Per un buon whisky non serve andare in Scozia
di Giulia ManciniAcqua, cereali e saper fare. Dalle competenze della nostra secolare tradizione nella distillazione è nato, da alcuni anni, il whisky italiano.
Lontano dalle remote isole scozzesi o dalle piovose brughiere delle Highlands, è stata tracciata una strada nuova partita nel 2015 dall’Alto Adige con le prime bottiglie prodotte da Puni, a oggi ancora unica distilleria italiana interamente dedita alla produzione di whisky. Poco più di dieci anni sono passati da allora. Non molti per un bilancio definitivo, certo, ma abbastanza per raccontare una tendenza: nel 2025 Whisky Club Italia, infatti, ha contato 23 distillerie sul nostro territorio.
Spiriti eccellenti
Un fenomeno che si inserisce in uno dei comparti più dinamici: i dati Nomisma evidenziano come l’export italiano degli spirits nell’ultimo decennio sia triplicato in valore g…
Acqua, cereali e saper fare. Dalle competenze della nostra secolare tradizione nella distillazione è nato, da alcuni anni, il whisky italiano.
Lontano dalle remote isole scozzesi o dalle piovose brughiere delle Highlands, è stata tracciata una strada nuova partita nel 2015 dall’Alto Adige con le prime bottiglie prodotte da Puni, a oggi ancora unica distilleria italiana interamente dedita alla produzione di whisky. Poco più di dieci anni sono passati da allora. Non molti per un bilancio definitivo, certo, ma abbastanza per raccontare una tendenza: nel 2025 Whisky Club Italia, infatti, ha contato 23 distillerie sul nostro territorio.
Spiriti eccellenti
Un fenomeno che si inserisce in uno dei comparti più dinamici: i dati Nomisma evidenziano come l’export italiano degli spirits nell’ultimo decennio sia triplicato in valore grazie alla qualità e alla reputazione del Made in Italy, arrivando a toccare l’1,8 miliardi di euro nel 2024, con una crescita tra il 2019 e il 2024 del 41 per cento delle esportazioni. Un dato, ma soprattutto un’attenzione al settore, che non è sfuggito alla più importante fiera di settore, Vinitaly, che nell’edizione da poco conclusa ha visto debuttare un nuovo padiglione, Xcellent Spirits, dedicato alla liquoristica, distillazione e miscelazione. Per quanto riguarda il whisky, inoltre, Mordor Intelligence ha stimato che nel 2026 il mercato globale raggiungerà i 162,18 miliardi di dollari, in crescita rispetto agli oltre 155 del 2025 con proiezioni che superano i 197 miliardi di dollari sul lungo periodo, per il 2031.
Da noi l’attenzione dei distillatori italiani si è focalizzata sul segmento alto della produzione e alla caratterizzazione dei prodotti, confermando come competenze e biodiversità siano valori fondamentali. «Nel nostro Paese ci sono i tre elementi essenziali per il whisky, e sono eccellenze: grano, acqua e la grande tradizione della distillazione» esordisce Francesco Bruno Fadda, che insieme a Lara Da Luna dirige la guida Spirito Autoctono. «In pochi anni abbiamo notato una crescita nel numero delle distillerie che si sono affacciate a questo prodotto, con qualità nette e crescenti».
L’export va bene
«Attualmente la nostra capacità produttiva si attesta intorno ai centomila litri anidri annui (per “litri anidri” si intende la quantità di alcol puro contenuto in una bevanda alcolica )» racconta Jonas Ebensperger, fondatore di Puni Distilleria, apripista e pioniere del whisky italiano. «L’export rappresenta il nostro principale motore di crescita, siamo presenti in circa dieci Paesi, dagli Stati Uniti al Giappone. Questo successo conferma l’interesse globale per prodotti autentici e di eccellente fattura, nonostante il mercato mondiale del whisky sia diventato sempre più competitivo e complesso nell’ultimo decennio». Tra incertezze politiche ed economiche, Ebensperger è fiducioso che «ci sarà sempre posto per un vero whisky italiano di alta qualità, sia sui mercati internazionali sia su quello nazionale». Ed è proprio sulla forte caratterizzazione a livello regionale ancor più che nazionale, che si è impostato il lavoro di altre due distillerie, una in Trentino e una in Sardegna. Acqua cristallina delle Dolomiti del Brenta, orzo e segale italiani e sei generazioni di esperienza familiare nella distillazione sono gli ingredienti di Villa de Varda per la linea InQuota Mountain Whisky: «I nostri sono cereali antichi ritrovati e ripiantati in montagna, in varie zone del Trentino» racconta Mauro Dolzan, responsabile di produzione. «In montagna abbiamo un vantaggio qualitativo, ma anche rischi di gelate e alti costi produttivi». Quattro etichette continuative per circa il 10 per cento di produzione rispetto ai volumi della distilleria, barili di invecchiamento che abbracciano l’Italia e un ambizioso progetto legato al territorio: «In ogni valle c’era in passato la coltivazione di un cereale, come orzo in Val di Non e segale a Pinè» continua Dolzan. «Stiamo proseguendo con la ricerca di varietà antiche legate ai luoghi in modo che tutta la filiera sia sempre a più forte caratterizzazione zonale».
Niente imitazioni
Anima regionale anche per il Whisky from Sardinia, della distilleria Silvio Carta, invecchiato in botti centenarie di castagno: «Non ci interessava fare un whisky in rovere che ne ricordasse altri, ma qualcosa che riportasse alla materia prima» sottolinea Elio Carta. «Il castagno permette l’ossigenazione e fa in modo che venga trasferita la memoria gustativa, i sentori della Vernaccia che in quelle botti ha maturato». Sanzio Evangelisti, mastro distillatore di Mazzetti di Altavilla, in Piemonte, e ideatore del whisky Animo è categorico: «Per essere denominato italiano serve che arrivi da distillazione e produzione italiana. Se viene acquistato altrove e poi in Italia fa solo il passaggio di invecchiamento in legno non lo si può dire italiano. Ed è importante, così tanto che noi abbiamo deciso di coltivare qui da noi l’orzo per il nostro whisky».
Sul Venerdì dell’8 maggio 2026