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Brainrot & Co.: i filmati generati dall’intelligenza artificiale sono una “sbobba”. Cosa significa?

Un’immagine di Fabian Mosele, generata con Midjourney: rappresenta il cosiddetto Italian Brainrot, una delle forme più popolari di slop con personaggi improbabili 

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In inglese si dice Slop, parola del 2025 per l’Economist: si riferisce ai contenuti dall’estetica estraniante che invadono social (e cervello). Non senza conseguenze
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L’ultimo video natalizio di McDonald’s, che elenca con sadica precisione tutto ciò che può andare storto durante le Feste per suggerire, tra le righe, di rifugiarsi nei rassicuranti fast food, e lo spot di Coca-Cola con i camion addobbati e sbrilluccicanti che avanzano nella neve, entrambi travolti dalle critiche online perché generati al 100 per cento dall’intelligenza artificiale (sinonimo di produzione superficiale e anonima e di “minimo sforzo”) non sono incidenti isolati. Sono solo gli ultimi sintomi di un fenomeno più ampio, lo slop. Il termine, che in inglese significa “sbobba, brodaglia” indica contenuti dall’estetica straniante, spesso scollegati dall’esperienza reale, generati dall’Ia a costi irrisori e diffusi su scala industriale dagli algoritmi dei social media.

È un fenomeno dilagante, e non a caso l’Economist ha appena scelto slop come parola del 2025, anno in cui abbiamo visto davvero di tutto: dall’eroe di piazza Tienanmen che si esibisce in un numero di breakdance da…

L’ultimo video natalizio di McDonald’s, che elenca con sadica precisione tutto ciò che può andare storto durante le Feste per suggerire, tra le righe, di rifugiarsi nei rassicuranti fast food, e lo spot di Coca-Cola con i camion addobbati e sbrilluccicanti che avanzano nella neve, entrambi travolti dalle critiche online perché generati al 100 per cento dall’intelligenza artificiale (sinonimo di produzione superficiale e anonima e di “minimo sforzo”) non sono incidenti isolati. Sono solo gli ultimi sintomi di un fenomeno più ampio, lo slop. Il termine, che in inglese significa “sbobba, brodaglia” indica contenuti dall’estetica straniante, spesso scollegati dall’esperienza reale, generati dall’Ia a costi irrisori e diffusi su scala industriale dagli algoritmi dei social media.

È un fenomeno dilagante, e non a caso l’Economist ha appena scelto slop come parola del 2025, anno in cui abbiamo visto davvero di tutto: dall’eroe di piazza Tienanmen che si esibisce in un numero di breakdance davanti ai carri armati, allo squalo Trallallero Trallallà, che cammina con le sue sneakers blu sulla battigia, a Trump e Netanyahu che prendono il sole nella martoriata Gaza trasformata in resort.

Da un lato è incontestabile il successo virale di questi contenuti, dall’altro è innegabile che in molti suscitino un’istintiva repulsione. «Una caratteristica comune è la loro mediocrità, che deriva dal modo in cui gli algoritmi di Ia generativa apprendono: li si allena su un’enorme mole di dati, e quindi alla fine ogni rappresentazione tende ad assomigliare a una media di quei dati. Un volto umano sarà la media di milioni di volti ricevuti in input, e sarà magari perfettamente simmetrico e superficialmente attraente, ma anche del tutto generico, privo di personalità e quindi facilmente dimenticabile», spiega Anders Møller, ricercatore in scienza dei dati alla IT University di Copenhagen. «I modelli generativi come ChatGpt producono immagini che rappresentano una specie di “riassunto statistico” di ciò che esiste: cieli perfettamente sfumati, case e oggetti dai bordi “puliti” e dai colori uniformi, figure umane stereotipate. Questa prevedibilità rende più immediata e agevole la percezione: il nostro cervello non si affatica perché sono immagini, per usare una metafora alimentare, già premasticate e predigerite: e questa fluidità nel percepirle ci gratifica, anche quando il contenuto è sostanzialmente vuoto. Un po’ come il cibo da fast food, che vellica il palato anche se non ci nutre in modo sano. Lo slop è un fast food percettivo: gustoso in termini di stimolazione sensoriale, ma povero in termini di nutrimento informativo e cognitivo. E soprattutto asseconda la naturale pigrizia del cervello, mentre le immagini che vengono dalla realtà hanno spesso elementi di disturbo, imperfezioni, superfici che magari non riflettono la luce “come dovrebbero” e quindi richiedono un po’ di sforzo in più per essere interpretate».

Effetto “verità illusoria”

Molto del fascino dello slop deriva dal fatto che il cervello è una macchina che genera previsioni sul mondo, e le aggiorna ogni volta che riscontra una differenza tra ciò che si aspetta e ciò che arriva dai sensi. Stimoli molto tipici, come il classico “gatto acciambellato sul divano” o il “viale alberato autunnale”, generano pochi errori di previsione, perché il cervello li ha già ben consolidati. Le Ia generative tendono a produrre proprio queste rappresentazioni prevedibili, ed è quindi come se restituissero al cervello le sue stesse aspettative. E c’è di più: la fluidità nel percepire le immagini generate crea l’effetto “verità illusoria”. «Se qualcosa è facile da processare per il nostro sistema visivo, il cervello lo interpreta come qualcosa che abbiamo già visto più volte, e quindi probabilmente è “vero”» spiega Møller. «Questo tipo di pregiudizio è sensato e utile per ciò che vediamo in natura – se vediamo più volte un animale è ovvio che esiste davvero – ma diventa fallace di fronte a immagini generate artificialmente. Ecco perché la propaganda che fa uso della Ia generativa – o “slopaganda” – come quella di Donald Trump è particolarmente insidiosa: a livello inconscio è più facile crederci». E questo è forse il pericolo maggiore: contenuti del tutto slegati dalla realtà, ma al tempo stesso convincenti. Vale anche per lo slop testuale: secondo un’analisi della società Graphite su 65 mila siti, oltre il 50 per cento degli articoli che oggi si pubblicano online è frutto dell’Ia, e ha quindi, per la propensione dell’Ia ad “allucinare”, seri problemi di affidabilità: «Il marketing della Silicon Valley ha indotto quasi tutti a credere che i grandi modelli linguistici siano un efficace aiuto cognitivo. Ma non è proprio così», sostiene Walter Quattrociocchi, professore di informatica all’università La Sapienza di Roma. «Sono testi che vengono generati in maniera probabilistica e, seppure ben formulati formalmente, possono non avere alcun fondamento nella realtà: non c’è alcun controllo interno di verità, ma solo un assemblaggio automatico di linguaggio plausibile. Stiamo vivendo un fenomeno preoccupante che ho definito “epistemia”: la sostituzione della conoscenza con la simulazione della conoscenza, vale a dire la mera plausibilità linguistica. È un male contemporaneo che a mio avviso è molto peggio della semplice disinformazione. Senza contare che lo slop che oggi si riversa online sta già allenando gli algoritmi di domani, che così produrranno uno slop ancora peggiore, in un circolo vizioso». Un esempio drammaticamente attuale è quello scientifico: pochi giorni fa il Guardian ha riportato il caso di Kevin Zhu, neolaureato in informatica che nel solo 2024 risulta autore di ben 113 studi, definiti “un disastro” da esperti che li hanno esaminati e riconosciuti come frutto dell’Ia generativa.

Un problema per la scuola

«Anche i sommari che vediamo dappertutto sui social, e perfino su ScienceDirect, se sono generati da Ia contengono spesso informazioni scorrette: nel riportare un mio studio ha rimosso tutti i nomi delle coautrici, rimpiazzandoli col nome di uno studioso con cui collaboro spesso», dice Iris van Rooij, docente di scienze cognitive presso la Radboud University di Nijmegen. «Un altro problema serio sono le infografiche che dovrebbero riassumere il senso di uno studio: perfino su Nature ne sono state pubblicate di surreali e sbagliate (uno studio sull’autismo pubblicato a novembre è stato ritirato in dicembre per una figura insensata fatta con Ia). Lo slop è un pericolo per la conoscenza».

Ma anche quello più innocuo, ovvero l’infinità di video generati da Ia su TikTok, ha un rischio: «Vedo criticità per l’attenzione e la concentrazione», spiega Møller. «I contenuti sono fatti per scorrere “lisci”, una proliferazione di stimoli generici, che non lasciano traccia e ci spingono a passare oltre. È abbondanza senza profondità: vediamo molto, capiamo poco. E il cervello si adegua, abbassando la soglia dell’attenzione. E questo meccanismo, nei ragazzi, può danneggiare la capacità di apprendere».

Sul Venerdì del 2 gennaio 2026

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