la competizione della Cina con l’America, è che la prima è una società di ingegneri, la seconda di avvocati. Gli uni costruiscono, a rotta di collo, come da titolo. Gli altri fanno causa a chi magari ha costruito senza avere tutti i permessi in regola. Basta non pensare, dice Wang, al Partito comunista cinese come a una forza di sinistra. I tre quarti dei cinesi, per dire, non pagano le tasse.

E, a fronte di questa raccolta minimale, il governo spende solo il 10 per cento del Pil in welfare, contro il 20 per cento statunitense e il 30 medio europeo. Non è la patria della ridistribuzione, insomma. I salari degli operai sono cresciuti di una ventina di volte dai primi anni 80, ma come effetto collaterale della stessa globalizzazione che ha stangato i nostri, di operai, arricchendo nel frattempo gli industriali che li avevano a busta paga. Alcune loro usanze di autosfruttamento le han portate anche qui, a quanto pare con nostra soddisfazione se grandi maison italiane sono state messe in amministrazione giudiziaria per aver usato maestranze cinesi per produrre, a poche decine di euro, borse in vendita a migliaia. Ma, a dispetto del miglioramento del loro tenore di vita, le sale di rianimazione, nonostante i molti ospedali, sarebbero un sesto di quelle americane rispetto alla popolazione. Se sono usciti relativamente bene dal Covid è perché il confinamento è stato gestito manu militari.

Cinese, ma io e te...?

Sì perché il “socialismo con caratteristiche cinesi” annunciato da Deng Xiaoping nell’82, aprendo al mercato, ha ancora aspetti leninisti. Niente più rivoluzione, nessun socialismo reale nell’economia ma pianificazione quinquennale e struttura di potere intatta, resa più efficiente e tecnologica dalla sorveglianza digitale e dal culto del leader. Già, Xi Jinping. Che si è fatto le ossa politiche nello Zhejiang, la regione da cui proviene il 90 per cento dei cinesi d’Italia. Chissà che shock dev’essere, per loro, quando tornano in patria d’estate. L’ultimo Comitato centrale, che si è concluso proprio pochi giorni prima del nostro arrivo, ha ribadito di voler portare l’intelligenza artificiale in nove fabbriche cinesi su dieci entro il 2030. In Italia non siamo neanche a una su dieci.

A gennaio, quando il “momento Sputnik” dell’IA DeepSeek aveva terremotato i mercati, avevo provato a visitare la Zhejiang University frequentata dal suo fondatore come dalla quasi totalità dei tecnologi cinesi. Avevo scritto alla “Stanford cinese” mettendo bene in evidenza tutte le mie credenziali. Compresa la traduzione, per la pechinese Social Sciences Academic Press, del nostro libro ammazza-cliché. Purtroppo aveva sortito un effetto ancora minore del prozio comunista. Avevo scritto di nuovo. Poi ancora. Contattato la rappresentanza fiorentina di quell’università. Cercato via ambasciata. Rincorso anche l’interessamento di amici sinoitaliani influenti. Niente di niente di niente. Ma questa è una storia costellata di lost in traslation: culturali, più ancora che linguistici. Talvolta non capiscono, ma spesso non gli interessa proprio di comunicare. Sono in un campionato a parte, dove vincono tutte le partite. Il boom di rinnovabili, che coprono più della metà del fabbisogno energetico nazionale, con simultanea chiusura di centrali a carbone e industrie inquinanti nei dintorni, ha migliorato assai il cielo sopra Pechino. Il tutto con una crescita superiore al 5 per cento che noi ci sogniamo dal Dopoguerra. Insomma, se confrontiamo l’hardware, industria ed economia, non c’è partita. Sul software, cultura popolare e capacità attrattiva del sistema, hanno ancora da faticare. Al netto dei pelouche mostruosetti, Labubu, per cui i ragazzi cinesi fanno la fila da PopMart dopo il lancio globale da parte di una stella del K-Pop. Ragionando di questo décalage tra potenza economica e culturale mi attraversa la mente una parafrasi della truce ma illuminante gag di Corrado Guzzanti sull’aborigeno: “Cinese, ma io e te che cazzo se dovemo di’?”. Già. La Cina non è vicina, è molto più avanti. Detto questo, che bello tornare a casa. Quando finalmente incrocio Enmei all’uscita da scuola l’avvicino orgoglioso e pudibondo: «Sono stato a Pechino, Grande Muraglia e Shanghai». «Io no Pechino, Hangzhou», sorride. Quel che doveva dire, l’ha detto. Sua figlia Monica invece è una chiacchierona. È nata qui e, a sei anni, è già l’interprete ufficiale dei suoi genitori. Oltre che la più elegante, nonché tra le più sveglie, della classe.

Sul Venerdì del 28 novembre 2025

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