Il 16 maggio 2006, a Sassuolo nel Modenese, Luca Zambelli accoltella a morte la moglie Stefania Casolari, rendendo orfani i loro due bambini. Di lì a poco, nello sgomento delle famiglie, sposa in carcere una detenuta che aveva ucciso il marito. È l’orribile 2006, quando l’Istat conta 76 femminicidi. Di lì in poi, il numero scende e nel 2025 i casi sono 62 (dato del Viminale), proprio come nel 2024.
Ora, se una vita spezzata è già troppo, siamo a più di un caso la settimana. Ma il calo pare indubbio. Vuol dire che va un filo meglio? Che, più dei numeri, è l’efferatezza di certi delitti (vedi Anguillara) a colpire l’opinione pubblica? Teresa Manente, avvocata di Differenza Donna, dice: «Primo, vorrei sapere quanti sono i tentati femminicidi, dato che non viene raccolto. Il fatto è che dietro ogni femminicidio c’è una serie di violenze, anche solo psicologiche, espressione di controllo e di potere verso la donna che ha deciso di ribellarsi e chiudere la relazione. Si deve puntare su prevenzione ed educazione culturale. Ai nostri 23 centri si rivolgono in 3.000-3.500 l’anno, ma poi solo il 40 per cento sporge denuncia, e nella maggioranza sono le giovanissime a non farlo». Donata Columbro (autrice di Perché contare i femminicidi è un atto politico, Feltrinelli) osserva poi che «con questi numeri ogni ipotesi sul calo è speculativa». Anche per lei «i femminicidi sono la punta dell’iceberg: cosa succede intorno, è la domanda da farsi». In sintesi: guai ad abbassare la guardia.
Sul Venerdì del 6 febbraio 2026