Kate Winslet: “Divento regista per cambiare Hollywood”
di Roberto CrociKate Winslet non è una donna che si arrende facilmente, né ha paura ad affrontare ostacoli che sembrano insormontabili: ha scelto di produrre e interpretare la serie televisiva Omicidio a Easttown, progetto alquanto complesso (vinse un Emmy come migliore attrice), ha sfidato Hollywood per diventare la fotoreporter Lee Miller in un film che nessuno sembrava interessato a finanziare. La incontriamo ora per parlare del suo debutto alla regia: Goodbye June, dal 24 dicembre in streaming su Netflix. È stato scritto dal figlio Joe Anders – avuto con l’ex marito, il regista Sam Mendes – e coinvolge un cast composto da Andrea Riseborough, Johnny Flynn, Timothy Spall, Toni Collette e dalla stessa Winslet: insieme interpretano una famiglia litigiosa che si riunisce prima di Natale per salutare la matriarca che si è aggravata, interpretata da Helen Mirren.
Sono 35 anni che fa cinema. Perché dirigere il primo film proprio ora?
«Dopo aver trascorso tanti anni a sostenere le donne in questo bus…
Kate Winslet non è una donna che si arrende facilmente, né ha paura ad affrontare ostacoli che sembrano insormontabili: ha scelto di produrre e interpretare la serie televisiva Omicidio a Easttown, progetto alquanto complesso (vinse un Emmy come migliore attrice), ha sfidato Hollywood per diventare la fotoreporter Lee Miller in un film che nessuno sembrava interessato a finanziare. La incontriamo ora per parlare del suo debutto alla regia: Goodbye June, dal 24 dicembre in streaming su Netflix. È stato scritto dal figlio Joe Anders – avuto con l’ex marito, il regista Sam Mendes – e coinvolge un cast composto da Andrea Riseborough, Johnny Flynn, Timothy Spall, Toni Collette e dalla stessa Winslet: insieme interpretano una famiglia litigiosa che si riunisce prima di Natale per salutare la matriarca che si è aggravata, interpretata da Helen Mirren.
Sono 35 anni che fa cinema. Perché dirigere il primo film proprio ora?
«Dopo aver trascorso tanti anni a sostenere le donne in questo business dominato da uomini, ho pensato che se non l’avessi fatto ora non avrei mai contribuito al cambiamento. Ho sempre avuto grande stima dei registi con cui ho lavorato, ho imparato molto, anche cose che forse non mi sono state utili come attrice. Autori come Danny Boyle e Francis Lee mi chiedevano perché non avessi mai diretto un film, visto che per loro ho una mente che ragiona molto per immagini. Sono rimasta sorpresa, perché come attrice sono piuttosto tecnica, analitica, ma allo stesso tempo sono molto attenta a ciò che accade intorno a me, non solo agli attori, ma anche alla troupe. Così, quando è arrivato Goodbye June, mi sono sentita pronta».
Come è stato leggere per la prima volta il copione scritto da suo figlio?
«Non mi ha sorpreso che Joe avesse scritto una sceneggiatura, perché è sempre stato un brillante autore di poesie, e in passato ha collaborato a progetti creativi legati al teatro. Mi ha stupito quando mi ha detto che aveva fatto domanda per un posto in una scuola di sceneggiatura a Londra e lo avevano preso. È molto umile, a volte insicuro delle proprie capacità, non mi aspettavo questo gesto di indipendenza. Quando è morta mia madre era adolescente e ricorda molto bene come la nostra famiglia si sia riunita all’ultimo momento da tutte le parti del mondo per stare vicino a sua nonna, con la quale aveva un rapporto molto stretto. Quindi ha preso questa storia come ispirazione creando una famiglia ordinaria che vive circostanze straordinarie. Una storia profonda ma anche divertente».
E quando gli ha proposto di farne un film come ha reagito?
«All’inizio malissimo! Quando ho letto il copione non era ancora finito, ma per me era già un potenziale film. Gli ho detto che avrei voluto produrre e interpretare una delle sorelle, perché a quel tempo non avevo alcuna intenzione di dirigerlo. Lui era molto preoccupato e mi ha detto: “No, no, mamma, è solo un compito per la mia classe di sceneggiatura. Cosa penserà la gente? Che ho scritto il mio primo film solo perché sei mia madre?”. Gli ho detto che non l’avrei mai fatto se non avessi trovato la sceneggiatura interessante. Ho fatto fatica a convincerlo che non stavo parlando da madre, ma da produttrice».
E dopo l’inizio delle riprese sono cambiate le cose?
«Ho chiesto di averlo accanto a me durante tutta la durata delle riprese. In molti film che ho girato, appena viene scelto il regista, lo sceneggiatore scompare, e la cosa mi è sempre suonata strana. Non potevo sopportare l’idea che questo accadesse a lui. Non volevo che l’esperienza di Joe finisse nel momento in cui consegnava la sceneggiatura, volevo che quello fosse il punto di partenza, perché quando vedi gli attori che recitano le tue parole e le rendono proprie, è uno dei momenti più emozionanti del processo creativo di un film».
Come è stato il lavoro sul set?
«Mi ha sorpreso la fiducia che ho avuto in tutti quelli che mi hanno aiutata in questo progetto. Sono molto grata di aver instaurato ottimi rapporti con i membri delle troupe con cui ho lavorato nel corso degli anni. Quando si gira un film con un budget relativamente ridotto, come nel nostro caso, e si hanno a disposizione solo 35 giorni per le riprese, e l’attrice protagonista, Helen Mirren, è disponibile solo per 16 di quei 35, allora devi metterti nelle mani dei tuoi collaboratori. Sono sempre stata molto orgogliosa delle volte in cui sono stata la prima scelta nel cast, perché puoi dare l’esempio e insegnare agli altri a lasciare tutti i problemi personali fuori dal set, e concentrarti solo sul momento. Ho fatto lo stesso come regista».
In che modo l’esperienza da attrice l’ha aiutata come regista?
«La prima scelta che ho fatto è quella che avevo sempre sognato come attrice e che non mi è mai successa: impostare le posizioni delle telecamere e bloccarle in modo da poter dare agli attori uno spazio completamente vuoto, che li riprendesse senza che loro si accorgessero di nulla. Non è un trucco per imbrogliarli, o prenderli di sorpresa, ma una scelta consapevole per lasciarli liberi, per dar loro la possibilità di interagire spontaneamente, senza avere il mio sguardo costantemente su di loro. Per molte riprese ho avuto risultati sorprendenti, inaspettati».
Ci sono registi a cui si è ispirata?
«Il tono di Goodbye June l’ho sempre pensato come una via di mezzo tra Segreti e bugie e Quattro matrimoni e un funerale. Volevo proprio quel tipo di ritmo, molto britannico, trovo che ci sia un certo conforto nella monotonia dei pub e degli ospedali. Stranamente, quando affrontiamo perdite come quella di Goodbye June, a volte ci si ritrova a fare battute strane o accadono cose divertenti, perché non si sa come reagire davanti a tutto il dolore. Quindi sì, l’umorismo di Richard Curtis e le situazioni di forte impatto emotivo di Mike Leigh erano nella mia mente fin dall’inizio».
Perché ha scelto anche di recitarci?
«Non avevo intenzione di fare tutto quello che ho poi fatto in questo film. E nonostante interpretare Julia sia stato faticoso, rifarei esattamente tutto. La perdita di mia madre è stata difficile, e per quanto abbia cercato di separare il mio ruolo di figlia da quello di attrice, non ci sono riuscita. Inoltre, ascoltando le conversazioni tra Helen Mirren e Tim Spall mentre li dirigevo mi sono resa conto di quanto abbia perso delle conversazioni tra i miei genitori, semplicemente perché non ero presente o non ho chiesto a mia madre tante cose che avrei voluto sapere. Alcune delle relazioni più complesse che abbiamo nella vita riguardano spesso le persone che amiamo di più al mondo».
Sostiene da sempre le donne del cinema. Come ha scelto la troupe?
«Sostengo i talenti femminili in qualsiasi campo, che si tratti di una direttrice della fotografia, una sceneggiatrice o una regista, perché penso che alle donne, rispetto agli uomini, non vengano offerte le stesse opportunità. In questo film abbiamo avuto una troupe composta al 50% da uomini e al 50% da donne. Anzi, verso la fine credo che le donne fossero più numerose».
Cosa vorrebbe che il pubblico provasse guardando Goodbye June?
«Spero che offra alle persone l’opportunità di sentirsi abbastanza coraggiose da affrontare alcune conversazioni con i propri cari, qualunque sia la loro situazione familiare. Non sappiamo mai quanto tempo abbiamo a disposizione, ma sappiamo che è molto prezioso».