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Storia di Anna Freud. Per Sigmund non era lei la figlia prediletta

Sigmund e Anna Freud sulle Dolomiti, nel 1913 (Getty images) 

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Il padre della psicoanalisi le preferiva le sorelle. Ma lei riuscì a realizzarsi nella vita. Un romanzo ora le rende omaggio. Intervista all’autrice: «A casa Freud vigevano patriarcato e misoginia»
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Londra, 1946. Una casa di mattoni rossi sopravvissuta alle bombe. Una giovane donna affamata viene reclutata per un compito che sfiora il delirio: ingannare la morte scambiando il nome con una morente. La morente è Anna Freud, la quarta figlia del padre della psicoanalisi. La figlia bruttina, magra fino quasi a scomparire, fragile, sottostimata, ossessionata dal bisogno di essere vista. Così diversa dalla bella Sophie, la prediletta dal padre, luminosa e sicura, morta troppo presto, Anna cresce con il sospetto di essere lei la figlia “sbagliata” rimasta in vita. La giovane infermiera dovrà assumere il nome di Anna per ingannare l’angelo della morte. Azrael quando verrà a prendere la moribonda non la troverà e andrà via. Da qui prende avvio Le sette case di Anna Freud, della francese Isabelle Pandazopoulos. Un romanzo che attraversa memoria, aspirazioni, esilio e identità femminile. L’autrice non costruisce una biografia lineare ma un mosaico. Le “sette case” sono luoghi reali e simbol…

Londra, 1946. Una casa di mattoni rossi sopravvissuta alle bombe. Una giovane donna affamata viene reclutata per un compito che sfiora il delirio: ingannare la morte scambiando il nome con una morente. La morente è Anna Freud, la quarta figlia del padre della psicoanalisi. La figlia bruttina, magra fino quasi a scomparire, fragile, sottostimata, ossessionata dal bisogno di essere vista. Così diversa dalla bella Sophie, la prediletta dal padre, luminosa e sicura, morta troppo presto, Anna cresce con il sospetto di essere lei la figlia “sbagliata” rimasta in vita. La giovane infermiera dovrà assumere il nome di Anna per ingannare l’angelo della morte. Azrael quando verrà a prendere la moribonda non la troverà e andrà via. Da qui prende avvio Le sette case di Anna Freud, della francese Isabelle Pandazopoulos. Un romanzo che attraversa memoria, aspirazioni, esilio e identità femminile. L’autrice non costruisce una biografia lineare ma un mosaico. Le “sette case” sono luoghi reali e simbolici: Vienna, Londra, la casa estiva in Austria a Hochrotherd, ma anche le case interiori dove Anna nasconde l’ambizione a raccogliere l’eredità del padre e votarsi alla psicoanalisi infantile. Dentro quelle case si consuma la battaglia di una donna che cerca un nome proprio, oltre il cognome ingombrante. L’autrice scava nella tensione tra fedeltà e fuga, tra desiderio di appartenenza e bisogno di autonomia e lo fa con una lingua che alterna racconto storico e pulsioni intime, facendo dialogare la Storia – la fuga da Vienna a Londra dopo l’Anschluss, la guerra, il lutto – con le vicende di una donna che cerca il proprio posto nel mondo. È da questa soglia, tra verità documentata e invenzione narrativa, che comincia la conversazione con l’autrice. Perché ha scelto di iniziare il romanzo con una scena esoterica? «Non essendo una storica, né una psicoanalista, avevo bisogno di un quadro immaginario dove inserire la vita di Anna Freud, vita molto romanzesca. Volevo iniziare dal 1946, dal dopoguerra a Londra, in cui c’era stato un passaggio tra la vita e la morte. Il padre era morto nel ’39, le zie rimaste a Vienna sparite in un campo di concentramento, e la stessa Anna temeva di morire, anche se invece sopravviverà a lungo, fino al 1982. L’idea mi è venuta ascoltando alla radio Delphine Horvilleur, una donna rabbino autrice di Come vivere con i morti, che raccontava cosa fanno gli ebrei con un malato grave in casa: gli inventano un’altra identità, un altro nome, così quando l’angelo della morte viene a cercarlo non può prenderlo perché non è in casa. Inoltre, volevo che fosse Anna a raccontare a frammenti la propria vita a una sconosciuta di cui ignora la provenienza e sulla quale può proiettare diverse cose, in una sorta di psicoanalisi». Quella di poter ingannare la morte non è una credenza così strana. «No, Martha, moglie di Freud e madre di Anna, era rispettosa della tradizione ebraica. La famiglia era molto tradizionalista, più di altre dell’epoca. Per esempio, Anna non sarebbe mai potuta uscire dalla casa paterna senza sposarsi». Allora anche in una famiglia illuminata come quella dei Freud vigeva il patriarcato… «Senza dubbio, patriarcato e misoginia. Leggendo la corrispondenza di Freud mi sono molto sorpresa e ho capito che scoprendo l’inconscio Freud è andato contro le proprie convinzioni e contro l’educazione ricevuta».

Il primo personaggio a entrare in scena, quando la narrazione torna indietro nel tempo, dalla Londra del ’46 alla Vienna del ’23, è Lou Andreas-Salomé, la musa di Rilke e di Nietzsche. Perché cominciare da lei? «Perché è stata proprio lei a mettere Anna al mondo una seconda volta. Freud chiede all’amica psicoanalista, che lui stesso ha formato, di lasciare Gottinga e venire a Vienna per occuparsi di Anna che sta malissimo. Allora Salomé aveva sessant’anni, Anna ventisei: più che un’amica, diventa una figura materna che la fa nascere intellettualmente». La legittima per la prima volta. «Esattamente. La sprona a scrivere, la sostiene, le corregge i testi. Grazie a lei, Anna entra nella Società psicoanalitica». Per quasi quattro anni Anna viene analizzata dal padre, pratica inaccettabile per la psicoanalisi moderna. «La psicoanalisi era all’inizio, all’epoca lo facevano tutti. Si analizzava chi si aveva sottomano: i parenti per l’appunto. Anche Melanie Klein ha analizzato suo figlio. Comunque dopo l’esperienza con Anna, Freud si è accorto che non si poteva essere parte in causa e da allora ha consigliato agli aspiranti analisti di non farlo».

A parte Lou, la persona più vicina ad Anna è stata Dorothy Tiffany Burlingham: migliore amica o amante? «Quello che mi ha spronata a scrivere di Anna è stato il giudizio negativo che molti psicoanalisti, ancora oggi, danno di lei. Uno sguardo davvero giudicante, cattivo, gratuito. Mi ha incuriosito, anzi quasi scioccato, scoprire che Anna ha vissuto cinquant’anni con una donna, senza mai poter dire, nemmeno pensare, di essere omosessuale. Basta guardare le sue foto con Dorothy, sono sempre a un metro di distanza l’una dall’altra, perché non si possa dire che si sfiorano». L’omosessualità era un reato, si finiva in prigione. «E gli omosessuali erano rifiutati dalla Società psicoanalitica, non potevano esercitare». L’altro grande amore di Anna è, naturalmente, il padre, che però le preferisce la figlia maggiore, Sophie. «Sophie muore di Spagnola nel 1920 e, tre anni dopo, Freud si ammala di un tumore alla bocca. Farà diversi interventi e sarà costretto a usare una protesi. Anna diventa sua custode e infermiera. Si sente finalmente riconosciuta. Soltanto lei può mettergli la protesi alla mascella, e quando per Freud diventa impossibile leggere i suoi scritti alle conferenze è lei a dargli la voce». Deve essere stato difficilissimo vivere accanto a un genio. «Sì, Anna prova a staccarsi dal padre, ma nel momento in cui è pronta a decollare e andare a Berlino, lui si ammala. È una strana vittoria, ma era ciò che lei desiderava: voleva prendere il posto della madre, dell’infermiera, dell’erede e in modo totale si vota al padre». Quando i Freud arrivano a Londra, tutti vanno ad omaggiare il grande vecchio. Virginia Woolf è spietata con Anna. «Sì, è estremamente crudele. Scrive al marito Leonard: “Sono persone di un’altra epoca, soprattutto le donne, penso a sua figlia, Anna, con quegli abiti lunghi che sembrano usciti direttamente da uno chalet austriaco. Aveva un paio di scarpe di quelli da sentieri di montagna. A Londra! Ma soprattutto il suo modo di ascoltare, così servile. No, non possiede alcuna levatura, poverina”. Virginia Woolf era molto snob e antisemita. Ma l’anno dopo si sarebbe uccisa, quindi non mi sento di giudicarla». La sola, grande rivale di Anna infatti è Melanie Klein, anche lei psicologa infantile, sua acerrima nemica. «Melanie Klein è una macchina da guerra, una psicoanalista formidabile. Alla morte di Sigmund Freud tra le due scoppia uno scontro durissimo: Klein si proclama unica erede legittima della sua opera e accusa Anna di averne soffocato il pensiero. Delle due si parla sempre in modo molto misogino ma va detto che, pur essendo nemiche, sono entrambe rimaste nella Società psicoanalitica: non l’hanno divisa, hanno creato due correnti. Un modo onorevole di negoziare i conflitti».

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