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I tagli selvaggi fatti al Washington Post c’entrano ben poco con l’economia. Sono un favore di Bezos a Trump
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Caro Giannini, ho letto con inquietudine dei licenziamenti al Washington Post. Il giornale che seppe raccontare il Watergate riduce drasticamente proprio quelle energie che presidiano i territori più delicati: le corrispondenze dall’estero, le zone di guerra, la cultura. Colpisce l’immagine paradossale di una inviata licenziata mentre si trova in un teatro di conflitto: mentre la storia accade, si indebolisce chi dovrebbe testimoniarla. Comprendo le logiche economiche, il calo degli abbonamenti, la trasformazione digitale. Ma quando la sostenibilità diventa l’unico metro, l’informazione smette di essere un presidio civico e si riduce a semplice prodotto. L’indebolimento di una grande testata internazionale non è un fatto neutro. È un campanello d’allarme. La democrazia raramente crolla all’improvviso; più spesso si logora lentamente, un taglio alla volta. E ogni taglio all’informazione è un pezzo di dibattito pubblico che si impoverisce. Francesco Vitale (Catania)

Caro Francesco, ho p…

Caro Giannini, ho letto con inquietudine dei licenziamenti al Washington Post. Il giornale che seppe raccontare il Watergate riduce drasticamente proprio quelle energie che presidiano i territori più delicati: le corrispondenze dall’estero, le zone di guerra, la cultura. Colpisce l’immagine paradossale di una inviata licenziata mentre si trova in un teatro di conflitto: mentre la storia accade, si indebolisce chi dovrebbe testimoniarla. Comprendo le logiche economiche, il calo degli abbonamenti, la trasformazione digitale. Ma quando la sostenibilità diventa l’unico metro, l’informazione smette di essere un presidio civico e si riduce a semplice prodotto. L’indebolimento di una grande testata internazionale non è un fatto neutro. È un campanello d’allarme. La democrazia raramente crolla all’improvviso; più spesso si logora lentamente, un taglio alla volta. E ogni taglio all’informazione è un pezzo di dibattito pubblico che si impoverisce. Francesco Vitale (Catania)

Caro Francesco, ho poco da aggiungere alla sua analisi perfetta. Solo una cosa: i tagli selvaggi al Washington Post effettuati da Jeff Bezos non dipendono affatto dalle “logiche economiche”. Il Post va benissimo, il New York Times ancora meglio. La verità è che l’editore (padre-padrone di Amazon e secondo uomo più ricco del mondo dopo Musk) vuole fare un favore a Trump, silenziando uno dei pochi media indipendenti che racconta ogni giorno la deriva neo-imperiale e illiberale del presidente, dalla Groenlandia al Canada, dai dazi all’utilizzo dei miliziani dell’Ice. Come ha scritto l’ex columnist David Remnick, citando il motto che campeggia sotto la gloriosa testata di Washington: la democrazia muore nell’oscurità, ma c’è chi la sta soffocando alla luce del sole.

Lo spirito olimpico servirebbe anche nello sport di tutti i giorni

Gentile Giannini, queste Olimpiadi invernali stanno lì a dimostrare, se ce ne fosse ancora bisogno, il contrasto evidente tra un certo calcio nostrano e la coinvolgente atmosfera che circonda le gare olimpiche, in alcune delle quali ci si chiede come facciamo a essere così bravi. Speriamo che, finiti i giochi, si riesca a diffondere quello spirito olimpico nello sport, di cui si sente tanto la mancanza. Enzo de Fabrizio (Città della Pieve - Perugia)

Gentile Enzo, il confronto tra lo spirito olimpico e il demone calcistico è impietoso. Tra le nevi e i ghiacci atlete e atleti formidabili: per passione e abnegazione, spirito di sacrificio e rispetto, lealtà e dignità. Sui campi d’erba calciatori provocatori e simulatori, viziati strapagati e pluri-tatuati. Più campioni, meno Bastoni!

Draghi e Letta onorano il Paese

Caro Massimo, nei giorni in cui Meloni e La Russa si scatenavano su tutti i media contro la solita sinistra illiberale a difesa di un comico, tale Pucci, per la mancata partecipazione a Sanremo, al Consiglio Ue due nostri concittadini di riconosciute competenze, Draghi e Letta, illustravano le loro proposte su competitività e mercato unico, vitali per il futuro dell’Unione. I loro interventi, meno citati dai media, hanno ottenuto apprezzamento e consenso di capi di stato e di governo, oltre all’impegno ad accelerare le riforme. Come italiano, da questi ultimi due mi sono sentito gratificato, mentre dei primi due non trovo le parole per qualificare il comportamento.

Francesco Pedronetto

Caro Francesco, è ovvio che nella Grande Discarica Italiana (formula dell’immenso Arbasino) la rinuncia di Andrea Pucci a Sanremo impegni le alte cariche dello Stato per giorni. Lei conosce Silvio D’Arzo, giovane scrittore dimenticato della nostra letteratura del ‘900? Un suo libro si intitolava “Essi pensano ad altro”. Così è: Pucci è uno dei tanti diversivi, montati ad arte per nascondere i guai del Paese. Quanto a Draghi e Letta, hanno scritto Rapporti di grande valore. Apprezzati e inascoltati. Come le “prediche inutili” di Einaudi.

Le scuse mancate di Meloni in Etiopia

Caro Giannini, nel vertice Italia-Africa ad Addis Abeba il capo del mio governo ha rivendicato il nostro Dna caratterizzato dal dialogo e dal rispetto verso gli altri. Questo nel 90° anniversario della guerra che il nostro Paese portò all’Etiopia. Le cronache celebrano il Piano Mattei, ma la nostra premier ha trovato anche il modo di scusarsi per conto dell’Italia per l’aggressione del 1935 (anche con gas asfissianti proibiti dalle norme internazionali)? Ha reso omaggio ai sepolcri dei 15 mila cittadini di Addis Abeba e delle migliaia di monaci cristiani di Debre Libanos trucidati dai nostri per reazione all’attentato a quel “bravo italiano” del generale Graziani? Il nostro Dna ci fa ricordare esclusivamente i torti subiti? Marco Giugliarelli (Firenze)

Caro Marco, la parola “scusa” non è contemplata dal vocabolario dei patrioti. Meno che mai quando si parla di fatti storici e di lasciti tragici del fascismo. Il Duce voleva le sue colonie, le camicie nere invasero l’Etiopia, sterminarono civili e introdussero il “madamato” cantando “Faccetta nera, bell’abissina”. Oggi laggiù estraiamo petrolio ed esportiamo macchinari per non importare migranti. Nell’era dei condoni, tutto è (auto)perdonato.

I centri in Albania sono vuoti così come le casse per farli

Caro Giannini, quanto ci sta costando la sciagurata invenzione dei centri migranti in Albania? Mi risulta che siano tuttora vuoti. Ivano (Como)

Caro Ivano, i due centri albanesi ci costano 671 milioni l’anno. Secondo il governo dovevano accogliere 3 mila migranti l’anno. Finora ce ne sono passati una sessantina, riportati tutti in Italia perché quelle “deportazioni” sono illegittime. Restano gli agenti di polizia, che svernano nei resort senza far niente e a spese del contribuente.

Largo agli anziani come Pier Luigi Bersani

Caro Massimo, ho letto la lettera di Virginia Mantegna e dissento. Volevo ricordare a tutta la sinistra che solo Prodi è riuscito a battere Berlusconi due volte. Bersani è anziano? Ce ne fossero di anziani come lui in Italia. Se non ci diamo da fare, ci troveremo Meloni presidente della Repubblica. Facciamo una petizione, e ti appoggerei se tu scendessi in campo.

Mariano Calveri

Caro Mariano, avendola lanciata per primo, appoggio la tua petizione su Bersani federatore. Quanto a me, grazie, ma domine, non sum dignus.

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