Salvare le bestie in Ucraina non è una bestialità
dal nostro inviato Paolo BreraCi vuole un fuoristrada, per incontrare l’italiano più ostinato d’Ucraina. Nel suo “Rifugio Italia Kj2”, dove custodisce 500 animali abbandonati durante la guerra, Andrea Cisternino affonda in mezzo metro di neve mentre sbarca dall’auto quattro grosse taniche di benzina. Non c’è luce: da quando i missili russi hanno distrutto centrali e sottostazioni, l’energia elettrica arriva per qualche ora e poi subito addio, bisogna far partire i generatori per sopravvivere al gelo. Una carezza a Caramella, un fischio a Shabi che fa il matto nel recinto dei cavallini nani: «Poverino, è cieco. Gli sono entrate le schegge di un’esplosione negli occhi: viene da Kharkiv, è rimasto ferito quando i russi hanno bombardato l’Ecopark», racconta sedendosi tra le foto di una vita fa.
Quando ritraeva le modelle
Decine di ucraini sono morti tentando di fuggire dalla guerra e dal Paese, affogando nel Tibisco o assiderando tra le nevi dei Carpazi. Lui non si muove da qui. Fino a 16 anni fa era un fotografo di m…
Ci vuole un fuoristrada, per incontrare l’italiano più ostinato d’Ucraina. Nel suo “Rifugio Italia Kj2”, dove custodisce 500 animali abbandonati durante la guerra, Andrea Cisternino affonda in mezzo metro di neve mentre sbarca dall’auto quattro grosse taniche di benzina. Non c’è luce: da quando i missili russi hanno distrutto centrali e sottostazioni, l’energia elettrica arriva per qualche ora e poi subito addio, bisogna far partire i generatori per sopravvivere al gelo. Una carezza a Caramella, un fischio a Shabi che fa il matto nel recinto dei cavallini nani: «Poverino, è cieco. Gli sono entrate le schegge di un’esplosione negli occhi: viene da Kharkiv, è rimasto ferito quando i russi hanno bombardato l’Ecopark», racconta sedendosi tra le foto di una vita fa.
Quando ritraeva le modelle
Decine di ucraini sono morti tentando di fuggire dalla guerra e dal Paese, affogando nel Tibisco o assiderando tra le nevi dei Carpazi. Lui non si muove da qui. Fino a 16 anni fa era un fotografo di moda e sport, circondato da supermodelle glamour e dal rombo della Formula Uno. Ecco i suoi scatti con le top, Helena Christensen a Positano, Stephanie Seymour a Porto Cervo. In bacheca i caschi regalati dai piloti: «Questo è di Schumacher, quello era di Ayrton Senna». Una vita fa. Ora ogni giorno sfama le pecore e la mucca, cani e gatti e galline, le cavie e Bambi il cerbiatto, «ho poca fantasia, sì», salvato dai bracconieri che «hanno ucciso la madre». E poi i cavalli, i maialini indonesiani... Parla di «amore universale non solo per l’uomo, per tutto», e giù quintali di fieno e pastoni, di coccole e merda da raccogliere a -20°.
Tra donazioni e minacce
L’ex moglie ucraina, con cui fondò il rifugio nel 2012, lo ha lasciato per disperazione e stanchezza. All’invasione è fuggita in Svizzera a rifarsi una vita: «Ci sentiamo tre volte al giorno, ci vogliamo più bene di quando stavamo insieme. Ma poverina, non ne poteva più. Mi diceva: non usciamo più, ci sono solo gli animali». Ora la sua famiglia nel bosco sono quei cinquecento sopravvissuti ai maltrattamenti e all’abbandono, e i «sei dipendenti» di questo santuario nella foresta sorvolato da missili e droni.«A volte me lo domando: ma chi me lo ha fatto fare? Forse stavo meglio prima, avevo una vita normale, non la rischiavo come in questi anni tra i dog hunter e la guerra». Si è fatto nemici, con le battaglie per gli animali iniziate un po’ per caso dopo aver conosciuto Vlada: «Era la mia traduttrice, ci siamo innamorati e sposati. Ma lei non voleva vivere in Italia, allora mi sono trasferito io in Ucraina. E ho iniziato ad appassionarmi agli animali». Erano gli anni di Yanukovich, il presidente ucraino cacciato nel 2014 dalla rivoluzione di EuroMaidan. «Per le partite internazionali di calcio avevano assoldato gruppi di dog hunter per uccidere i randagi togliendoli dalle strade». È un argomento ancora oggi controverso ma «li denunciai alla tv ucraina, li definivo criminali e il loro capo diede il mio indirizzo e scrisse “andate a prendere questo scarafaggio italiano”».
Neppure i vicini lo amano. Più la sua storia finiva sui giornali e commuoveva gli animalisti italiani, più lui espandeva il rifugio comprando terreno con le donazioni che gli spedivano, finché qualcuno diede fuoco a tutto. «Incendio doloso da ignoti, lo definì la polizia. Era il 2015, ero a Kiev e mi telefonarono: Andrea, qui brucia tutto… Vedevo il fumo da 25 chilometri. Morirono settanta animali, non vi dico i pianti».È restato «per loro», dice. «Per il cambio di vita quando ho cominciato davvero a conoscere gli animali. So che sto facendo qualcosa di importante, di bello. Quando gli umani inizieranno ad amare gli animali finirà la violenza, e finirà anche la guerra». In Italia lo amano e lo odiano. Il mondo degli animalisti sa essere feroce con se stesso. Passione e denaro sono un cocktail micidiale, qualcuno gli stacca assegni da migliaia di euro, altri gli sbattono in faccia la torbidità sulle donazioni. Ma il rifugio non sopravvive solo con l’amore universale.
Dedicato all’orsa del Trentino
«Per la gestione servono tra 110 e 140mila euro l’anno, più gli investimenti. Sto realizzando la clinica veterinaria, ho comprato l’ambulanza, sto rifacendo le stalle con un percorso per far sgambare gli animali: ogni giorno li movimentiamo tutti». A ognuno un nome, una storia. Ecco Kabachok che grugnisce felice di vederci, «me lo hanno portato i soldati dal Donbass. Un giorno mi chiamano: abbiamo un maialino indonesiano, andava verso le linee russe e lo abbiamo salvato. È la nostra mascotte ma non possiamo più tenerlo. Un mese dopo arrivano due camionette di soldati e mi spavento. Aprono la cassa dell’artiglieria e giù risate: c’era Kabachok».Quelli che non ci sono più restano nell’anima. «Tatanka, un cavallo bellissimo stroncato di crepacuore per l’esplosione di un drone, spaventato a morte dal rumore». Droni come questi pezzi di Shaheed raccolti per la futura clinica, «quello è il motore recuperato in mezzo all’erba qui vicino». Il guaio è che Rifugio Italia Kj2, chiamato così perché «dedicato all’orsa abbattuta in Trentino», è sulla via maestra di droni e missili lanciati dalla Bielorussia verso Kiev e l’Ucraina occidentale. È a una quarantina di chilometri a Nordovest della capitale ucraina, vicino a luoghi-simbolo dell’orrore di guerra come Bucha, Irpin e Borodyanka. Il 24 febbraio 2022 è stato tra i primi a vedere «i caccia russi con la “V” che ci sorvolavano. Il giorno dopo c’era un rumore infernale, gli elicotteri d’assalto russi tentavano di conquistare l’aeroporto di Gostomel: il 27 ne abbiamo contati 58».
Poi sono arrivati i blindati a occupare il distretto, e «i russi hanno ucciso Iana che ci aiutava con i randagi a Irpin», racconta Andrea. «Un giorno mi chiamano i servizi italiani: preparati, ti veniamo a prendere. “Ci portate via tutti?”, domandai». È rimasto sotto occupazione fino al 2 marzo, quando i russi sono tornati sui loro passi: «Non mangiavo e avevo due costole rotte, ho perso 14 chili». Figurati se va via ora per il gelo e per il buio, o per questi missili e droni che sorvolano quasi ogni giorno: «L’ho messo in conto, che potrei morire per loro».
Sul Venerdì del 20 febbraio 2026