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Laura Morante: «La mondanità non sarà mai il mio forte»

«Non sono socievole, per quello non mi finanziano i film». In attesa di tornare alla regia, l’attrice in “Quasi Grazia”interpreta al cinema Grazia Deledda, l’unica scrittrice italiana a vincere il Nobel: «Un’impresa gigantesca»
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Il cinema italiano si è spesso raccontato grazie al volto di Laura Morante. Dagli esordi con i due Bertolucci (Oggetti smarriti di Giuseppe e La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo) Morante è stata il cuore di storie rimaste per generazioni. Del triangolo amoroso di Turné di Gabriele Salvatores, di molti film di Nanni Moretti, ma anche di commedie che hanno raccontato alla perfezione i cambiamenti del Paese, come Ferie d’agosto di Paolo Virzì e Ricordati di me di Gabriele Muccino.

In tutto questo, è rimasta sempre molto attrice e poco diva, riservata e quasi sfuggente, eppure più attiva di quanto il suo modo silenzioso di porsi possa far pensare. Si è ritagliata spazi e tempi per lavorare in Francia, per dedicarsi al teatro e anche per scrivere: il suo primo libro Brividi immorali è uscito nel 2018 per La nave di Teseo mentre una seconda raccolta di racconti sarà pubblicata in autunno dallo stesso editore.

Nel 2012 ha scritto e diretto il suo primo film Ciliegine e, nel 2016, il …

Il cinema italiano si è spesso raccontato grazie al volto di Laura Morante. Dagli esordi con i due Bertolucci (Oggetti smarriti di Giuseppe e La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo) Morante è stata il cuore di storie rimaste per generazioni. Del triangolo amoroso di Turné di Gabriele Salvatores, di molti film di Nanni Moretti, ma anche di commedie che hanno raccontato alla perfezione i cambiamenti del Paese, come Ferie d’agosto di Paolo Virzì e Ricordati di me di Gabriele Muccino.

In tutto questo, è rimasta sempre molto attrice e poco diva, riservata e quasi sfuggente, eppure più attiva di quanto il suo modo silenzioso di porsi possa far pensare. Si è ritagliata spazi e tempi per lavorare in Francia, per dedicarsi al teatro e anche per scrivere: il suo primo libro Brividi immorali è uscito nel 2018 per La nave di Teseo mentre una seconda raccolta di racconti sarà pubblicata in autunno dallo stesso editore.

Nel 2012 ha scritto e diretto il suo primo film Ciliegine e, nel 2016, il secondo, Assolo. Proprio dopo Assolo, Gianni Amelio le disse di non farsi più dirigere da altri registi e di continuare su quella strada. Morante avrebbe voluto farlo, ha una sceneggiatura pronta da un po’, ma afferma di non avere trovato i finanziamenti. «Evidentemente quelli che dispongono del denaro per produrre i film si orientano su cose di tipo diverso. È vero che questo è un momento particolare, come dimostrano le polemiche correnti, ma io non ho mai avuto facilità. Ciliegine, alla fine, dovetti realizzarlo in Francia, dopo essere stata ignorata in Italia per mesi. Forse è colpa mia: non sono molto socievole, zero mondana. Bisognerebbe essere capaci di costruire relazioni, io non sono brava», afferma. Lo fa senza polemica e senza sentire il bisogno di scoprirsi diversa da come è stata fino a oggi.

Ad agosto compirà 70 anni. Dal 14 maggio sarà al cinema in Quasi Grazia di Peter Marcias. Tratto dal romanzo omonimo di Marcello Fois, è una sorta di biografia in tre atti, con tre attrici che interpretano Grazia Deledda in tre diversi momenti della sua vita (oltre a Morante, ci sono Irene Maiorino e Ivana Monti) che vinse il premio Nobel per la Letteratura cent’anni fa, nel 1926. Personaggio poco raccontato, autrice poco letta, la scrittrice è nella storia come unica donna italiana ad aver vinto quel premio così prestigioso ma è sempre stata considerata un’outsider: troppo moderna e audace per la Sardegna arcaica da cui proveniva, troppo provinciale per i colleghi letterati potenti (e tutti maschi) del suo tempo.

1."Nuda per Carmelo Bene"

Che cosa sapeva di Grazia Deledda prima di girare il film?

«Quasi nulla, giusto qualche ricordo scolastico. Credo che ci facessero leggere dei brani di Canne al vento, libro che poi ho letto per intero solo quando mi hanno offerto il film».

Della sua vicenda personale che cosa colpisce?

«Qualunque cosa uno possa pensare della sua letteratura dal punto di vista artistico, Grazia Deledda ha portato a termine un’impresa gigantesca per l’epoca: era una donna, ha voluto ostinatamente diventare scrittrice ed è emersa pur venendo da un contesto che non la favoriva in alcun modo».

Chi la favorisce di meno è la famiglia, in particolare la madre.

«La madre non poteva concepire che la figlia, invece di avviarsi alla vita tipica delle donne sarde dell’epoca, avesse questo desiderio di fare la scrittrice. Questa incomprensione è durata tutta la vita e, nonostante i successi di Grazia, mi ha fatto ricordare Marcello Mastroianni. Mentre giravamo un film insieme, mi raccontò che per un documentario su di lui avevano intervistato sua madre. E sua madre ripeteva sempre che se fosse andato a impiegarsi all’anagrafe sarebbe stato meglio. Non si capacitava e continuava a sognare il posto fisso per il figlio. Quindi, per tornare a Deledda: lei sapeva quanto la madre fosse contraria alle sue aspirazioni e, di fatto, ha desiderato sempre di venire finalmente apprezzata».

Per lei, invece, com’è stato? La sua famiglia l’ha incoraggiata a entrare nel mondo dello spettacolo o qualcuno non era tanto d’accordo?

«Noi eravamo in tanti. Tra i figli dei miei genitori insieme e i due nati dalla seconda moglie di mio padre, siamo in dieci. Quindi non c’era una grande attenzione perché eravamo troppi. Io era la sesta e a 17 anni sono partita, senza particolari ostacoli né particolari incoraggiamenti. Mio padre poi mi ha seguita abbastanza, era interessato al teatro e al cinema. Ricordo che venne a vedermi quando lavoravo con Carmelo Bene, era molto incuriosito. Mia madre no. Il suo sogno per i figli era che avessimo ognuno una piccola bottega, vicino a casa, anzi dentro il giardino di casa. Una cartoleria per uno, una merceria per l’altra e così via. A lei non interessava per niente la riuscita nella vita, la considerava una cosa un po’ patetica. Per dire, anni dopo, quando vedeva Berlusconi in televisione ci faceva ridere perché diceva: “Poverino, mi fa pena, con questa smania di piacere a tutti i costi”».

Quanto ha inciso la zia scrittrice, Elsa Morante, sulla sua storia?

«Non lo saprò mai. I miei rapporti con Elsa si sono interrotti quando avevo 14, 15 anni. Da allora, non l’ho più vista. Una volta l’ho incrociata per strada, ho cambiato marciapiede per non salutarla. Mi faceva paura. Era una donna un po’ dispotica. Intelligente, ma l’opposto di mia madre che, invece era il mio modello: nessuna ambizione, dolce e gentile. Invece Elsa fumava una sigaretta dietro l’altra e parlava a voce altissima. Quando ero piccola ero la sua prediletta e allora lei mi volle portare con sé a Roma. Ma ero sonnambula, la notte camminavo e la svegliavo. Dopo qualche giorno, per fortuna, mi rimandò a casa».

Lei ha tre figli e le due ragazze Eugenia Costantini e Agnese Claisse sono entrambe attrici. Eugenia sarà in scena con lei alla Milanesiana a giugno nel Ballo di Irène Némirovsky mentre Agnese è nel cast del film Roma elastica che sarà presentato a Cannes. Quando si è accorta che erano portate per il suo mestiere?

«Io non ho avuto alcun ruolo, non le ho spinte, è stata una scelta loro. Ho solo detto loro che sono brave».

Consigli?

«Sono due donne intelligenti e dotate, quindi non ho bisogno di spiegare chissà che. Dico loro quello che ripeto a tutti gli aspiranti attori. Questo è un mestiere che va fatto seriamente ma non va preso troppo sul serio. Invece in genere si fa il contrario, si prende troppo sul serio e non si fa abbastanza seriamente».

Com’era Laura Morante agli inizi?

«Una ragazzetta timida, però più orgogliosa che timida. Feci il provino con Damiano Damiani per La Piovra, insieme a Michele Placido. Damiani era uno che trattava male le persone. Io avevo questo ciuffo che mi cadeva continuamente sugli occhi e lui mi urlava contro perché diceva che il ciuffo gli dava fastidio. Al che io gli dissi: “Lei ritiene erroneamente che questo sia un provino per l’attrice, invece questo è anche un provino per il regista”. E me ne andai».

Nei prossimi mesi ci sarà un compleanno importante. Con il tempo che passa, la vita si semplifica o si complica?

«Ricordo momenti molto difficili da giovane, ero sempre senza soldi. Da questo punto vista tutto si è semplificato. Quel che pesa adesso è fare i conti con il tempo che rimane per fare le cose che ti interessano. C’è un momento della vita in cui potresti ancora fare quasi tutto, poi le possibilità si riducono. Ho questa consapevolezza anche grazie al fatto che ho iniziato con la danza e la danza ti insegna a sentirti vecchia molto presto».

Le propongo un regalo di compleanno: scelga un regista da cui farsi dirigere.

«I fratelli Coen. Ma non succederà, le pare che chiamano me?».

Non si può mai dire, io glielo auguro. Con chi festeggerà il 21 agosto?

«Niente di speciale, il compleanno ad agosto è sempre così, non c’è mai nessuno».

Sul Venerdì di Repubblica dell’1 maggio

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