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Massimo Giannini: “A sinistra manca la speranza”

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Non riesce più a dare l’idea di poter cambiare le cose e costruire un mondo migliore
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Caro Giannini, dall’intervista a Umberto Galimberti (il Venerdì del 28 novembre) ricavo un’idea angosciosa del nostro essere al mondo. La speranza è una categoria vuota: “Sperare vuol dire porre le condizioni per la disperazione”. Dunque, meglio non amare per non essere delusi? In questo dice di sentirsi greco, sì, ma delle scuole decadenti dei cinici e degli stoici (non di Epicuro, ad esempio). Nella cultura greca non esiste solo Esiodo, che parla della speranza come ultimo male. Ci sono anche Esopo e ancora Babrio, che nella speranza vedono invece l’ultimo bene, la “compagna di vita” che ci sostiene nei tempi disperati e promette di donarci tutti i beni che ci sono fuggiti. Sulla linea Nietzsche-Heidegger sono finiti anche i nostri maîtres-à-penser: lucide analisi, ma disperanti e senza prospettiva, che non sia il superomismo alla Elon Musk. Non ci resta che piangere? Non crede che a sinistra manchi soprattutto un pensiero?

Eliano Zigiotto (Lonigo - Vicenza)

Caro Eliano, Galimberti …

Caro Giannini, dall’intervista a Umberto Galimberti (il Venerdì del 28 novembre) ricavo un’idea angosciosa del nostro essere al mondo. La speranza è una categoria vuota: “Sperare vuol dire porre le condizioni per la disperazione”. Dunque, meglio non amare per non essere delusi? In questo dice di sentirsi greco, sì, ma delle scuole decadenti dei cinici e degli stoici (non di Epicuro, ad esempio). Nella cultura greca non esiste solo Esiodo, che parla della speranza come ultimo male. Ci sono anche Esopo e ancora Babrio, che nella speranza vedono invece l’ultimo bene, la “compagna di vita” che ci sostiene nei tempi disperati e promette di donarci tutti i beni che ci sono fuggiti. Sulla linea Nietzsche-Heidegger sono finiti anche i nostri maîtres-à-penser: lucide analisi, ma disperanti e senza prospettiva, che non sia il superomismo alla Elon Musk. Non ci resta che piangere? Non crede che a sinistra manchi soprattutto un pensiero?

Eliano Zigiotto (Lonigo - Vicenza)

Caro Eliano, Galimberti da grande filosofo quale è ci regala un pensiero critico. Dare speranza non è compito suo, ma della fede e semmai della politica. E qui concordo con lei: alla sinistra manca un pensiero, e soprattutto un pensiero “mitico”, cioè l’idea che l’azione e la condivisione tra gli uomini possano davvero cambiare le cose, costruire un mondo e un futuro migliore. Lasciamo stare gli orrori dell’Urss. Ma il comunismo nacque per questo: emancipare le masse sfruttate e diseredate. Il socialismo fiorì per questo: costruire una società più giusta, più libera e solidale. Un tempo la sinistra è stata tutto questo: la speranza del cambiamento. Non a caso, una delle poesie più belle di Franco Fortini si intitola proprio Se sperando. Chissà se la conoscono, in casa “dem”.

Altro che un problema viva l’astensionismo

Salve Giannini, noto con piacere che qualcuno inizia a domandarsi come mai la gente non va più a votare. Questa astensione al voto dilagante è un ottimo segnale: finalmente gli italiani stanno capendo che il non voto è l’unico strumento democratico e non violento che hanno. Avanti così e vediamo quando i partiti capiranno veramente il rischio che corrono. Massimo Meghi

Salve Massimo, capisco lo spirito, ma non lo condivido. Il “non-voto” può essere utile a suonare la sveglia a partiti sempre meno attenti ai bisogni reali della gente. Ma in Italia siamo andati oltre. C’è una sfiducia nella democrazia che sconfina nel nichilismo e nel “peggiorismo”. E il “tanto peggio, tanto meglio” non serve mai a svegliare i politici, ma solo a concedergli una pericolosa cambiale in bianco. Oggi per vincere le elezioni basta ben poco. Ma chi governa con il 26 o il 30 per cento dei consensi dei votanti decide per il 100 per cento degli aventi diritto. Così la democrazia muore. E il vero rischio non lo corrono i partiti: lo corriamo noi cittadini.

Mentre l’Europa fa accordi Meloni sa solo sorridere

Caro Giannini, lei ha capito qual è il posizionamento del nostro Paese in politica estera? Cosa vogliamo ottenere, quando Meloni va in visita nei vari Paesi? Sul fronte europeo i nostri partner hanno già messo a segno diversi risultati. Francia e Gran Bretagna hanno siglato accordi per il coordinamento delle rispettive capacità militari a sostegno di Europa e Nato. Parimenti, Gran Bretagna e Germania hanno firmato il trattato di Kensington per la mutua assistenza in caso di attacco armato, cooperazione su difesa e sicurezza, sviluppo congiunto di un nuovo sistema missilistico a lunga gittata. E noi? A parte sorrisi e strette di mano in favore di telecamera, quali risultati concreti hanno portato i numerosi viaggi della nostra premier?

Giuliana Ranaldi

Cara Giuliana, Meloni aveva retto la linea euro-atlantica, contro la Russia e a fianco dell’Ucraina. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, ha cominciato a sbandare. Oggi, pensando alla nostra politica estera, mi viene in mente l’ultimo romanzo di Dan Brown. Uno dei protagonisti è una cavia della Cia cui è stata sdoppiata la personalità. Nel suo corpo convivono una donna, Sasha, e un uomo, Dimitri. L’Italia è quel corpo: Meloni è Sasha, cheerleader di Donald ma ancora vicina a Zelensky, mentre Salvini è Dimitri, maggiordomo di Putin che vuole la resa di Kiev e la ripresa del business con Mosca. Reggerà, questo corpo uno e bino?

I pedoni sono a rischio ma non se ne parla

Caro Massimo, nessuno parla delle stragi sulle nostre strade. Chiederei al governo di munire gli 80enni di paletta rossa, verde o blu, per segnalare il desiderio di usare le strisce pedonali. Va da sé che la spesa-paletta dovrà esser addebitata ai signori politici. Gianfranco Casati

Caro Gianfranco, il “tiro al pedone” pare ormai un tragico sport nazionale. È vero che i politici non se ne occupano. Ma qui il problema siamo prima di tutto noi automobilisti. Nella giungla urbana ed extra-urbana sono saltate tutte le regole: limiti di velocità, semafori, strisce pedonali, precedenze, frecce, cinture. Una colpa, però, la politica ce l’ha: in giro vedo sempre meno vigili. Signori sindaci, fateli uscire dagli uffici e rimandateli per strada. È quello il loro “posto di lavoro”.

Si vince al centro e allora Mamdani?

Caro Massimo, in una tua risposta alla lettrice Irene di qualche settimana fa hai sottolineato che il Pd “ha recuperato voti a sinistra, ma non allarga il perimetro”, sottintendendo – se ho capito bene – al centro. E poi hai citato Mamdani, di cui non vedi i cloni. Ma Mamdani non sta al centro: non ti sembra una vistosa contraddizione?

Paolo Perini

Caro Paolo, io non parlo mai di “centro”, ma di “blocchi sociali”. In questi tre anni il Pd di Schlein ha meritoriamente recuperato consensi tra giovani, pensionati, precari, lavoratori dipendenti. Ora, come Togliatti ai tempi del famoso discorso su “Ceti medi e Emilia Rossa”, deve farlo anche con gli altri: autonomi e professionisti, imprenditori e capitalisti, cattolici e astensionisti. Non è questione di “radicalismo” o “riformismo”: è ora di proporre un’idea del mondo e un progetto per il Paese. Quanto a Mamdani: lui è sindaco di New York nell’America di Trump. Qui serve un’alternativa credibile nell’Italia di Meloni.

Sul Venerdì del 19 dicembre 2025

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