Addio Commodore, l’albergo mito di Beirut va in pensione
di - John FiegenerLinea verde. Guerra degli hotel. Hamra. Sabra e Chatila. Coco (il pappagallo). Sceglietela voi la parola migliore a cui accostarlo. Il risultato non cambia: qualche settimana fa Le Commodore Hotel di Beirut, dopo 83 anni di onorato servizio, ha chiuso silenziosamente i battenti. Lasciando una generazione di giornalisti – quella che ha raccontato la guerra civile libanese – orfana di un luogo leggendario.
Per il Libano, il Commodore era un simbolo sin da prima dello scoppio del conflitto che per quindici anni insanguinò il Paese: l’imprenditore Youssef Nazzal acquistò l’albergo nel 1971, prima della guerra, e con ingegno tutto levantino trasformò un luogo anonimo in un punto di riferimento per la città. Non troppo elegante ma molto pratico, dai prezzi accessibili e soprattutto dalla posizione imbattibile: a meno di dieci minuti da Hamra Street, la “via Condotti di Beirut”, facilmente raggiungibile dall’aeroporto e dal centro storico. In origine l’idea di Nazzal era di creare un hotel p…
Linea verde. Guerra degli hotel. Hamra. Sabra e Chatila. Coco (il pappagallo). Sceglietela voi la parola migliore a cui accostarlo. Il risultato non cambia: qualche settimana fa Le Commodore Hotel di Beirut, dopo 83 anni di onorato servizio, ha chiuso silenziosamente i battenti. Lasciando una generazione di giornalisti – quella che ha raccontato la guerra civile libanese – orfana di un luogo leggendario.
Per il Libano, il Commodore era un simbolo sin da prima dello scoppio del conflitto che per quindici anni insanguinò il Paese: l’imprenditore Youssef Nazzal acquistò l’albergo nel 1971, prima della guerra, e con ingegno tutto levantino trasformò un luogo anonimo in un punto di riferimento per la città. Non troppo elegante ma molto pratico, dai prezzi accessibili e soprattutto dalla posizione imbattibile: a meno di dieci minuti da Hamra Street, la “via Condotti di Beirut”, facilmente raggiungibile dall’aeroporto e dal centro storico. In origine l’idea di Nazzal era di creare un hotel per il crescente numero di uomini d’affari e turisti che arrivavano a Beirut all’inizio degli anni 70 (la mia famiglia era tra questi, ma ne parlerò più avanti).
Poi la Storia ci mise lo zampino. Nell’autunno del 1975, dopo mesi di tensioni, il fragile equilibrio settario del Libano crollò e le milizie presero il controllo della capitale che da allora, per quindici anni, sarebbe stata teatro di scontri fra le diverse fazioni libanesi e fra le potenze straniere, con siriani, palestinesi e israeliani alleati con gli uni o con gli altri a contendersi la città.
Al riparo dai cecchini
In poco tempo Beirut fu divisa in due dalla Linea Verde: a Oriente la parte cristiana, a Occidente quella musulmana. Le Commodore, Hamra e gli hotel di lusso della costa – come il St. George, il Phoenicia e l’Holiday Inn – si trovavano nella parte occidentale. Da bravo uomo d’affari, Nazzal vide nel conflitto l’opportunità di offrire uno spazio prima agli stranieri intrappolati nella guerra, e poi ai giornalisti accorsi a Beirut. Ad aiutarlo il fatto che l’hotel era circondato da edifici alti e questo lo metteva al riparo dal fuoco diretto dell’artiglieria, dai razzi e dai cecchini che negli anni avrebbero distrutto tutto ciò che si trovata attorno alla Linea verde: compresi gli hotel di lusso, diventati allo stesso tempo basi e bersaglio di gruppi di combattenti in quella che sarebbe passata alla Storia come la “guerra degli hotel”.
Nazzal forniva almeno quattro ingredienti fondamentali di cui un hotel aveva bisogno per servire la stampa durante la guerra: un telex funzionante, che permetteva ai giornalisti di inviare articoli a Londra, Parigi, Roma e New York; uno spazio relativamente sicuro dove dormire e mangiare, lavorare, scambiarsi notizie e rilassarsi senza troppa paura di essere colpiti; un modo per ricevere denaro dalle redazioni, tramite un conto bancario a Londra; e alcolici in abbondanza per calmare i nervi e ritrovare il coraggio di uscire il giorno successivo. E poi c’era Coco, pappagallo grigio del Gabon un tempo appartenuto a un giornalista della Bbc, che seduto in una gabbia vicino al bar imitava il suono dei proiettili di artiglieria in arrivo oltre alle melodie di Beethoven e all’inno nazionale francese. E che occupa un posto speciale nel ricordo dei cronisti che soggiornarono al Commodore in quegli anni.
All’epoca io avevo 13 anni e vivevo con la mia famiglia a Beirut Ovest, dove ci eravamo trasferiti seguendo il lavoro di mio padre che si occupava di estrazione di petrolio. Ricordo il cielo notturno pieno di proiettili traccianti sparati su e giù per i 23 piani dell’hotel Holiday Inn. E ricordo l’ottimismo degli amici libanesi che dicevano a mia madre che sarebbe finita presto, per convincerla a restare.
Dalla leggenda a Tripadvisor
Avevamo lasciato la nostra casa, troppo esposta ai bombardamenti, e ci eravamo trasferiti in un altro dei famosi hotel di Beirut Ovest, il Mayflower. Il Mayflower non aveva Coco, ma i rituali che vi si consumavano erano simili a quelli del Commodore: racconti ad alta voce e bevute pesanti da parte delle troupe tv dopo ogni giornata nelle strade della città. Come al Commodore, anche al Mayflower la sicurezza era garantita da guardie armate all’entrata: ma probabilmente c’era molto di più. Discussioni, tè e denaro che Nazzal (o chi per lui) pagava ai leader di fazioni e milizie per essere certi che nulla accadesse agli ospiti. Non funzionò sempre, o forse sì: Terry Anderson, il responsabile dell’agenzia Associated Press era un cliente abituale dell’hotel, ma non fu da lì che venne rapito nel 1985. Il giornalista restò nelle mani dei rapitori per sette anni: alcuni dei video diffusi durante il sequestro lo mostravano con una maglietta bianca con la scritta “Hotel Commodore Lebanon”.
Di tutto questo nella pagina di Tripadvisor fino a qualche tempo fa dedicata all’hotel non c’era traccia: “Qualità e quantità del cibo sono pessimi. Il personale è scontroso e le camere hanno standard bassi”, si legge in una recensione del 2024, una delle ultime prima della chiusura. Così muore una leggenda.
Sul Venerdì del 6 febbraio 2026