Il Venerdì

Parallel.fbx, le immagini IA prendono vita

Dal portfolio del Venerdì del 6 febbraio, le animazioni di uno dei maggiori artisti digitali italiani

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Se gli si chiede che effetto voglia provocare nello spettatore, Cristian Poddighe non ha dubbi. «Ti sembra di averlo già visto ma, in realtà, non è mai esistito» dice come una constatazione, non come uno slogan. Ed è forse il modo più semplice per orientarsi nelle sue immagini, che sembrano arrivare dal cinema, dalla moda, dalla pubblicità, ma senza appartenere davvero a nessuno di questi mondi. Poddighe – alias Parallel.fbx – è uno degli artisti digitali italiani più riconoscibili emersi con l’intelligenza artificiale generativa. Lo è perché usa l’IA per creare quel che definisce un cortocircuito visivo. «Quando un’immagine è davvero contemporanea, non basta più guardarla» dice. Da questa idea nasce il progetto realizzato appositamente per il nostro settimanale: una serie di opere che non sono illustrazioni del testo, ma un sistema parallelo. «Sono lavori pensati per essere attivati, non solo guardati. La rivista diventa parte dell’opera, non il luogo in cui appare. Il contesto conta quanto l’immagine» spiega. E in un momento in cui l’editoria insegue il ritmo dei social, Parallel.fbx fa un gesto opposto e usa la carta stampata per rallentare: «Il Qr-code chiede un gesto, una scelta. In quel momento chi guarda diventa parte dell’opera. Non è più solo osservazione, ma esperienza».

Per capire questo approccio bisogna fare un passo indietro, ai primi anni Duemila del digitale interattivo in cui l’artista si è formato. «Non ho nostalgia di quel periodo, e quello che faccio oggi è più asciutto. Se l’arte vive ormai tra schermo, carta e feed, allora anche l’opera deve abitare più livelli insieme» ribadisce. Un’idea meno scontata di quanto sembri, soprattutto per chi arriva da un percorso classico.

Parallel.fbx ha studiato Graphic Design e Art Direction a Milano, poi ha lavorato tra agenzie, brand e nel digitale. A un certo punto, però, quel mondo gli è andato stretto. «Ho dovuto disimparare l’idea di controllo totale e di chiarezza a tutti i costi. Nel design sei addestrato a risolvere problemi, a rendere tutto leggibile e funzionale. Come digital artist ho dovuto accettare l’ambiguità, il dubbio, persino l’inefficienza». L’arte algoritmica nasce prima dell’IA come la intendiamo oggi. Negli anni 70 Harold Cohen sviluppava AARON, uno dei primi sistemi capaci di produrre disegni in autonomia. Con l’arrivo del deep learning, i modelli hanno imparato da enormi archivi di immagini, producendo opere sempre più complesse e riconoscibili.

Ma Parallel.fbx prende le distanze dall’idea dell’essere umano che comanda la macchina. «Per me non è uno strumento che esegue e basta, ma un sistema che mi contraddice. L’IA risponde con possibilità inattese, errori, slittamenti». Spesso il suo lavoro nasce da ciò che non aveva previsto: «In quel momento cerco di ascoltare invece di correggere subito. La parola chiave è slittamento. Qualcosa si sposta rispetto all’idea iniziale, e lì si apre un significato».

Un nodo fondamentale è il rapporto tra memoria e futuro. «La memoria serve a creare connessioni: immagini, simboli e riferimenti che riconosciamo subito. L’IA rende questo processo evidente, perché rielabora archivi visivi già esistenti. Il futuro nasce da come trasformiamo ciò che ricordiamo». Il Qr-code diventa un elemento centrale: un invito, ma anche una promessa non garantita. «Se resta questa sensazione di riconoscimento misto a dubbio, allora per me l’opera ha funzionato. Perché il lavoro non è mostrare qualcosa di nuovo, ma far emergere quanto le immagini che ci circondano siano già dentro di noi, rimescolate, replicate» spiega l’artista. Infine, l’autorialità, croce e delizia dei dibattiti intorno a quest’arte. «È condivisa. C’è la mia visione, il lavoro algoritmico e l’interpretazione di chi guarda. Il senso finale nasce dall’incontro tra questi elementi» dice Parallel.fbx. Se l’opera è su più livelli, anche il significato lo è. Nessuno, insomma, può possederla del tutto. «Sui social tutto è veloce e immediato. In una rivista c’è più tempo. Posso lavorare su immagini che non devono colpire subito, ma che si scoprono con calma» ribadisce. Così la frase iniziale – «ti sembra di averlo già visto, ma non è mai esistito» – smette di essere una definizione estetica e diventa una diagnosi culturale. Il presente è pieno di cose che sembrano già accadute, non per profezia ma per saturazione. In quella saturazione, quando funziona, l’arte non aggiunge un’altra immagine. «Cambia solo il modo in cui guardi ciò che hai già dentro» conclude l’artista. Nel frattempo, Christie’s ha organizzato la prima asta dedicata esclusivamente a opere generate con strumenti di IA: ha raccolto 728.000 dollari.

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