Come capita a molti, a un certo punto della vita ho avuto un crollo. Anche se l’immagine del crollo, col suo spezzarsi d’improvviso sotto lo scacco della gravità, non rende quel che succede per davvero. Che in fondo è più un mettere a tacere a lungo, un silenziare un’attività interiore, alzare il rumore in modo che sulla percussione del dolore prevalga tutto il resto. E invece di colpo poi qualcosa affiora e il rumore di fondo soccombe e c’è una sola voce che dice – cosa? che stai male? che soffri? Che non va, dice, molto più basicamente. Tutto questo avviene per un accidente? Per accumulo? Non saprei dirlo, probabilmente per tutto questo combinato, insieme a un orientarsi dell’ascolto verso quel punto dove il non dicibile continua a dirsi di continuo, in una specie di sussurrare inascoltato.
È un fatto che a un dato momento, intorno ai miei trent’anni, la voce prese il sopravvento e dovetti stare a sentire quello che diceva. Ora la questione, qui, non sono tanto le ragioni di quel cr…
Come capita a molti, a un certo punto della vita ho avuto un crollo. Anche se l’immagine del crollo, col suo spezzarsi d’improvviso sotto lo scacco della gravità, non rende quel che succede per davvero. Che in fondo è più un mettere a tacere a lungo, un silenziare un’attività interiore, alzare il rumore in modo che sulla percussione del dolore prevalga tutto il resto. E invece di colpo poi qualcosa affiora e il rumore di fondo soccombe e c’è una sola voce che dice – cosa? che stai male? che soffri? Che non va, dice, molto più basicamente. Tutto questo avviene per un accidente? Per accumulo? Non saprei dirlo, probabilmente per tutto questo combinato, insieme a un orientarsi dell’ascolto verso quel punto dove il non dicibile continua a dirsi di continuo, in una specie di sussurrare inascoltato.
È un fatto che a un dato momento, intorno ai miei trent’anni, la voce prese il sopravvento e dovetti stare a sentire quello che diceva. Ora la questione, qui, non sono tanto le ragioni di quel crollo. Piuttosto il fatto che mi decisi a cercare aiuto. E lo feci cercando di vincere due delle altre voci che parlavano. La prima era quella – eredità di un secolo machista – che coniugava malessere e vergogna, cioè la gogna sociale di cedere al fallimento consegnandosi alla terapia. Insomma, il marchio della fragilità. La seconda voce da vincere, era simile e opposta alla prima voce. E riguardava la scrittura. E cioè il pensiero che il mio dolore, quale che fosse la storia in cui a torto o ragione lo traducevo per me stesso – fosse la mia riserva aurea. Che insomma quel dolore stoccato fosse il mio bene primario, da conservare gelosamente, perché da lì, e solo da lì, avrei attinto per quello che scrivevo. Che insomma, se anche buttava sangue, per spostarci su una metafora più trita, quella era la mia fonte benedetta.
E insomma, fatto sta che poi lo feci. Chiesi aiuto, con un processo complicato di audizioni, con terapeuti differenti, in cui mi era difficile mettere da parte la vergogna, e soprattutto dismettere il controllo. Suonavo al citofono, e mi sedevo, o meglio saltellavo con le frasi intorno a un professionista, sempre con la guardia alta, tenendola – la guardia – soprattutto davanti al famoso punto in cui l’indicibile si dice inascoltato. Poi uscivo con le pive nel sacco, autosabotato, con la mia riserva aurea inattaccata. E il dolore sullo sterno che non lasciava respirare.
Finché poi trovai la persona che faceva al caso mio. Suonai al citofono, mi sedetti sopra una poltrona, e quello che mi disse fu sufficiente a far cadere le braccia lungo i fianchi, e a mettere a tacere in un istante, tra le due, la prima voce. Di quello che successe non è questa la sede in cui rendere conto, se non che non avrei potuto farmi regalo più grande e duraturo. Quel che invece conta è la seconda voce, che una volta ritornato a casa cominciò a mettermi con le spalle al muro. E la riserva aurea?, mi chiedeva. Se consegni il bottino, che cosa scriverai? Mi diceva, insomma, che sarei forse stato persino disposto a tenermi quel dolore soffocante sullo sterno, pur di non perdere l’incanto della parola scritta. E allora presi il telefono, e quando sentii un «Pronto» all’altro capo del filo, formulai la mia domanda. Smetterò di scrivere se divento un uomo felice?, chiesi con parole differenti. E la risposta fu prima una domanda: «A lei l’esperienza fa scrivere di più o di meno?». Di più. «Questa è un’esperienza”, concluse, e dopo mise giù.