Se gli unici colori che potessimo percepire fossero quelli più accesi, come il giallo fluo o il blu elettrico, perderemmo la bellezza dei fiori, del tramonto e dell’arcobaleno. Noi che viviamo in città oggi soffriamo di una deprivazione simile, non visiva bensì sonora: i suoni delicati – come il fruscio del vento tra gli alberi o il canto di un merlo – vengono sommersi dal rumore di fondo, perché viviamo “acusticamente abbagliati”. Lo racconta Nicoletta Polla-Mattiot, giornalista e docente di Ecologia del silenzio alla Iulm di Milano, nel saggio Il silenzio è rivoluzione (Einaudi). I dati lo confermano: per l’Agenzia europea dell’ambiente, il 43 per cento degli italiani è esposto a livelli di rumore urbano compresi tra 55-59 decibel (all’incirca il livello di un ufficio rumoroso) e 75 decibel (il traffico intenso). «Un adulto cresciuto in ambiente urbano tende a prestare attenzione a suoni intorno a 50 decibel (una conversazione) e non perché non possa udire quelli più tenui, ma perch…
Se gli unici colori che potessimo percepire fossero quelli più accesi, come il giallo fluo o il blu elettrico, perderemmo la bellezza dei fiori, del tramonto e dell’arcobaleno. Noi che viviamo in città oggi soffriamo di una deprivazione simile, non visiva bensì sonora: i suoni delicati – come il fruscio del vento tra gli alberi o il canto di un merlo – vengono sommersi dal rumore di fondo, perché viviamo “acusticamente abbagliati”. Lo racconta Nicoletta Polla-Mattiot, giornalista e docente di Ecologia del silenzio alla Iulm di Milano, nel saggio Il silenzio è rivoluzione (Einaudi). I dati lo confermano: per l’Agenzia europea dell’ambiente, il 43 per cento degli italiani è esposto a livelli di rumore urbano compresi tra 55-59 decibel (all’incirca il livello di un ufficio rumoroso) e 75 decibel (il traffico intenso). «Un adulto cresciuto in ambiente urbano tende a prestare attenzione a suoni intorno a 50 decibel (una conversazione) e non perché non possa udire quelli più tenui, ma perché il rumore costante lo costringe a un ascolto selettivo», spiega Polla-Mattiot.
«L’inquinamento acustico inaridisce la varietà del panorama sonoro e rende più povera la nostra esperienza del mondo. La nostra natura parla chiaro: il silenzio non spegne ma anzi attiva il nostro cervello. Studi come quelli dei neuroscienziati Ben Scholl, Xiang Gao e Michael Wehr hanno provato l’esistenza di neuroni specializzati a percepire l’assenza di rumore», dice la docente.
Neuroni speciali
«Il che ha senso, in quanto l’assenza di rumore, in natura, è un segnale importante, che può rassicurarci di essere soli o può, se cala all’improvviso, suggerirci la presenza di un predatore. Fatto sta che il cervello è strutturato per percepire il silenzio, con un circuito neuronale dedicato: abbiamo, radicata nel nostro cervello, l’esigenza di ascoltare il silenzio». C’è chi, votandosi alla ricerca della quiete più assoluta, ha girato i continenti misurando i decibel nei luoghi più vari, come Gordon Hempton, fondatore di Quiet Parks International. Oggi sul sito dell’associazione (quietparks.org) si può trovare una mappa mondiale delle oasi di quiete: dal cratere del vulcano Haleakala alle Hawaii, alla riserva forestale Sinharaja in Sri Lanka. Più vicino a noi il sito segnala il villaggio montano di Vivo D’Orcia in Toscana, le isole Eolie, la foresta Bialowieza in Polonia. Ma Hempton ha un ricordo speciale delle foreste dell’Ecuador, sulle rive del fiume Zabalo. «Lì ho avuto un’illuminazione: una mattina stavo camminando nella foresta, su un sentiero fangoso, quando ho sentito un rumore di legno spezzato, e ho visto un albero massiccio che stava cadendo verso di me. Scattando per togliermi dalla traiettoria, sono caduto a faccia in giù nel fango. A quel punto ero conscio che non sarei riuscito a rialzarmi in tempo, ma mi sono sentito assolutamente tranquillo e lucido: non potevo fare altro che accettare la mia sorte», ricorda Hempton. «L’albero si è schiantato a pochi centimetri da me, lasciandomi miracolosamente intatto. Lì ho capito che se posso sentirmi completamente sereno mentre un albero minaccia di schiacciarmi, allora posso calmarmi ogni volta che voglio: il segreto è assorbire dentro di noi la quiete che possiamo trovare all’esterno per ricaricarci quando possibile».
Non è il silenzio assoluto quello che Gordon Hempton offre a chi visita le “sue” oasi, ma è appunto la quiete, cioè l’assenza di rumori legati alle attività umane.
Per capire ancora meglio la differenza tra quiete e silenzio totale possiamo visitare una camera anecoica, ovvero una stanza progettata per assorbire quasi completamente i suoni, impedendo echi e riverberi interni. La più famosa del mondo – assorbe il 99,99 per cento dei suoni e garantisce un ambiente a -24,9 decibel, ovvero molto al di sotto del più flebile suono percepibile dall’orecchio umano (corrispondente a 0 decibel) – è negli Orfield Laboratories di Minneapolis. Nata per aiutare i musicisti a cogliere l’essenza pura dei loro suoni, oggi è usata anche per scopi didattici e terapeutici. Steve Orfield, che la costruì trent’anni fa, spiega: «L’udito non ha una soglia fissa per ogni persona: è plastico, si adatta. Più è silenzioso lo spazio in cui siamo, più l’udito si affina. Se passi 30 minuti in una camera anecoica, diventi tu il suono: inizi a sentire il tuo battito cardiaco e le giunture che scricchiolano quando muovi gli arti. Dopo 45 minuti avverti rumori che non hai mai sentito nella vita: lo sbattere delle palpebre, il soffio dell’aria nei polmoni e il sangue che arriva al cervello scorrendo nell’arteria carotide».
Allucinazioni uditive
«E puoi sentire anche ciò che non esiste: il cervello, non tollerando a lungo l’assenza assoluta di stimoli esterni, può crearli dal nulla. Succede, ma non a tutti, nella camera anecoica se si sta per almeno 45 minuti a luci spente. Per questo la Nasa usa camere per studiare quanto si può rimanere confinati in un ambiente silenzioso prima di avere allucinazioni: in fondo, anche lo spazio è una camera anecoica». Il rumore tormenta invece noi terrestri: si stima che oltre 22 milioni di europei soffrano di disturbi del sonno, e che almeno un europeo su 5 conviva con livelli di traffico nocivo per la salute: il silenzio può diventare cura: «Stiamo partecipando a uno studio della University of Minnesota Medical School, diretto dallo psichiatra Kelvin Lim, per curare i veterani affetti da disturbo da stress post traumatico», dice sempre Orfield. «I test mostrano che dopo un’ora di camera anecoica l’ansia cala drasticamente». E aumenta la creatività.
«Così come un campo diventa più produttivo se, anziché coltivarlo in continuazione, lo si lascia incolto per un anno», conclude Polla-Mattiot. «Il silenzio ci consente di sfuggire al “troppo pieno” della società, che comprime la creatività: ritagliarsi spazi di silenzio è un po’ come mettere la mente a maggese».
Sul Venerdì del 23 gennaio 2026