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Il più anziano pilota d’elicotteri al mondo: “A novant’anni sono ancora tra le nuvole”

Vincenzo Motolese con il suo elicottero nella masseria di famiglia 

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Vincenzo Motolese, pugliese, è un pezzo di storia dell’aviazione civile italiana. E ancora si alza in volo
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Sul soffitto del grande salone-museo conserva la coda del suo primo aereo, un F.15 B, fabbricato dalla milanese Procaer, che una mattina un addetto schiantò per un errore di manovra sulle pareti di un hangar. «Ancora sto male quando ci penso», mormora. Con i suoi occhi azzurri e passo charmant verso i novanta, trascorsi più tra le nuvole che in terra, Vincenzo Motolese, pugliese di Grottaglie, è un pezzo di storia dell’aviazione civile italiana.

Oggi non guida più gli aeroplani, ma quattro anni fa è diventato il più anziano pilota di elicotteri al mondo. «Lo certifica il Guinness», ci informa, fiero, salendo sul suo Robinson 22 parcheggiato sull’H dell’elisuperficie che ha chiamato “Le Grand Balcon”, nella grande masseria di famiglia, un gioiello del Quattrocento in mezzo alla campagna tarantina con tanto di antica torre di avvistamento sullo Ionio.

«Faccio un giretto di allenamento», dice, decollando in verticale sotto i nostri occhi sbarrati e le fronde di ulivi secolari spolverate …

Sul soffitto del grande salone-museo conserva la coda del suo primo aereo, un F.15 B, fabbricato dalla milanese Procaer, che una mattina un addetto schiantò per un errore di manovra sulle pareti di un hangar. «Ancora sto male quando ci penso», mormora. Con i suoi occhi azzurri e passo charmant verso i novanta, trascorsi più tra le nuvole che in terra, Vincenzo Motolese, pugliese di Grottaglie, è un pezzo di storia dell’aviazione civile italiana.

Oggi non guida più gli aeroplani, ma quattro anni fa è diventato il più anziano pilota di elicotteri al mondo. «Lo certifica il Guinness», ci informa, fiero, salendo sul suo Robinson 22 parcheggiato sull’H dell’elisuperficie che ha chiamato “Le Grand Balcon”, nella grande masseria di famiglia, un gioiello del Quattrocento in mezzo alla campagna tarantina con tanto di antica torre di avvistamento sullo Ionio.

«Faccio un giretto di allenamento», dice, decollando in verticale sotto i nostri occhi sbarrati e le fronde di ulivi secolari spolverate dalla raffica delle pale. La prima volta a una cloche fu sul cielo di Bologna, nel ’53. Il Saiman 202, di quelli adottati dalla Regia Aeronautica e poi ceduti agli aeroclub, era «un apparecchio difficile. Strinsi i denti, ma capii che la mia vita sarebbe stata quella». Così fu.

Traversate transoceaniche, appunti di viaggio, le tappe da nord a sud, da est a ovest, segnate col pallino rosso sul mappamondo, la creazione infine di una scuola di volo, Vincenzo Motolese sembra uscito da una storia d’altri tempi. Leggendaria, come quelle dei libri sulle vite dei grandi aviatori, sparsi qui ovunque tra le antiche carrozze e i reperti di campagna ad Angiulli Grande, il nome della masseria, appartenuti alla famiglia che da otto generazioni produce vino e olio. E che addirittura discende, per ramo materno, dal filosofo Bernardino Telesio. Si commuove, ripercorrendo i frame di una vita piena e in volo sui cieli del pianeta. Ma anche pensando al mondo che troveranno i suoi tre amatissimi nipotini: «Pensavo che di bombardamenti mi restasse solo il ricordo di quando distrussero l’aeroporto militare, qui a Grottaglie. Studiavo le tabelline in quel momento. All’improvviso, boati e fiamme a due passi da noi, e mamma che mi chiede d’inginocchiarmi perché, disse, Dio i bambini li ascolta».

Sul Venerdì del 24 aprile 2026

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