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Design Week di Milano. Il progettista Michele De Lucchi: “Costruisco muri per unire le persone”

Michele De Lucchi, classe 1951, nella sua casa-studio-laboratorio di Angera, Varese (Nicola Marfisi/Agf) 

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Con un’installazione per la Design Week di Milano, Michele De Lucchi crea una struttura «per agevolare le connessioni e l’amicizia». Perché, dice, l’obiettivo dell’architettura dovrebbe essere uno solo: «Far stare bene gli esseri umani»
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Ci sono designer e architetti con cui facciamo i conti tutti i giorni. Magari senza saperne il nome. Michele De Lucchi è certamente tra questi. La sua lampada Tolomeo, la più venduta di sempre, dal 1987 fa luce in migliaia di case e di uffici, la caffettiera Pulcina e i piccoli elettrodomestici Plissé sono compagni di tante colazioni, il computer portatile Olivetti Echos ha liberato il lavoro dalla scrivania, i contatori elettronici Enel sono stati installati in 33 milioni di case. Gli Uffici postali, da lui ridisegnati, hanno portato un po’ di gioia in luoghi che di solito la gioia te la tolgono. In occasione della prossima Design Week di Milano, Michele De Lucchi e lo studio Amdl Circle presentano dal 20 al 26 aprile al Giardino delle meraviglie di Palazzo Crivelli la mostra Genealogie architettoniche e l’installazione L’anello mancante. Una struttura attraversabile di forma sinusoidale, un percorso fisico che è anche percorso interiore nel quale gioca un ruolo fondamentale la luce.…

Ci sono designer e architetti con cui facciamo i conti tutti i giorni. Magari senza saperne il nome. Michele De Lucchi è certamente tra questi. La sua lampada Tolomeo, la più venduta di sempre, dal 1987 fa luce in migliaia di case e di uffici, la caffettiera Pulcina e i piccoli elettrodomestici Plissé sono compagni di tante colazioni, il computer portatile Olivetti Echos ha liberato il lavoro dalla scrivania, i contatori elettronici Enel sono stati installati in 33 milioni di case. Gli Uffici postali, da lui ridisegnati, hanno portato un po’ di gioia in luoghi che di solito la gioia te la tolgono. In occasione della prossima Design Week di Milano, Michele De Lucchi e lo studio Amdl Circle presentano dal 20 al 26 aprile al Giardino delle meraviglie di Palazzo Crivelli la mostra Genealogie architettoniche e l’installazione L’anello mancante. Una struttura attraversabile di forma sinusoidale, un percorso fisico che è anche percorso interiore nel quale gioca un ruolo fondamentale la luce. «Quel lavoro, mostrato la prima volta al MaXXi di Roma nel 2018, nasce dagli interrogativi sul senso dei muri e sulla loro costruzione più per separare che per unire, per dividere il dentro dal fuori, il caldo dal freddo, la camera da letto dal bagno, il noi da voi. Con lo studio Amdl Circle ci chiedevamo come fare, sia dal punto di vista professionale sia dal punto di vista di crescita personale, a progettare muri per tenere insieme, per agevolare le connessioni e l’amicizia tra gli esseri umani creando elementi di passaggio. Non divisioni nette ma filtri. L’architettura non è solamente mettere un mattone sopra l’altro, ma inventare uno stile di vita, ispirare dei comportamenti che ti rendono più ricco, più gioioso, più felice. L’Anello mancante divide gli spazi senza essere un confine».

Novartis Pavillon a Basilea, l’esterno è ricoperto da pannelli fotovoltaici organici a led che creano animazioni dinamiche. 

Quindi è un muro che è contro l’idea di muro? «Sì, lo puoi percorrere dall’interno per cui diventa spazio, diventa un luogo, un filtro abitato nel quale tutti gli effetti della luce, delle trasparenze giocano un loro ruolo. L’Anello mancante è un’installazione, ma questa idea può essere applicata anche a un edificio. In mostra ci saranno varie esempi di come questo tipo di riflessioni, in toto o in parte, sono state utilizzate realmente».

Un muro che unisce rasenta l’utopia... «Utopia è una parola che uso poco anche perché è strettamente connessa alla distopia. Mi piace piuttosto sognare qualcosa che ci faccia stare meglio, ci faccia vivere meglio, ci faccia contribuire, come architetti, alla crescita della società».

Una persona che le è molto cara, il suo alter ego poetico Ukko de Ukki, scrive a proposito dell’architetto: “La sua missione è produrre spazio e di case e strade, il mondo è sazio”. Bisogna smettere di costruire? «Il tema dell’abitare è connesso alla demografia. Siamo in un’epoca caratterizzata da forte denatalità in alcune aree del mondo e ipernatalità in altre. Da noi è cambiata profondamente la società, ormai composta in larga parte da anziani. E noi dobbiamo essere in grado di fare progetti che non producano sterilità. Il cemento armato è un materiale altamente sterile, quando decade per invecchiamento o quando una casa viene buttata giù, non può essere smaltito se non facendone massicciate per i binari dei treni. A me interessa invece praticare un’architettura fertile, che quando viene modificata o quando decade, non diventi un altro pezzo di massicciata ma può rinascere a un’altra vita per una nuova generazione».

L’utilizzo del legno non ha quindi solo un valore estetico. «Il legno è perfetto, come lo è la pietra e tutti i materiali riciclabili che non hanno bisogno di troppa energia per il loro riutilizzo. Un’altra cosa che non mi piace è l’architettura senza dettagli apprezzabili fatta di grandi edifici di vetro e cemento che distorcono la proporzione umana delle cose. La mancanza di dettagli ci rende insensibili ai materiali, ai colori, a tutte quelle cose a cui siamo abituati».

Novartis Pavillon a Basilea, l’esterno è ricoperto da pannelli fotovoltaici organici a led che creano animazioni dinamiche. 

L’intelligenza artificiale sta cambiando l’architettura forse più di altre professioni. Lei, che fin dalla giovinezza alla Olivetti ha fatto i conti con l’elettronica, come affronta quest’ulteriore salto tecnologico? «L’Ia non è una cosa evitabile, c’è e la dobbiamo gestire. Farà anche del bene perché ha elevato il livello di conoscenze di base a cui ognuno può accedere. Aumenterà lo standard in tutte le scelte, in tutte le decisioni, in tutte le valutazioni che potremo fare in futuro».

Non trova pericolosa la parola “standard”? «Sta proprio lì il fatto. La standardizzazione a livelli così alti porterà le persone a pretendere da se stesse di essere sempre più umane. Lo slogan che usiamo di più qui in studio è “essere più umani degli umani”. L’altro giorno un signore mi raccontava una sua vicenda e, per l’emozione, gli occhi gli si sono gonfiati di lacrime. È stato bellissimo».

Per essere più umani degli umani su cosa bisogna puntare? «Sulla differenza. Senza differenze non c’è più umanità e non sapremo più cosa vale e cosa non vale. La diversità nella natura, la diversità nella biologia, nella vegetazione, è fondamentale perché ci permette di mantenere la ricchezza della vita, la ricchezza delle trasformazioni, dell’evoluzione del pianeta, del mondo. Percepire e sapersi confrontare con la diversità umana sarà la chiave che ci permetterà tendenzialmente, ipoteticamente, di capirsi un po’ meglio».

E di vincere anche la sfida con l’Ia? «Assolutamente, a quel punto non c’è più una voce che ti dice cosa fare. Partendo da una conoscenza condivisa tu hai la tua posizione. È proprio questa differenza che dà valore».

Tra i tanti giovani che continuamente incontra c’è la consapevolezza dell’importanza della differenza? «No, anche perché non è mai stata insegnata, né valorizzata. La diversità è un bene meraviglioso».

Lei l’ha sempre praticata? «Fin da quando ero ragazzo. A partire da questa barba».

La barba? «Io ho un fratello gemello uguale a me, stessa voce, stessa altezza, stesso viso. Talmente identico che neanche mia madre riusciva a distinguerci. Io mi sono fatto crescere la barba per essere diverso. Se progettare vuol dire creare differenze, la barba è stata, involontariamente, il mio primo progetto».

Stiamo passando dall’era della conoscenza all’era della creatività? «La conoscenza è a disposizione di tutti, basta chiedere un’informazione e ChatGpt dà a chiunque la medesima risposta. Il tema è: cosa ce ne facciamo di questa conoscenza? Nel presente, e ancor più in futuro, a vincere sarà chi saprà utilizzare questa conoscenza in maniera creativa».

Chi è il vero committente dell’architettura? Il fondo d’investimenti che paga il progetto o il cittadino che passa tutti i giorni sotto un palazzo ed è costretto a vederselo davanti? «Questa è un po’ la debolezza nel mondo contemporaneo e che deriva dalla forza della finanza: oggi costruire un edificio è costruire un prodotto finanziario. Non si ragiona più in termini di qualità del manufatto ma in termini di valore finanziario. E questa è una grande distorsione».

Lei dà retta al committente o alla società? «La differenza tra un artista, un architetto e un designer è che l’artista fa quello che vuole ed è lui l’unico giudice di se stesso: gli piace quel che fa e va avanti, non gli piace, cambia strada. L’artista non dovrebbe preoccuparsi del giudizio nel mercato, anche se non è proprio sempre così. Il designer deve invece tener conto del giudizio del mercato, l’unico a determinare davvero il successo. All’ennesimo prodotto che non vende addio carriera. Quindi il designer ha come committente l’impresa, gli ingegneri o i tecnici che si occupano di rendere l’idea producibile e il mercato. L’architetto ha come giudice il committente che gli chiede di progettare la casa, il costruttore che deve realizzarla, l’agente immobiliare che deve venderla, la persona che ci vivrà. E poi ha come cliente il mondo intero. Perché è il mondo intero che si trova quel pezzo di strada, quel pezzo di pianeta lì, ingombrato da una costruzione che a lui non serve e alla quale deve dare una giustificazione».

Quando un’architettura può considerarsi ben riuscita? «Quando la bellezza non è data tanto dalla forma architettonica quanto dalla capacità di integrare diversità all’interno di moduli che sono costruttivamente o industrialmente facili da replicare. Il problema è che non è facile tenere a bada il gigantesco ego dell’architetto, che vuole lasciare a tutti i costi il segno del suo passaggio. Bisognerebbe che tutte le architetture avessero le funzioni ben assolte, avessero predisposto tutte le condizioni per la diversità e in quel momento il progettista fa un passo indietro… Un po’ come l’acqua che, nei millenni, ha costruito tutto il passaggio che conosciamo con le sue meraviglie, ma dopo sparisce e lascia spazio agli uomini. La parte più importante del progetto non è la forma ma costruire le condizioni perché alcune cose avvengano».

Per far star bene la gente. «E farla convivere pacificamente. Affinché l’architettura sia chiave di mitezza. Se l’architettura riesce a trasmettere anche gentilezza e sensibilità, ha già fatto un lavoro gigantesco. Di architetti pessimisti e aggressivi non ne abbiamo bisogno, ci sono i politici per questo. Il compito dell’architetto è di immaginare un futuro. E come fai se sei pessimista, deprimente, triste e aggressivo?».

Anno 1979. Grazie a Ettore Sottsass lei viene chiamato dalla Olivetti e, contemporaneamente, partecipa ai movimenti più radicali che porteranno, a dicembre 1980, alla fondazione del gruppo Memphis, ultima avanguardia creativa del nostro Paese. Come ha conciliato industria e critica delle strutture di mercato? «Che anno straordinario che è stato quello. E tutto grazie all’amicizia con Ettore Sottsass anche se in quel periodo, in cui già bazzicavo Milano, non era ancora così stretta. Ettore mi ha voluto bene sia come persona sia come professionista. Ha creduto in me e prima di tutto mi ha fatto diventare consulente dell’Olivetti. Non aveva un ufficio design interno perché c’era la convinzione che il progettista era una specie di sonda nel mondo reale che doveva portare nutrimento all’azienda. Anzi, se un architetto respirava troppo quell’aria non andava bene».

Cosa le chiesero al primo incontro? «“Ma tu conosci il mondo? Come fai a pretendere di disegnare per il mondo se non lo conosci?”. Mi spedirono per un anno nelle varie sedi Olivetti, a cominciare dal Giappone. In quello stesso periodo eravamo animati dall’incontrollabile entusiasmo di dare un giro di vite al mondo del design, degli oggetti, degli spazi, degli ambienti, convinti che l’International Style aveva uniformato un po’ tutto e non c’era più margine per la diversificazione. Volevamo essere più diversi possibile da tutto. Quando presentavamo a Ettore un progetto che non andava in quella direzione non diceva “Fa schifo”, ma “Non è abbastanza balordo”. Era un modo per spingerti a liberarti da certi schemi. E così, una sera del dicembre 1980, a casa di Ettore è nata la Memphis. Fu il brano di Bob Dylan Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again in sottofondo a darci l’idea del nome del gruppo».

Dopo la prima mostra milanese del settembre 1981 i commenti non furono sempre positivi... «Ci dissero che eravamo frivoli, sempliciotti, bambinoni, senza rendersi conto che noi puntavamo su due elementi fondamentali del design italiano: la giocosità, ovvero il ricercare nella fantasia qualche cosa che avrebbe dato nuovo entusiasmo per gli oggetti, e l’ironia. Giocosità e ironia sono sempre più scarse oggi: la trasformazione del mercato incide sulla trasformazione del design».

Lei riesce ancora a sperimentare? «Con Alessi riusciamo ancora a fare qualcosa di divertente. Così come con Produzione Privata che mi permette di immaginare prodotti che magari non hanno riscontro sul mercato, ma che alimentano l’idea che possano esistere degli oggetti che trasferiscono simpatia».

Crede nella forza comunicativa degli oggetti? «Assolutamente. Gli oggetti non servono, parlano. E parlano tantissimo. Ma anche l’architettura parla, gli spazi parlano. Parlano di civiltà in evoluzione, di industria e manodopera, di artigianato e produzione seriale».

Dopo aver progettato molti apparecchi per la Olivetti Mario Bellini fu contattato due volte da Steve Jobs per andare a dirigere il design della Apple. Ha suonato anche alla sua porta? «No. Ma ho conosciuto Steve Jobs grazie alla Memphis in occasione di una festa organizzata in nostro onore dal patron di Playboy Hugh Hefner nella sua villa di Holmby Hills a Los Angeles. La cosa che mi colpì di più è che tra noi giravano, indisturbati e tranquilli, i fenicotteri rosa».

C’erano pure le conigliette? «Sì, c’erano anche loro».

Lei ha sempre detto di essere allievo di Sottsass. Normalmente i grandi progettisti sostengono di non avere maestri... «Una delle mie battute durante le conferenze è che un architetto, un designer, un creativo è come un mestolo. Quando ti metti a cucinare una zuppa la bravura è di far venir fuori un sapore speciale, unico, da tanti sapori diversi. La questione non è copiare o assimilare da altri le cose che nutrono il tuo progetto, ma saper mescolare la diversità con cui puoi venire a contatto».

Diversità significa anche possibilità di errore? «Assolutamente, gli errori sono fondamentali. La cosa giusta da fare è cercare di sbagliare per poco tempo, correggendosi il prima possibile».

Si diverte? «Sì. Come farei ad andare su e giù per il mondo se non mi divertissi? Ho sempre bisogno di dare risposte alle mie curiosità».

Cercando l’oggetto balordo? «La stravaganza è fondamentale. Il nostro pensiero è fatto da equilibri tra opposti. Non vedremmo la bellezza della sera se non sapessimo cos’è il buio della notte, cos’è la felicità senza la tristezza, cosa è bello se non vedessimo ciò che è brutto. La stravaganza è l’opposto alla convenzionalità. E la convenzionalità ti toglie il desiderio della curiosità che rende la vita emozionante».

Sul Venerdì del 10 aprile 2026

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