Miami è la metropoli più povera, oltre che più latina, degli Stati Uniti» diceva qualche anno fa il giornalista Jim Mullin. Erano i primi anni Duemila e, oltre vent’anni dopo, poco è cambiato: nel luogo simbolo del lusso e del consumismo a stelle e strisce, basta uscire dal raggio di Ocean Drive per scoprire una città che nessun video su TikTok racconta. Nei parcheggi dei supermercati di Hialeah, per dire, alle sei del mattino file di lavoratori attendono i furgoni dei contractor. Parlano quasi solo spagnolo, molti non hanno documenti e tutti affrontano affitti in continua crescita. È ciò che ha osservato – tra le altre cose – Antoine Martin, 28 anni, fotografo francese che durante un viaggio in solitaria nel 2018, si è imbattuto in Esquina de Abuela, uno spazio ibrido tra luogo artistico e centro culturale che ospita eventi per le comunità latine.
Miami è la metropoli più povera, oltre che più latina, degli Stati Uniti» diceva qualche anno fa il giornalista Jim Mullin. Erano i primi anni Duemila e, oltre vent’anni dopo, poco è cambiato: nel luogo simbolo del lusso e del consumismo a stelle e strisce, basta uscire dal raggio di Ocean Drive per scoprire una città che nessun video su TikTok racconta. Nei parcheggi dei supermercati di Hialeah, per dire, alle sei del mattino file di lavoratori attendono i furgoni dei contractor. Parlano quasi solo spagnolo, molti non hanno documenti e tutti affrontano affitti in continua crescita. È ciò che ha osservato – tra le altre cose – Antoine Martin, 28 anni, fotografo francese che durante un viaggio in solitaria nel 2018, si è imbattuto in Esquina de Abuela, uno spazio ibrido tra luogo artistico e centro culturale che ospita eventi per le comunità latine.
Per chi ama le statistiche, ecco qualche dato: nell’ultimo anno Miami ha battuto ogni record di costo della vita. In quartieri come Allapattah o Little Havana, gli affitti sono aumentati oltre il 20 per cento. La gentrificazione, e questo è un dato interessante, non arriva con le boutique di lusso ma, banalmente, con la matematica: stipendi fermi, prezzi esplosi, nessuna rete di protezione. Gli stessi problemi che stanno affossando, su base nazionale, l’American Dream di Trump: o almeno, così dicono i sondaggi. Chi non riesce più a pagare si sposta nelle aree di Florida City o Homestead, dove i motel funzionano come residenze provvisorie. Le cronache raccontano di studenti che cambiano indirizzo ogni tre mesi, famiglie che spariscono nel nulla, altre che si accorpano in un’unica stanza. «A New York ci sarà un regime comunista, la gente andrà via. E Miami diventerà un rifugio», ha detto qualche giorno fa il presidente, commentando la vittoria di Zohran Mamdani alle elezioni per il sindaco della Grande Mela.
Effetto Donald
In realtà non è proprio così. Sul fronte politico, la tensione a Miami è costante. La stretta di Trump sugli immigrati senza documenti – controlli più rigidi, espulsioni, rischi maggiori per chi li assume – ha avuto come effetto collaterale campi lasciati senza manodopera, ristoranti a corto di personale, lavori edili rallentati. Eppure, nei quartieri a maggioranza cubana, haitiana o venezuelana, il voto resta in larga parte repubblicano.
L’appoggio a Trump riflette comunità che associano la destra americana a ordine, disciplina e anticomunismo. Secondo Mullin, Miami rappresenta la balcanizzazione dell’America latina: «Non solo vivono in distretti separati, tipo Little Haiti, ma ogni gruppo etnico sta per conto suo e fa affidamento solo sui propri rappresentanti. Da qui la mancanza di una visione globale della metropoli».Nel centro, intanto, la trasformazione procede senza guardarsi attorno. Brickell cresce in verticale, accumula grattacieli residenziali che si riempiono di nuovi arrivati: avvocati, startupper, manager attratti dalla promessa di tasse basse e clima favorevole. È una Miami che si muove in Uber, lavora nei coworking e cambia ristorante a ogni apertura. Le due città – quella dei nuovi ricchi digitali e quella dei lavoratori migranti – si sfiorano solo nel tragitto casa-lavoro. Persino la lingua diventa un confine: in molti supermercati si parla solo spagnolo, nei quartieri afroamericani soprattutto inglese o creolo.
Lo stesso autore di queste immagini, Martin, parla di una sorta di impossibilità di fondo: «Questa separazione è accentuata dal predominio dello spagnolo in un Paese anglofono, dal possesso di armi e dall’adozione di cani aggressivi: tutti modi per proteggersi dagli altri e mantenere le distanze».
A South Beach, tutto ciò scompare: turisti, cocktail, la versione vendibile della città. Basta un autobus verso Nord per trovare i lavoratori che rendono possibile quella vetrina: donne delle pulizie che affrontano due o tre turni al giorno, cuochi honduregni che condividono un appartamento in quattro, giardinieri che fanno avanti e indietro da Florida City perché in città non possono più permettersi nulla. Le tensioni sull’immigrazione e l’approccio securitario dello Stato pesano soprattutto su chi vive ai margini, facendo sì che Miami continui a vendere il suo sogno. Mostrando, in fin dei conti, un’America più reale della sua stessa immagine.
Sul Venerdì del 12 dicembre 2025