Chiello: «Bella la trap, ma vuoi mettere Ciampi e Tenco?»
di Patrizio RuviglioniÈ l’ultimo alieno, per ora, della musica italiana. Il pubblico l’ha scoperto da poco a Sanremo, dove Chiello – Rocco Modello, classe 1999 da Venosa, piena Basilicata – voleva arrivare ultimo, «come i miei miti». Peccato, con Ti penso sempre si è dovuto accontentare del 25° posto. Ride. Sono finiti i tempi in cui, timido e lento, rispondeva a monosillabi e dava scandalo come trapper straviziato e depresso, tra droghe, dipendenze, tendenze suicide. Ora c’è un cantautore scapigliato e lunare, una sorta di crooner distopico che – a dispetto dell’età – guarda a Piero Ciampi e Luigi Tenco. «Lì ho trovato la profondità», racconta. Irregolare e rétro, pieno di malinconia e di «voglia di star bene», con questo quarto album, Agonia, primo post-Festival, rilancia la fuga dall’algoritmo e fino a fine mese è in tour nei club (il 19 aprile a Roma, il 21 a Firenze, il 22 a Bologna, il 28 a Milano e il 29 a Venaria Reale, Torino). Faccia da trapper e fisico da cantautore, la cicatrice più grande di u…
È l’ultimo alieno, per ora, della musica italiana. Il pubblico l’ha scoperto da poco a Sanremo, dove Chiello – Rocco Modello, classe 1999 da Venosa, piena Basilicata – voleva arrivare ultimo, «come i miei miti». Peccato, con Ti penso sempre si è dovuto accontentare del 25° posto. Ride. Sono finiti i tempi in cui, timido e lento, rispondeva a monosillabi e dava scandalo come trapper straviziato e depresso, tra droghe, dipendenze, tendenze suicide. Ora c’è un cantautore scapigliato e lunare, una sorta di crooner distopico che – a dispetto dell’età – guarda a Piero Ciampi e Luigi Tenco. «Lì ho trovato la profondità», racconta. Irregolare e rétro, pieno di malinconia e di «voglia di star bene», con questo quarto album, Agonia, primo post-Festival, rilancia la fuga dall’algoritmo e fino a fine mese è in tour nei club (il 19 aprile a Roma, il 21 a Firenze, il 22 a Bologna, il 28 a Milano e il 29 a Venaria Reale, Torino). Faccia da trapper e fisico da cantautore, la cicatrice più grande di un passato «di cui non mi pento» è un tatuaggio a forma di farfalla sul viso. «È un marchio che mi sono dato», dice.
Racconti.
«Non avevo ancora vent’anni, con la FSK (la sua formazione trap attiva tra 2017 e 2021, ndr) eravamo a Milano in cerca di fortuna, vivevamo negli ostelli. Con un tatuaggio così mi sono messo spalle al muro: non sarei più tornato indietro, sarebbe stato difficile trovare un lavoro qualsiasi, avrei dovuto per forza fare musica».
Della trap cos’altro le resta?
«Un certo atteggiamento scanzonato, credo, e un po’ di nostalgia: la musica era un gioco, oggi forse la prendo troppo sul serio. Ma non mi pento di niente, rifarei tutto».
E di Venosa? Com’è stato crescere lì?
«Bello, ho comunque avuto i miei stimoli. Ho visto che durante Sanremo il comune mi ha dedicato un post. Mi ha fatto sorridere, quando posso torno sempre a visitare i miei».
Ha cantato spesso i suoi eccessi.
«Sono stati anni di errori, stavo male. Subivo il fascino dell’autodistruzione, non mi sono voluto bene. Quando ho scritto Mela marcia, il mio secondo album, ero davvero giù».
Si sente ancora, per citarla, “la mela marcia della musica italiana”?
«No, trovo esagerate queste definizioni. Sono uno come tanti. Dopo un lungo percorso psicologico ho imparato a volermi bene. Prima avevo una pessima autostima».
E la musica?
«Da piccolo non sapevo che avrei voluto fare questo, mi piaceva la poesia, a otto anni ne dedicai una a mia madre. La musica è venuta a cercarmi, non ho schemi: è uno sfogo, sono istintivo».
Che bambino era?
«Più che timido, introverso. Stavo sulle mie, ma ero felice. L’adolescenza è stata più complessa con problemi con me stesso».
Il successo l’ha ritirata su?
«L’amore di più: ricordo una ragazza in particolare, sapere che lei, così bella, provava qualcosa per me mi ha fatto sentire, non so, non più da buttare».
Ti penso sempre è una canzone d’amore.
«Avevo dei pezzi nuovi, scritti in due tornate – primavera e autunno – negli Stati Uniti, esperienza che mi ha aperto la mente. Questa era la più “nitida”. Mi stavo annoiando, avevo già conosciuto l’Ariston come ospite di Rose Villain lo scorso anno. Mi sono detto: dai, io ci provo».
È andata bene, no?
«Meglio di quanto credessi. Mi sono divertito, sono andato con la band e gli amici per stare più tranquillo. È un frullatore, ma perfino un introverso come me si è trovato bene».
Ha detto: «Sanremo, una volta nella vita».
«Magari tra tanti anni, se venisse una buona canzone, ci ripenserei. Non sono un artista per tutti, si è capito, ma è bello sentirsi compresi. Mi serve. Vedere le canzoni arrivare a gente molto più grande di me – mi fermano per strada – mi riempie d’orgoglio. Così come percepire che c’è chi si rivede nei miei testi».
Che facce vede dal palco?
«Di solito, gente che piange. Non so se è un bene o un male (ride)».
Rispetto alla trap, ora fa un cantautorato più tradizionale. Come mai?
«Mi sembra che la trap vada poco in profondità. I cantautori – Ciampi su tutti, di cui ho recuperato le interviste, e Tenco – hanno un altro passo. Li ho scoperti a 18 anni, poi ho approfondito. Ho nostalgia per la loro epoca, ma so che se fossi lì mi lamenterei lo stesso».
Canta: «Tutti i miei idoli sono morti».
«Dal 24 marzo, davvero, tutti. Paoli era l’ultimo: di lui – e di tutta la scuola genovese – ammiro la coerenza, l’essere sé stessi. Prima che questione di musica, lo è di spirito».
Cosa si porta, di loro, in tour?
«Lo stile: per la prima volta saranno dei live interamente suonati, come ai loro tempi, con tanti strumenti e la musica al centro. Ho bisogno di un approccio “umano”, fosse anche di sbagliare. Non lo trovo in giro».
E gli eccessi?
«Ho chiuso con tutto. Però ho bisogno di adrenalina: faccio bungee jumping».
Più adrenalina lì o a Sanremo?
«Lì, senz’altro. Il palco ne dà una bella scarica, ma bisogna badare a tanti fattori. Invece lanciarsi è liberatorio».
Mela marcia, Scarabocchi, Agonia… certo che i titoli dei suoi album sono sempre netti.
«Ma sinceri. Agonia, in particolare, mi suonava bene, specie nell’accezione originale, quella di contrasto. Dentro di me è un contrasto continuo, sono inquieto».
Sentendo le canzoni, si direbbe tra vita e morte. Con la morte che rapporto ha?
«Mi ha ossessionato in passato, in tutti i sensi. Ora ci penso meno. Mi affascina però sapere cosa c’è dall’altra parte: è umano, credo».
E la vita?
«Imparo ad apprezzarla. A lungo non sono stato in contatto con me stesso, ora mi sto ritrovando. Capire chi si è, per me, è fondamentale. Lo sto facendo».
Non ha paura che, stando bene, finirà di scrivere belle canzoni?
«Zero (ride). Non vedo l’ora di stare meglio di così».
Sul Venerdì di Repubblica del 17 aprile 2026