L’esploratore Alex Bellini: “Non sono pazzo, escludo soltanto il piano B”
di Marco Consoli«L’immagine che non dimenticherò mai è lo sguardo di mio padre quando arrivai a Fortaleza. Mi confessò che, alla partenza da Genova, aveva pensato che non mi avrebbe rivisto mai più». Alex Bellini, 47 anni, esploratore ed ambientalista, autore di imprese sportive estreme, tra cui l’attraversamento a piedi dell’Alaska, quello in barca a remi dell’Oceano Pacifico quello in sci e slitta della calotta di ghiaccio islandese del Vatnajökull, ricorda così il momento più intenso della sua traversata dell’Atlantico, ovviamente sempre a remi, iniziata a Genova e conclusa in Brasile il 2 maggio 2006, dopo 224 giorni e 11mila chilometri di navigazione.
A celebrarla, a 20 anni di distanza, sono il documentario Rotta, presentato in anteprima al Trento Film Festival, che raccoglie video inediti ripresi sulla sua barca, oltre alla riedizione per Sonzogno del libro Pensa se non ci avessi provato. Lezioni da un viaggio che vale una vita. «Lì è raccontato anche il momento più difficile: riuscire a prote…
«L’immagine che non dimenticherò mai è lo sguardo di mio padre quando arrivai a Fortaleza. Mi confessò che, alla partenza da Genova, aveva pensato che non mi avrebbe rivisto mai più». Alex Bellini, 47 anni, esploratore ed ambientalista, autore di imprese sportive estreme, tra cui l’attraversamento a piedi dell’Alaska, quello in barca a remi dell’Oceano Pacifico quello in sci e slitta della calotta di ghiaccio islandese del Vatnajökull, ricorda così il momento più intenso della sua traversata dell’Atlantico, ovviamente sempre a remi, iniziata a Genova e conclusa in Brasile il 2 maggio 2006, dopo 224 giorni e 11mila chilometri di navigazione.
A celebrarla, a 20 anni di distanza, sono il documentario Rotta, presentato in anteprima al Trento Film Festival, che raccoglie video inediti ripresi sulla sua barca, oltre alla riedizione per Sonzogno del libro Pensa se non ci avessi provato. Lezioni da un viaggio che vale una vita. «Lì è raccontato anche il momento più difficile: riuscire a proteggermi dalle critiche e ripartire dopo l’errore commesso nella primissima partenza, rimanendo fedele al mio progetto», racconta al telefono da Trieste Bellini, che il 4 giugno sarà ospite della quinta edizione del Festival di Green&Blue (fino al 6 giugno al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia di Milano).
Quali sono i semi che hanno fatto crescere in lei questo desiderio di avventura? «Sono due: quello piantato da mio padre, che quando ero piccolo andava in vacanza con gli amici in moto sulle piste del Rally dei Faraoni o della Parigi Dakar. Il modello per me era lui, non avevo bisogno di Salgari. Poi quando avevo 21 anni inaspettatamente è morta mia madre: al funerale le ho promesso che la morte mi avrebbe trovato vivo. Non c’era più tempo da perdere per fare ciò che volevo».
Ha mai rischiato di morire? «Forse quando sul Vatnajökull sono caduto in un crepaccio finendo poi 200 metri più in basso. La maggior parte delle volte ho avuto una paura di morire che però non corrispondeva a un rischio reale: come quando ti trovi nel mare in tempesta. Dietro ogni viaggio ci sono mesi di preparazione, quindi è più che altro una questione psicologica».
Quanto pesa la solitudine quando si sta dieci mesi in mezzo al mare, come nell’Oceano Pacifico? «La solitudine non mi pesa, anzi la cerco, è il raccoglimento necessario per quello che per me è soprattutto un viaggio interiore. Detto questo, il troppo stroppia, per cui a un certo punto non vedo l’ora di tornare in famiglia e tra i miei amici: perché io esisto solo quando qualcuno mi fa da specchio, altrimenti sono solo un disperato su una barchetta. Poi c’è un’altra solitudine di cui ho sofferto quando è cominciato tutto: le critiche, la derisione, 20 anni fa mi facevano sentire molto solo. Poi sono arrivate le imprese e la fama».
Quanto conta la gloria per lei? «Per me poco, ma nella società della performance tutti si aspettano da te un risultato, che condiziona la fiducia per avere finanziamenti per le avventure successive. Tuttavia bisogna ricordare che Ernest Shackleton, l’esploratore più grande di sempre, non ha mai portato a termine nessuna delle sue imprese. Lui è il primo dei modelli cui mi ispiro».
Altri? «Il naturalista Alexander von Humboldt, padre dell’ecologia moderna, ammirato da mia madre, che per questo mi ha chiamato Alessandro. E poi il norvegese Fridtjof Nansen e Ambrogio Fogar».
Molti penseranno: Alex Bellini è un pazzo… «Nietzsche diceva: “Io non sono uomo, sono dinamite”. Abbiamo un’energia vitale che va canalizzata per produrre un impatto positivo e non il contrario. Io sono pazzo nella misura in cui ogni giorno cerco questa dinamite in me per innescare una forza positiva: l’esplorazione mi fa conoscere il mondo e mi dà la sensazione di essere parte di qualcosa più grande».
Lei fa il motivatore. Perché la gente comune si arrende davanti alle sfide? «Secondo me perché lascia aperta la porta a un piano B. Invece dovrebbe fare come Hernán Cortés, che arrivato in America fece bruciare le navi, per non tornare più indietro. Quando sei in mezzo all’Oceano arrivi alla meta perché vuoi tornare a casa vivo».
L’immagine più drammatica di violenza dell’uomo contro la natura che ha visto? «Nel 2019, quando a remi ho raggiunto l’isola creata da 100 mila tonnellate di rifiuti di plastica accumulate nel Pacifico, tra California e Hawaii: mi sono sentito come un Robinson Crusoe alla rovescia, in un luogo lontano dalla coscienza di tutti ma che parlava così fortemente di noi».
Quale avventura ha in programma adesso? «La seconda e terza fase del progetto Eyes on Ice, dopo la prima in Alaska: in estate andrò in Groenlandia per documentare come gli Inuit si adattano al cambiamento climatico, e nel 2027 farò il primo tentativo di traversata dell’Oceano Artico».
Ora che ha due figlie, come racconta loro queste imprese estreme? «Per fortuna non si rendono conto ancora bene dei rischi che corro, che comunque sono calcolati. Più che altro quando torno e pretendo di dare loro delle regole, mi dicono: sei stato via per tanti mesi e ora vieni qui a fare il professore? Fare il genitore quando sei un esploratore è veramente difficile».