Generazione Z, la speranza del Bangladesh
di Giuliano Battiston , - foto di Gabriele Cecconi«Questa è la prima occasione per la GenZ del Bangladesh di votare liberamente». Shahariar Islam è fra coloro che credono nel cambiamento: a 25 anni, lo studente del dipartimento di Religioni del mondo all’università di Dacca ritiene cruciali le elezioni parlamentari del 12 febbraio. A sentire lui, si tratta di un’occasione storica per i giovani del Paese da 170 milioni di abitanti che da mesi è nel pieno di una transizione politica dagli esiti incerti, innescata proprio da un movimento di protesta studentesco. «Durante il vecchio regime votavano perfino i morti. Erano elezioni farsa», racconta Shahariar. Il regime è quello di Sheikh Hasina, la leader dell’Awami League che da prima ministra ha guidato il Paese per quindici anni senza interruzioni, dal 2009 al 2024.
Fino alla cosiddetta “rivoluzione di luglio”, quando decine di migliaia di persone manifestarono per settimane sfidando i proiettili della polizia e dell’esercito: fino al 5 agosto 2024, quando la folla marciò verso la resid…
«Questa è la prima occasione per la GenZ del Bangladesh di votare liberamente». Shahariar Islam è fra coloro che credono nel cambiamento: a 25 anni, lo studente del dipartimento di Religioni del mondo all’università di Dacca ritiene cruciali le elezioni parlamentari del 12 febbraio. A sentire lui, si tratta di un’occasione storica per i giovani del Paese da 170 milioni di abitanti che da mesi è nel pieno di una transizione politica dagli esiti incerti, innescata proprio da un movimento di protesta studentesco. «Durante il vecchio regime votavano perfino i morti. Erano elezioni farsa», racconta Shahariar. Il regime è quello di Sheikh Hasina, la leader dell’Awami League che da prima ministra ha guidato il Paese per quindici anni senza interruzioni, dal 2009 al 2024.
Fino alla cosiddetta “rivoluzione di luglio”, quando decine di migliaia di persone manifestarono per settimane sfidando i proiettili della polizia e dell’esercito: fino al 5 agosto 2024, quando la folla marciò verso la residenza di Hasina a Dacca, la capitale, e lei fuggì in India. Vive ancora oggi a New Delhi, nonostante la richiesta di estradizione del Bangladesh: nel frattempo è stata condannata a morte in absentia per crimini contro l’umanità a causa delle 1.400 persone uccise nella repressione.
«Era diventata la peggiore autocrate. Mi ritengo fortunato ad aver contribuito alla sua caduta», nota con orgoglio Shahariar Islam. È orgogliosa anche Shima Akter, 26 anni, studentessa di musica nella capitale. «Sono stata una delle protagoniste della rivolta. Come donna, ho aderito perché l’ingiustizia colpisce noi per prime e più duramente». Shahariar Islam e Shima Akter hanno rischiato. Ma non erano soli.
«Ogni notte dormivo in una casa diversa, tornavo all’università passando per i vicoli degli slum per evitare i posti di blocco», racconta Onindya Biswas, studente di Fisica e musicista. «Due giorni prima della caduta del regime i filo-governativi mi hanno fermato. Stavano per farmi fuori, mi ha salvato un vecchietto», aggiunge Muhammad Abu Rasheed, musicista ventottenne. Mentre per il documentarista Fidel Drong «Hasina governava il Paese in stile fascista».
Azione e reazione
L’8 agosto 2024 si insediò il governo provvisorio guidato dal premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, 85 anni, noto come il “banchiere dei poveri” per aver aiutato a uscire milioni di persone dalla povertà attraverso la sua Grameen Bank. All’inizio l’arrivo al potere dell’economista e dei suoi uomini (fra loro ci sono alcuni studenti) generò moltissima speranza. «Ci sembrava un’occasione meravigliosa», riepiloga al Venerdì Fidel Drong. Ma Yunus – reduce da lunghi anni di battaglie giudiziarie contro l’Awami League e i suoi – chiese tempo per rifondare un Paese che definisce «spezzato». All’inizio incassa i dividendi politici della rivoluzione, poi perde presa e parte del consenso. L’esercito e i due partiti repressi e ostracizzati durante il regime di Hasina, il Bangladesh Nationalist Party (Bnp) e il Jamaat-e-Islami, formazione di stampo islamista, gliene concedono meno del necessario. Vogliono andare al voto, è la loro occasione e per questo scalpitano. Alla fine vincono: non a caso, quando la prossima settimana le urne si apriranno, a capo delle due principali coalizioni che si contendono i 350 seggi del Jatiya Sangsad, il Parlamento, ci saranno loro.
«Sono scettica sulle elezioni. Con la caduta dell’Awami League si è creato un enorme vuoto di potere, i partiti sono avidi. Vogliono rubare dalle tasche dei cittadini come Sheikh Hasina», spiega l’artista Faiza Fairooz, 23 anni, studentessa di Belle Arti, tra le prime nell’estate 2024 «a scendere in strada e manifestare, anche attraverso graffiti, stencil, disegni su muri ed edifici». Fairooz teme gli spettri del passato, le forze reazionarie e conservatrici. Non è l’unica.
In fuga
«Il rischio è di passare da un fascismo a un altro», riassume Nezum Uddin Hridoy, 27 anni, scultore su posizioni anarchiche. Già studente della facoltà di Belle Arti a Dacca, è preoccupato per la crescita del Jamaat e degli altri partiti islamisti. «Quando irrompono nella sede delle Belle arti e distruggono statue di Mujib Rahman, il padre di Sheikh Hasina, sono contro il leader politico o contro l’arte di per sé?». Molto attivo nelle settimane della rivoluzione, ha visto soffocare l’energia di quei giorni. Deluso, è emigrato. Ci risponde dalla provincia di Bergamo.Yunus non si candiderà alle elezioni: ha affidato la sua eredità politica alla “Carta di luglio”, un piano di riforme istituzionali che sarà sottoposto a referendum lo stesso 12 febbraio e prevede di conferire alla presidenza maggiore autorità, per bilanciare il potere del primo ministro. Nonché limiti ai mandati dei parlamentari e misure per prevenire conflitti di interesse, riciclaggio di denaro e corruzione.
Un progetto che sembra promettente ma non convince il filmaker Najmus Saqib: per lui lo spartiacque fra speranza e scetticismo è stato varcato il 12 dicembre, quando Sharif Osman Hadi – 32 anni, poeta e portavoce di Inqilob Moncho, piattaforma culturale del movimento studentesco – è stato ucciso in pieno giorno a Dacca. Hadi si era candidato alle elezioni, da indipendente. Per Saqib la sua morte è la dimostrazione che in Bangladesh le forze oscure sono tornate. «Era la mia unica fonte di speranza. È devastante che il suo assassino sia riuscito a fuggire in India e il governo sia rimasto impotente», commenta ora. A generare altra disillusione ha contribuito la scelta elettorale del National Citizen Party, il partito fondato dagli studenti rivoluzionari, che ha scelto di allearsi con gli islamisti di Jamaat. Cosa che ha provocato un terremoto di accuse e dimissioni nel movimento. «Mi rattrista vedere che una rivoluzione che ha sprigionato un’energia incredibile sia fallita così», lamenta Fairooz, l’artista. È realista, ma rimane battagliero Meghmollor Bosu, membro della più importante associazione universitaria di sinistra, la Bangladesh Students’ Union. «La rivoluzione ha risvegliato decine di migliaia di persone che in questi mesi non hanno trovato le strade giuste per la loro volontà di cambiamento, ma noi non ci arrendiamo. Lo spirito rivoluzionario è ancora vivo», conclude.
Sul Venerdì del 30 gennaio 2026