Il Venerdì

John Updike, le carte segrete di un grande grafomane

John Updike (1932-2009). Il suo epistolario (A Life in Letters) è pubblicato da Penguin Books (Ulf Andersen/Getty Images)
John Updike (1932-2009). Il suo epistolario (A Life in Letters) è pubblicato da Penguin Books (Ulf Andersen/Getty Images) 

Lo scrittore americano lasciò un epistolario di 25 mila lettere. Ora selezionate in un volume uscito negli Usa. Lo abbiamo letto in anteprima

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La pubblicazione, in America e in Inghilterra, di un monumentale volume (850 pagine) di lettere di John Updike, generosamente scelte tra forse 25 mila rintracciabili, induce a ripercorrere la carriera di uno che nella sua stagione (era nato nel 1932, morì nel 2009) fu forse il più adatto a incarnare la figura del Grande Scrittore Americano, ma che oggi sembra confondersi in un passato già diventato lontano.

Certo, come americano doc l’autore della saga di Coniglio Angstrom ha le carte più in regola, mettiamo, di suoi illustri coetanei non meno protagonisti come Saul Bellow, Norman Mailer, Philip Roth. A differenza di loro era Wasp: vale a dire bianco, di prosapia anglosassone e protestante, per di più nato e allevato in campagna e poi vissuto soprattutto in piccoli centri di provincia; sempre, beninteso, nel New England, teatro prediletto della sua narrativa.

Figlio unico di un’aspirante scrittrice (Linda Grace Hoyer), durante l’infanzia tifò per lei sempre impegnata a buttar giù romanzi e racconti e a mandarli a riviste e case editrici che non li accettavano mai; e poi la considerò sua interlocutrice privilegiata, cui raccontare speranze e successi. Di diventare a sua volta scrittore lo decise già prima dei dieci anni, e ne aveva solo tredici quando cominciò a proporsi ai periodici che ammirava. Quindicenne, inviò garbatissime lettere anche a illustri cartoonist per manifestare loro tutto il suo apprezzamento, e, giacché c’era, per chiedere l’omaggio di un disegnino originale “onde rendere decente la mia cameretta”. Sin da piccolo fu un devoto lettore del New Yorker, la rivista che continuò a bombardare con poesie e racconti non richiesti fino a convincerla prima a pubblicarlo, poi infine ad assumerlo, e della quale sarebbe rimasto un collaboratore iconico per cinquantasei anni.

Mai un errore

Sessanta libri, poco meno di duemila racconti, poesie, saggi e recensioni, quasi tutti, comprese le numerosissime cartoline, scritti a macchina, con grande pulizia e senza errori. Solo nella fase finale passò al computer, ma mai adottò la posta elettronica, e nemmeno il telefono cellulare. Era diventato un corrispondente veloce ed esauriente quando studiava lontano da casa e i costi del telefono erano molto alti. In spiritose, diffuse cronache collettive rivolte a tutto il parentado del piccolo centro di Plowville – le indirizzava “ai Plowvillians”- riferisce quello che gli capita, compreso quando, a Harvard dov’era entrato con una borsa di studio, conosce una brillante studentessa più grande di lui, Mary Pennington, e se ne innamora. Presto comincia a scrivere anche a lei, parlandole spesso, tra l’altro, del sempre ambito New Yorker, che continua a respingere le sue proposte. “Mi sto riprendendo dal rifiuto di due piccole poesie che scioccamente avevo pensato potessero piacere. Una volta, bimba mia, ricevevo un rifiuto o due ogni giorno dell’estate, e me ne inorgoglivo. Ma non divento più giovane… Ci vuole un sacco di fiducia e un bel po’ di strano coraggio per trottare obbedientemente al piano di sopra con un rifiuto stretto nel pugno e mettersi al lavoro su qualcos’altro che in fondo al cuore sai che non verrà meglio della cosa rifiutata”. Aveva venti anni. Due anni dopo, ecco però un telegramma al padre: “New Yorker compra poesia Rolls Royce cose future dovranno andare a Miss White (la sua prima editor, ndr), urrà.”

A Life in Letters si intitola il libro, la vita di un uomo che sembra non abbia fatto altro che scrivere; la sua biografia non è certo quella di uno Hemingway o di un Graham Greene. Sì, viaggiò molto, ma sempre nell’ambito della sua attività, invitato a convegni o per vacanze, anche lunghe e esotiche, di recupero intellettuale o alla ricerca del sole per combattere la psoriasi che lo afflisse sempre; e dovunque si trovasse mandava materiale da stampa. Quel primo pezzo accettato dal New Yorker lo aveva inviato da Oxford, dove passò un anno con Mary, ora sua moglie, a studiare disegno e grafica (non scartava l’idea di diventare cartoonist). Così gran parte delle missive riguarda la sua professione, e sono discussioni con gli editor, scambi con colleghi sempre più illustri, proposte di lavoro, risposte a richieste, trattate queste con invariabile garbo e pazienza. Anche quando protesta per una recensione che trova ingiusta o ha qualche rimostranza da fare, Updike non è mai meno che civile, e sempre si esprime con una proprietà di linguaggio che rende piacevole la lettura.

Tre donne intorno al cuore

E poi ci sono le numerose lettere, diciamo così, d’amore: quelle col corteggiamento della sua prima, intelligente consorte; quelle ad amanti occasionali, nel giro di promiscuità alla base dello scandaloso bestseller Coppie; e, notevolissime, quelle alla seconda moglie Martha, rapporto iniziato mentre entrambi erano ancora sposati. Coppie (1968) fu accolto con costernazione nella cittadina di Ipswich, dove allora Updike abitava, e dove molti residenti riconobbero gli originali dei mariti e mogli coinvolti in più o meno disinvolti adulteri. D’altro canto Updike rielaborava spesso fatti che aveva vissuto o che gli erano stati raccontati. A Mary che gli riportava queste accuse scrisse: “Devi capire che quando comincio una storia, tu diventi un personaggio, non una persona. I covoni di Monet non protestavano perché lui li aveva fatti viola.”

Negli anni tra la fine dei 60 e la metà dei 70 il nostro, che era arrivato vergine al matrimonio, scoprì con buona parte della sua generazione il sesso emancipato dalla morale, e ne approfittò con un gusto che alimentò la sua narrativa, inaugurando quella stagione della trasgressione che lo rese famoso. La parte più succosa dell’epistolario illustra questo periodo. Ecco, per esempio, tre lettere scritte nel giro di un mese. L’anno è il 1974. Alla moglie Mary, che già stava pensando di lasciare: “Guardiamoci in faccia, noi ci siamo, nel mezzo di un glutinoso piatto di spaghetti di affetto e rispetto e abituale dipendenza reciproca, estraniati. La tua idea sembra sia di restare sposati e darci reciprocamente la libertà…” Alla moglie di un amico che aveva visitato a San Francisco: “Ho adorato guidare la tua Mazda e poi – ti prego di non trovare offensivo il parallelo – derivare piacere dal tuo corpo e dal mio, lieto che – 42enni come siamo – tu possa ancora accendermi dentro una temperatura notevolmente alta di lussuria e felicità.” Subito dopo scrive a Martha, che gli aveva chiesto di dirle sempre tutta la verità. Rimpiange di averle rivelato un paio di avventurette avute in Australia donde è appena tornato, ma conclude: “Io, rapito ma confuso, tu smagliante e generosa e serena – in certo modo mi hai invitato ad aprire ancora una volta le mie ali, così che siano ben chiuse al nostro prossimo incontro. E così è stato”.

Insomma, cercava di farle tutte contente; come non capirlo? Quando di lì a poco Mary si trovò davanti Martha in casa di amici, la buttò per terra. Ma poi tutto si aggiustò.

Sul Venerdì del 27 febbraio 2026

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