Xi Jinping, nel nome del padre
di Filippo SantelliPrima dello Xi che tutti conosciamo – il presidente Jinping – tra gli alti papaveri del Partito comunista cinese c’era un altro Xi: suo padre Zhongxun. «Un rivoluzionario di primo piano e una figura di spicco del regime», racconta Joseph Torigian, storico americano dei sistemi autoritari, che gli ha dedicato un’appassionante biografia.
Una storia che cattura in sé, ma anche per quello che racconta del figlio, l’uomo più potente e misterioso di Cina: «La cosa che spicca di Zhongxun sono le esperienze di persecuzione che ha vissuto nel Partito, a cui però è rimasto sempre leale». Fedele alla descrizione che di lui aveva fatto Mao e che dà il titolo al libro: un uomo per cui “gli interessi del Partito vengono prima”.
Zhongxun si unisce al Partito da ragazzino negli anni 30. Che cosa lo fa salire nelle gerarchie?
«Un suo grande successo fu creare l’area di base (una roccaforte comunista, ndr) nel Nordovest del Paese, cioè dove si concluse la Lunga Marcia di Mao. Questo conta molto dopo la…
Prima dello Xi che tutti conosciamo – il presidente Jinping – tra gli alti papaveri del Partito comunista cinese c’era un altro Xi: suo padre Zhongxun. «Un rivoluzionario di primo piano e una figura di spicco del regime», racconta Joseph Torigian, storico americano dei sistemi autoritari, che gli ha dedicato un’appassionante biografia.
Una storia che cattura in sé, ma anche per quello che racconta del figlio, l’uomo più potente e misterioso di Cina: «La cosa che spicca di Zhongxun sono le esperienze di persecuzione che ha vissuto nel Partito, a cui però è rimasto sempre leale». Fedele alla descrizione che di lui aveva fatto Mao e che dà il titolo al libro: un uomo per cui “gli interessi del Partito vengono prima”.
Zhongxun si unisce al Partito da ragazzino negli anni 30. Che cosa lo fa salire nelle gerarchie?
«Un suo grande successo fu creare l’area di base (una roccaforte comunista, ndr) nel Nordovest del Paese, cioè dove si concluse la Lunga Marcia di Mao. Questo conta molto dopo la vittoria, perché lo status nel Partito riflette il contributo che hai dato».
Nel 1953 è ministro della Propaganda, un astro nascente, quando nasce Xi Jinping. Che influenza ha sull’educazione del figlio?
«Le famiglie di vertice temevano che i loro figli – i “principini rossi” – non fossero buoni eredi della rivoluzione, perché crescevano in un ambiente privilegiato. Era quindi tipica una disciplina rigorosa, ma nella famiglia Xi era particolarmente dura. Jinping poi frequentava una scuola per i figli dei funzionari militari, gestita secondo principi di disciplina ed educazione patriottica».
L’epurazione arriva nel 1962, quando Zhongxun è vicepremier e suo figlio ancora bambino. Il padre passa 16 anni da reietto, la famiglia perseguitata, una delle figlie si suicida: Jinping viene spedito a rieducarsi in campagna. Eppure restano fedeli.
«Zhongxun soffrì molto per la sorte della famiglia, un testimone racconta di averlo visto piangere. Ma quando Jinping lo va a trovare, alla fine della Rivoluzione culturale, riecco il lato duro: mentre fumano sigarette, in mutande per il caldo, lui chiede al figlio di recitare i discorsi di Mao».
L’uomo che li aveva rovinati?
«Rinnegare Mao avrebbe significato rinnegare la sua vita, l’idea che il Partito possa sbagliare ma sia l’unica forza in grado di organizzare la società. E poi c’è la convinzione che essere duri verso i figli faccia loro bene, che la sofferenza sia purificatrice. Su questo padre e figlio sono vicinissimi».
Mi viene in mente la fedeltà del clero alla Chiesa, ci assomiglia?
«Sì. Questi rivoluzionari consideravano il Partito una manifestazione di forze inevitabili della Storia. La differenza è che la Chiesa ha un messaggio di amore, non di lotta di classe».
Poi Zhongxun viene riabilitato e nella stagione delle riforme torna a ricoprire ruoli di vertice, mentre Jinping inizia la carriera politica nelle province. Essere figlio di un’eminenza rossa lo ha aiutato o ostacolato?
«Entrambe le cose. È impossibile negare che il padre abbia cercato di aiutarlo, in modi che anche persone vicine alla famiglia hanno considerato di cattivo gusto: allo stesso tempo il nepotismo era molto impopolare. Ma Xi si è sempre considerato diverso dagli altri “principini”: perché ha sofferto di più e perché negli anni 80 ha consacrato la sua vita al Partito, mentre tanti altri – compresi i suoi fratelli – pensavano a divertirsi e fare soldi».
È questa fedeltà alla causa che spiega perché, in un momento di crisi, il Partito abbia scelto come leader proprio lui, un segretario provinciale senza particolari meriti?
«Anche. Ma ci sono varie qualità che spiegano la sua ascesa: il fatto di non essere corrotto, la capacità di sviluppare relazioni, l’abilità di nascondere quello che pensa davvero».
Tutte in qualche modo ereditate dal padre. E però mentre Zhongxun fa spesso trasparire i tormenti dell’uomo dietro al politico, il figlio Jinping pare una maschera imperturbabile. L’uomo dov’è?
«Xi Jinping è il prodotto di un tipo particolare di organizzazione politica, che prevede di sottomettere la personalità allo scopo e ha portato tutto questo a livelli estremi. Chi lo ha incontrato racconta che può cambiare in modo radicale, sembrare autentico e genuino o misterioso e regale. Una vera macchina politica, allo stesso tempo il volto del Partito e senza volto».
Suo padre era un riformista, mentre il figlio ha riportato il Partito al centro, in controllo di tutto, e se stesso al centro del centro. Jinping è più “il nipote di Mao”, come dice qualcuno, che il figlio di Zhongxun?
«Molti hanno usato il padre come arma contro il figlio, dicendo che Zhongxun era una brava persona e un riformatore, mentre Jinping ha ricondotto la Cina indietro. Ma il padre era prima di tutto un uomo del Partito, e il figlio non rifiuta le riforme, dice di volerle rendere migliori. Non credo che pensi di aver rinnegato il padre, ma che la vera lealtà è essere flessibili e innovativi. Vale anche per la concentrazione del potere al vertice, che Zhongxun aveva patito e criticato: Jinping sta cercando di istituzionalizzare quel potere, occupandosi anche degli affari correnti e tenendo riunioni costanti, cosa che né Mao né Deng facevano. La si può leggere anche in modo diverso: cioè che da leader abbia cambiato idea e ritenga di dover avere molto potere perché il Partito sopravviva».
Dall’era di Xi Jinping la Cina e il Partito usciranno più forti?
«Quello cinese è un sistema in cui convivono forze e debolezze straordinarie. Xi potrebbe passare alla Storia come il leader che ha saputo conciliare sicurezza e crescita per far proseguire l’ascesa, o come quello che ha reso i problemi ancora più seri e accelerato una transizione verso altro».
Per quale delle due propende?
«Dipende dall’evoluzione di due sfide chiave. La prima è progettare la successione: indicare un nome può essere destabilizzante, ma anche morire senza averlo fatto. La seconda è conquistare giovani, che sentono le proprie vite esaurite da un’enorme competizione. Come convincerli che il modello è quello buono? Per Xi probabilmente la risposta è che la sofferenza è necessaria, non è detto che a loro basti».
Sul Venerdì del 23 gennaio 2026