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Andrea Bajani: da scomodi si legge meglio

TIC TAC Mi illudo di desiderare una poltrona e un tavolino per i piedi. Ma poi finisce che apro il libro seduto (e felice) sulle scale
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Arrivato a mezzo secolo di vita, ancora prendo delle grandi cantonate su me stesso. Come tanti. O potrei dire anche che, come tanti, sono bravissimo con gli autoinganni, ovvero quelle certezze su sé stessi che sono solo versioni stiracchiate di quel che ci fa comodo vedere nello specchio. Tra queste, di cui potrei fare un lungo elenco, c’è quella secondo cui il mio ideale sarebbe quello di avere un tempo e un luogo dedicato alla lettura. Che è simile – e complementare – a quella secondo cui vorrei uno studio per poterci scrivere durante la giornata. Ma che questo non sia vero l’ho capito da un bel pezzo, anche quando dentro casa lo spazio dedicato c’è o ci sarebbe. Lo guardo, penso a una versione alternativa di me stesso, e dopo scelgo la cucina e le briciole sul tavolo alle quattro del mattino. Con la lettura è differente, perché di mezzo c’è anche il corpo che reclama la sua parte. Che è una parte antitetica – o così almeno dice l’autoinganno – a quella della vita produttiva, dove s…

Arrivato a mezzo secolo di vita, ancora prendo delle grandi cantonate su me stesso. Come tanti. O potrei dire anche che, come tanti, sono bravissimo con gli autoinganni, ovvero quelle certezze su sé stessi che sono solo versioni stiracchiate di quel che ci fa comodo vedere nello specchio. Tra queste, di cui potrei fare un lungo elenco, c’è quella secondo cui il mio ideale sarebbe quello di avere un tempo e un luogo dedicato alla lettura. Che è simile – e complementare – a quella secondo cui vorrei uno studio per poterci scrivere durante la giornata. Ma che questo non sia vero l’ho capito da un bel pezzo, anche quando dentro casa lo spazio dedicato c’è o ci sarebbe. Lo guardo, penso a una versione alternativa di me stesso, e dopo scelgo la cucina e le briciole sul tavolo alle quattro del mattino. Con la lettura è differente, perché di mezzo c’è anche il corpo che reclama la sua parte. Che è una parte antitetica – o così almeno dice l’autoinganno – a quella della vita produttiva, dove se ne sta se non disciplinato almeno costretto a restare silenziato.

Nella lettura, invece, anche se sembra un paradosso, funziona come con lo sport. Se in quest’ultimo il corpo vuole scalmanarsi, pur compostamente, nella lettura vuole sconfinare. Un po’ perché a leggere si ha sempre la sensazione di espandersi gonfiati dalle parole che sono state scritte, e un po’ perché, concretamente, le gambe cercano di distendersi. Se seduti in poltrona, il piede cerca davanti il tavolino, la schiena sprofonda, e si sente il bisogno di non stare troppo stretti: dentro la cintura, in una maglia dal collo troppo stretto. Via tutto, e comodi per lasciarsi attraversare.

E così succede che l’autoinganno porta sempre autofrustrazione. Mi ricavo una mezza mattinata, mi rintano del mio ufficio, oppure in sala – dentro casa – e apro il libro con retorica e pronto al mio piacere. Ma poi non c’è niente da fare, e quella cosa diventa immediata coercizione. Come dovessi essere contento per forza, mi vedessi da fuori e mi dicessi di continuo “Guarda come legge comodo sulla sua poltrona”. E niente, mando al diavolo più o meno tutto quanto, svaligio la credenza di cose da mangiare, e poi comincio a perder tempo, a cercare diversivi per me stesso. Dentro il computer, nel telefono, oppure oltre la finestra.

E invece poi arrivano momenti, in cui di colpo capisco – come una minuzia – che quel che cerco sono gli interstizi. E succede per esempio, come è successo due o tre giorni fa, che mi siedo sulle scale, tra il piano delle stanze e la cucina. Lo faccio così, senza pensare, mi cerco il mio gradino e poi mi metto lì, invisibile a me stesso. Senza ragione o perché, come nel caso in questione, ho lasciato i bambini soli nella loro stanza. Non lo faccio troppo spesso, sono piccoli, ci sono cose da temere. Ma poi c’è questo piacere di sentirli giocare da oltre la loro porta, e al tempo stesso la sensazione che è bene che io non mi allontani troppo, che riesca almeno a sentire di che natura è la botta che si sente.E lì, tra il secondo e il terzo gradino, in quel mio momento da vedetta, mentre piantono e tengo in sicurezza le due infanzie chiuse nella stanza, apro un libro. È lì che le parole entrano davvero, negli spazi minuti ricavati nella vita su un gradino. Leggo poche righe, mi alzo, apro la porta, chiedo se va tutto bene, chiudo la porta, ritorno sul gradino. E mando giù avidamente, finché non arriva – da dentro la stanza, o sul mio viso – il primo pianto. A quel punto chiudo il libro.

Sul Venerdì del 16 gennaio 2026

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