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America, come sei finita così?

Donald J. Trump, 79 anni, è il 47° presidente degli Stati Uniti d’America: è entrato in carica nel gennaio del 2025. Tom Brenner/The New York Times 

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Se lo chiede Thomas Chatterton Williams, uno dei più controversi intellettuali Usa. Che si dà anche una risposta: «Tutto partì nel 2020, quando esplose il Covid e dilagarono Black Lives Matter e cancel culture». Tensioni e polarizzazioni che portarono al ritorno di Trump. Intervista
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«L’estate 2020 americana fu segnata dalle migliaia di morti per Covid e dalle rivolte che seguirono l’assassinio di George Floyd. Quei due eventi contribuirono a creare un’atmosfera polarizzata che si tradusse in atteggiamenti estremisti da parte della sinistra e della destra. Ho provato a ripercorrere quegli eventi, per capire come siamo arrivati fin qui». Thomas Chatterton Williams, 45 anni, è l’influente saggista afroamericano, nato in New Jersey ma residente a Parigi, collaboratore di riviste come The Atlantic, New York Times Magazine, The New Yorker. Il suo lavoro è concentrato su temi come razza e identità, con tesi controverse (sostiene, fra l’altro, il superamento delle categorie di bianco e nero). Proprio nel 2020 fu promotore della lettera aperta pubblicata su Harper’s Magazine, firmata da 153 intellettuali (tra cui Margaret Atwood, Salman Rushdie, JK Rowling), a sostegno della “libertà d’espressione”, a loro dire, limitata a destra dall’autoritarismo trumpiano e a sinistra …

«L’estate 2020 americana fu segnata dalle migliaia di morti per Covid e dalle rivolte che seguirono l’assassinio di George Floyd. Quei due eventi contribuirono a creare un’atmosfera polarizzata che si tradusse in atteggiamenti estremisti da parte della sinistra e della destra. Ho provato a ripercorrere quegli eventi, per capire come siamo arrivati fin qui». Thomas Chatterton Williams, 45 anni, è l’influente saggista afroamericano, nato in New Jersey ma residente a Parigi, collaboratore di riviste come The Atlantic, New York Times Magazine, The New Yorker. Il suo lavoro è concentrato su temi come razza e identità, con tesi controverse (sostiene, fra l’altro, il superamento delle categorie di bianco e nero). Proprio nel 2020 fu promotore della lettera aperta pubblicata su Harper’s Magazine, firmata da 153 intellettuali (tra cui Margaret Atwood, Salman Rushdie, JK Rowling), a sostegno della “libertà d’espressione”, a loro dire, limitata a destra dall’autoritarismo trumpiano e a sinistra dalla cosiddetta cancel culture. I temi affrontati anche nel suo ultimo libro, L’età del malcontento, dal 19 maggio nelle librerie italiane (Mondadori), dopo essere stato pubblicato in America un anno fa.

Lei riprende la tesi di Mark Lilla secondo cui le politiche identitarie hanno indebolito il liberalismo, andando oltre: rintraccia nelle pulsioni di quella fatidica estate la genesi di una forza fanatica che ha portato al momento politico attuale.

«Ho iniziato il libro nel 2021, completandolo nel 2024, prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca. E mi sono concentrato sul cortocircuito scaturito dalle istanze del movimento no-mask a destra e dalla trasformazione, a sinistra, di istanze sacrosante di giustizia sociale in pretese eccessive: il woke, la cancel culture e così via. L’intenzione era mettere in guardia dal contraccolpo determinato da certi comportamenti estremi. Ma a quel tempo speravo ancora nella sconfitta di Trump».

Oggi aggiungerebbe qualcosa?

«Sì, amplierei e rivedrei i capitoli sulla rivolta del 6 gennaio e i rapporti fra protesta pro-Pal e Israele. Raccontando come certi eccessi della sinistra, che critico, siano stati sfruttati dalla destra trumpiana per compiere usurpazioni di potere e avviare l’attuale deriva autoritaria, andata ben oltre gli originari abusi dei liberal. I rischi non sono equivalenti, ma interconnessi. L’autoritarismo di destra ha infatti superato il dogmatismo di sinistra, impadronendosi delle istituzioni e acquisendo un potere sproporzionato. Molta sinistra non ha fatto alcun lavoro di introspezione e autocritica per comprendere i motivi del ritorno di Trump, con il sostegno di afroamericani, latini e asiatici. E se non lo comprendiamo ora, non sapremo formulare una visione progressista post-trumpiana».

Lei rintraccia le radici di certe pulsioni identitarie illiberali nell’epoca successiva all’elezione di Barack Obama.

«L’elezione di Obama significò davvero qualcosa di nuovo per l’America: il Paese si unì in modo straordinario, convinto che stessimo chiudendo un capitolo di storia razzista e che fossimo sulla strada giusta per diventare finalmente una società post-razziale. Non saremmo più stati ossessionati dal peccato originale della schiavitù, la razza non sarebbe più stata il nodo centrale della nostra storia. Con il senno di poi, credo ci fu troppa pressione sulla figura del presidente. Ma certo, perdemmo un’opportunità: la società era davvero avanti, la gente pronta a compiere il salto».

E invece?

«Una serie di uccisioni di afroamericani, brutali ma statisticamente non così numerose, spinse la sinistra ad abbracciare l’idea che bisognasse difendersi come blocchi identitari. Lo stesso Obama fece affermazioni in cui si identificava con i neri, non come presidente post-razziale. Finì che da allora, invece di batterci per difendere le vite di tutti e un concetto universale di diritto, si enfatizzò che la vita dei neri contava: Black Lives Matter. Dando alla maggioranza bianca il modo di rispondere a sua volta come blocco razziale, avallando idee fino ad allora considerate disdicevoli. Di fatto, ci fu una balcanizzazione della politica americana: squadre diverse a battersi per diritti distinti».

George Floyd fu assassinato sotto gli occhi di decine di cellulari da un poliziotto che gli tenne il ginocchio sul collo per oltre nove minuti.

«Non c’è dubbio: quel brutale assassinio generò il sincero impegno di molti a lottare per una società più inclusiva. Allo stesso tempo ci furono disordini disastrosi, saccheggi e violenze. Seguiti dalla pretesa di imporre una nuova moralità basata sul risentimento: il “wokismo”, un impulso illiberale che privilegia l’identità rispetto alla giustizia e rende più difficile il percorso verso una società multietnica e tollerante».

L’idea di maggiore rispetto verso le minoranze era giusta. Semmai, l’esigenza morale divenne dogma.

«Certo, il woke – il cui significato è risveglio, consapevolezza – nel senso progressista del termine, metteva in luce torti commessi da alcuni gruppi in passato che continuano ad avere ripercussioni sul presente di altri gruppi. Liquidare quel senso di ingiustizia è impossibile, le disparità esistono. Però il modo in cui si tentò di correggere l’errore storico fu eccessivo, generò altra intolleranza, frutto, forse, di una tendenza manichea tutta americana che ha finito per peggiorare il problema».

Un esempio?

«Penso a un titolo del New York Times dove si parlava addirittura di “genocidio dei neri americani”. La minaccia, esagerata al punto da far perdere fiducia e sensibilità nell’opinione pubblica che smise di ascoltare. Cercare di raggiungere gli obiettivi a tutti i costi, insomma, ha spinto a prendere scorciatoie illiberali. Accadde pure col #MeToo: istanze sacrosante, reazioni isteriche. Quando iniziarono i licenziamenti senza un giusto processo, molti smisero di credere alle legittime denunce del movimento. La conseguenza è stata sottovalutare il ritorno di Trump: era già stato detto così tante volte che vivevamo in un’era fascista che la gente ha smesso di crederci».

#MeToo e #BlackLivesMatter, intesi come hashtag: non si è avuta troppa fiducia nei social?

«Sicuramente. La velocità di condivisione e diffusione delle istanze ha fatto sembrare certi fenomeni più diffusi di quanto lo fossero realmente. E gli attivisti hanno confuso i dibattiti social con la realtà. Pensando, ad esempio, che tutti i membri delle minoranze volessero togliere fondi alla polizia. Dimenticando quanto i social, spesso, siano latori di falso consenso, perché le voci più forti dominano la conversazione, e non lasciano spazio al disaccordo. Ma poi, al voto, le scelte seguono ragioni più complesse».

Come se la immagina l’America post-Trump?

«Intanto bisogna arrivarci. A Trump non importa che cosa accadrà dopo di lui e sta davvero prendendo una deriva dittatoriale. Ha già dispiegato l’esercito per le strade americane. La Corte Suprema ha di fatto abrogato il Voting Rights Act, la legge sui diritti civili del 1965. La mia principale preoccupazione, ora, è che le elezioni libere si svolgano davvero. Se accadrà, penso ancora che quanto intravisto con Obama sia promessa mantenibile. Auspico un politico democratico che torni a preoccuparsi di economia e di vita reale, anziché dei diritti delle atlete trans: troverebbe una solida base».

Il woke è ormai definitivamente superato?

«Temo un nuovo ciclo di estremismi morali frutto di una sinistra vendicativa: che porterà a nuova rigidità e consensi a destra, una sorta di legge del pendolo. Per questo, bisogna lavorare fin da ora a estromettere le voci illiberali, cercando persone desiderose di dare un futuro al sogno di una società multietnica. Politici responsabili, sostenitori di liberalismo, democrazia e Stato di diritto».

Sul Venerdì del 12 maggio 2026

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