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Lodo Guenzi: «Lo Stato sociale tornerà? Non ne ho idea. Ho sbagliato a chiamare Dario Fo Maestro»

Lodo Guenzi 

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Messa da parte (non definitivamente) la musica, il cantante e attore torna al teatro, il primo amore, per interpretare il Matto in Morte accidentale di un anarchico scritto dal premio Nobel con Franca Rame
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Non era nato quando Dario Fo e Franca Rame scrivevano Morte accidentale di un anarchico, nel 1970. «E non li ho mai visti in scena. Ho solo un vergognosissimo incontro da ragazzino. A Bologna, in via Cartoleria, un giorno vedo Fo, tra le figure mitologiche della mia adolescenza visto che sono figlio di una donna che ha fatto il ’77... Gli dico: “Buonasera Maestro”. Lui si gira, mi guarda malissimo e se ne va. La morale? I veri Maestri non vogliono sentirselo dire».

Lodo Guenzi è un 39enne sagace, artista con una storia interessante, teatro e Sanremo, culture giovanili e successi di mercato, Cechov e il pop sfacciato della band Lo stato sociale. L’ultimo passo è, appunto, Dario Fo, di cui nel ’26 si celebra il centenario: Morte accidentale di un anarchico, una delle più belle commedie di Fo-Rame, che «ricostruisce la dinamica dell’assassinio di Giuseppe Pinelli il 16 dicembre del ’69, mettendo insieme teatro politico e paradosso giullaresco, controinformazione e farsa», come dice il re…

Non era nato quando Dario Fo e Franca Rame scrivevano Morte accidentale di un anarchico, nel 1970. «E non li ho mai visti in scena. Ho solo un vergognosissimo incontro da ragazzino. A Bologna, in via Cartoleria, un giorno vedo Fo, tra le figure mitologiche della mia adolescenza visto che sono figlio di una donna che ha fatto il ’77... Gli dico: “Buonasera Maestro”. Lui si gira, mi guarda malissimo e se ne va. La morale? I veri Maestri non vogliono sentirselo dire».

Lodo Guenzi è un 39enne sagace, artista con una storia interessante, teatro e Sanremo, culture giovanili e successi di mercato, Cechov e il pop sfacciato della band Lo stato sociale. L’ultimo passo è, appunto, Dario Fo, di cui nel ’26 si celebra il centenario: Morte accidentale di un anarchico, una delle più belle commedie di Fo-Rame, che «ricostruisce la dinamica dell’assassinio di Giuseppe Pinelli il 16 dicembre del ’69, mettendo insieme teatro politico e paradosso giullaresco, controinformazione e farsa», come dice il regista Giorgio Gallione. Lo spettacolo, dove con Guenzi recitano Eleonora Giovanardi, Alessandro Federico, Marco Ripoldi, Roberto Rustioni e Matteo Gatta, apre la tournée da Canzo (Como) il 16 dicembre, per terminare al Carcano di Milano, dal 17 febbraio.

Lodo, che effetto le fa recitare Dario Fo e Franca Rame?

«Devo confessare che il provino con cui sono entrato all’Accademia Pepe a Udine per fare l’attore era l’intermezzo degli Uccelli di Aristofane rifatto da Dario Fo. Solo che all’epoca non capivo tutto. Per esempio, la relazione tra popolare e politico: per la mia generazione il popolare era roba vecchia. Ma Morte accidentale è un testo incredibilmente moderno, un thriller giudiziario, con immaginari archetipici su figure come lo sbirro o il magistrato, per me avvincenti da figlio di una giudice. E poi si vede che è scritta da uno che di verbali della polizia ne ha masticati, perché emerge con chiarezza l’impunità del potere».

Lei recita il Matto, uno che cambia continuamente identità, il personaggio che era di Fo. Un onore.

«C’è tantissima roba in quel personaggio. È la follia che svela la verità e una maschera comica di grande sadismo».

Perché sadismo?

«Si prende gioco di tutti e la vena comica viene fuori quando svela le miserie del questore o del commissario con il loro strafottente senso di impunità. C’è una risata amara, una risata che sotto ha qualcosa che brucia. Non a caso per me la parte più folgorante è la presa in giro delle grandi ondate di indignazione, quel grande rutto collettivo, come dice Fo, che non scalfisce i rapporti di forza, né il Potere».

Lo pensa anche lei?

«Certo, finché non si cambiano i rapporti di forza economici non cambierà mai niente. Non basta acculturare le persone. Viviamo in una bolla di privilegio dove continuiamo a parlarci tra noi che abbiamo fatto il liceo classico, ma non sappiamo nulla del mondo lì fuori. Il vero atto politico è raccontarlo. Raccontare, come fa il mio migliore amico Nicola Borghesi, i metalmeccanici della Gkn, che nel 2021 licenziò gli operai con una mail, portandoli in scena in Il Capitale, o i volontari della Sea Watch 5 protagonisti di A place of safety, uno spettacolo che sta conquistando tutti. A Roma lo scorso settembre, quando alcuni dei volontari erano imbarcati con la Flotilla, li abbiamo sostituiti noi attori e credo di parlare anche a nome di Elio Germano, Lino Musella e gli altri che si sono avvicendati quando dico che è stato un onore esserci, essere in un incrocio importante tra quello che succede nel mondo e quello che ha senso raccontare».

A proposito di esserci: parlando di sé, ha confessato che da bambino era dappertutto perché voleva farsi notare. E oggi?

«Vorrei meno attenzione, ma migliore: il teatro che è fuori dalla comunicazione generalista ha qualità di sguardo».

Da marzo, proprio a teatro, riprenderà Toccando il vuoto, un testo tosto.

«Molto bello, di David Greig. Parla di scelte etiche, amicizia, persone che non vogliono morire, partendo dalla vera storia di due alpinisti vittime di un incidente in fase di discesa, con uno dei due costretto a tagliare la corda, sacrificando il compagno. Uno spettacolo duro. No, non sul piano emotivo, io sono abituato alla disperazione, ma sul piano proprio fisico, del corpo».

Con lo Stato sociale tornerete mai in scena?

«Non ne ho idea. Quando nel 2023 è morto Matteo Romagnoli, che era il nostro manager, è diventato molto complicato riorganizzare la mia vita, la band... Era la persona con cui facevo tutto e ora è difficile capire come funzionare senza di lui. Ogni tanto suono col mio amico cantautore, Nicolò Carnesi, con i Musici di Guccini, o scrivo per altri, però, ecco, quella energia primigenia che era Lo stato sociale, data da un equilibrio di sei persone, al momento è un tavolo senza una gamba».

Lo Stato Sociale, il backstage di 'Una vita in vacanza'

Perché prima diceva che è abituato alla disperazione?

«Era una battuta. Però è vero che non sono bravo a godermi successo e felicità. Troppo irrequieto, ossessionato dal lavoro. Ma non ci sto male. Io, per esempio, sono anosmico, non sento gli odori ma non conoscendoli non soffro. Se una cosa non la conosci, non ti manca».

Progetti?

«Forse tornerò sul set per una cosa per me molto importante, ma mi devo fermare qui, perché è tutto in fase di definizione».

Attore, regista, musicista, scrittore? Qual è la sua professione?

«Tengo banco, dimmi cosa ti serve e io lo faccio. Come dice il mio amico Nicola: tenere banco per non morire».

Sul Venerdì del 12 dicembre 2025

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