In Malattia come metafora, Susan Sontag descrive la malattia come il lato notturno della vita, il più oneroso. Ciascuno di noi, dice, ha una doppia cittadinanza: vorremmo usare sempre il “passaporto buono”, ma prima o poi siamo costretti a usare l’altro, quello che ci introduce nel paese dei malati. Alla vigilia del suo ventinovesimo compleanno, Nino Clavel riceve una diagnosi di tumore. La dottoressa prova ad essere, se non empatica, almeno gentile, ma la routine ospedaliera ha la meglio. Quella quotidiana di Nino, invece, si scompagina. Nel suo film delicatissimo, Pauline Loquès ci racconta i tre giorni dopo la diagnosi e prima della terapia. Tre giorni in cui Nino non riesce a entrare nel suo appartamento perché ha perso le chiavi: incidente semplice, ma anche spunto per riflettere sulla malattia come esposizione, espulsione dalle mura domestiche del corpo per come lo conoscevamo. Al tempo stesso è un espediente narrativo per obbligare Nino a non chiudersi in casa, affrontando piut…
In Malattia come metafora, Susan Sontag descrive la malattia come il lato notturno della vita, il più oneroso. Ciascuno di noi, dice, ha una doppia cittadinanza: vorremmo usare sempre il “passaporto buono”, ma prima o poi siamo costretti a usare l’altro, quello che ci introduce nel paese dei malati. Alla vigilia del suo ventinovesimo compleanno, Nino Clavel riceve una diagnosi di tumore. La dottoressa prova ad essere, se non empatica, almeno gentile, ma la routine ospedaliera ha la meglio. Quella quotidiana di Nino, invece, si scompagina. Nel suo film delicatissimo, Pauline Loquès ci racconta i tre giorni dopo la diagnosi e prima della terapia. Tre giorni in cui Nino non riesce a entrare nel suo appartamento perché ha perso le chiavi: incidente semplice, ma anche spunto per riflettere sulla malattia come esposizione, espulsione dalle mura domestiche del corpo per come lo conoscevamo. Al tempo stesso è un espediente narrativo per obbligare Nino a non chiudersi in casa, affrontando piuttosto una specie di vagabondaggio fatto di incontri, di ricordi e di imprevisti. Dopo la diagnosi, prova a lasciare un messaggio sulla segreteria di qualcuno, ma poi ci ripensa. Non sapremo chi stava chiamando. Forse la madre, che la sera andrà a trovare senza riuscire a parlarle. Forse il suo migliore amico Sofian, forse l’ex fidanzata. Fa fatica a dare la notizia: diventerebbe troppo reale. E poi le persone sembrano distratte, poco sintonizzate; oppure è lui a temere che lo siano. L’argomento è triste, certo, ma lo sguardo esitante e mite di Nino, la gentilezza di una Parigi che galleggia con lui, la profondità leggera di alcuni dialoghi cancellano le tracce scontate del cancer movie e ci accompagnano in un viaggio di cui non sappiamo la destinazione. E questo vale sia per la vita sia per la morte. Dunque, Nino non aver paura di tirare il calcio di rigore.
Sul Venerdì dell’8 maggio 2026