Alaa Faraj, lettere dal carcere con amore
di Stefania ParmeggianiSi dice che i libri possono cambiare la vita. Nel caso di Alaa Faraj è vero. Condannato a trent’anni con l’accusa infamante di essere uno scafista, domani riceverà il Premio Terzani per il romanzo Perché ero ragazzo (Sellerio), che ha scritto in carcere a Palermo: “Una storia esemplare di dignità e coraggio”, la motivazione della giuria.Alaa studiava ingegneria a Bengasi ed era una promessa del calcio libico. Quando la guerra civile cancella università e campionato, decide di raggiungere l’Italia. Nel 2015, a vent’anni, sale su un barcone in legno con oltre trecento persone. Durante la traversata 49 migranti muoiono soffocati nella stiva e Alaa, insieme a due amici, viene accusato di “concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione”.
Alcuni testimoni dicono di averlo visto distribuire acqua e cercare di mantenere l’ordine. Viene condannato. In carcere studia e continua a dichiararsi innocente. Grazie all’incontro con Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del…
Si dice che i libri possono cambiare la vita. Nel caso di Alaa Faraj è vero. Condannato a trent’anni con l’accusa infamante di essere uno scafista, domani riceverà il Premio Terzani per il romanzo Perché ero ragazzo (Sellerio), che ha scritto in carcere a Palermo: “Una storia esemplare di dignità e coraggio”, la motivazione della giuria.Alaa studiava ingegneria a Bengasi ed era una promessa del calcio libico. Quando la guerra civile cancella università e campionato, decide di raggiungere l’Italia. Nel 2015, a vent’anni, sale su un barcone in legno con oltre trecento persone. Durante la traversata 49 migranti muoiono soffocati nella stiva e Alaa, insieme a due amici, viene accusato di “concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione”.
Alcuni testimoni dicono di averlo visto distribuire acqua e cercare di mantenere l’ordine. Viene condannato. In carcere studia e continua a dichiararsi innocente. Grazie all’incontro con Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del diritto, scrive la sua verità a mano, in stampatello, lettera dopo lettera. Nasce così il romanzo Perché ero un ragazzo. E il suo destino cambia. Quando la sua voce esce dal carcere, viene finalmente ascoltata.
A dicembre, il presidente Sergio Mattarella gli concede la grazia parziale, una procedura di revisione del processo è in corso. «Alaa non vuole la nostra pietà: cerca giustizia», scrive la giuria del Terzani. Pochi minuti dopo l’annuncio del Premio, si diffonde un’altra notizia: sposerà Alessandra Sciurba. «Non sappiamo come ha fatto a diventare di dominio pubblico», dice Sciurba rompendo per la prima volta il riserbo. «Per noi era una cosa intima, bella ma da proteggere. Invece, quando è stata data in pasto ai social, è diventata tutta un’altra storia: “Trafficante di esseri umani sposa l’ex presidente di Mediterranea”».
Sciurba, cominciamo da lei.
Oggi sono associata di Filosofia del diritto all’Università di Palermo, ma per anni sono stata una ricercatrice precaria. Ho sempre unito la ricerca al lavoro tra le persone: dai campi profughi sudanesi in Etiopia al Mediterraneo, da Patrasso alle serre del Ragusano. Il mio lavoro riguarda diritti umani, frontiere, tratta e criminalizzazione. Sono stata anche co-fondatrice della ong Mediterranea e ho partecipato a operazioni di soccorso in mare».
Come ha conosciuto Alaa?
«Durante un laboratorio sui diritti umani all’Ucciardone. Mi colpì subito: era giovane, rispettato dagli altri detenuti, e sorprendentemente consapevole. Solo dopo ho capito chi fosse».Terminato il laboratorio avete cominciato a scrivervi.«Le sue lettere erano straordinarie, per contenuto e per lingua. Riusciva a esprimere concetti profondi con grande semplicità ed efficacia».
Quando ha capito che il vostro carteggio sarebbe diventato un libro?
«Quando ho letto ad alta voce alcune pagine ad amici si sono emozionati immediatamente. Ho convinto Sellerio a pubblicarlo».
E cosa è successo?
«Mi è stato revocato il permesso di accesso al carcere: mi contestano di aver criticato una sentenza e di essermi occupata delle cause delle detenzioni, non solo della rieducazione dei detenuti. Più o meno nello stesso periodo la Cassazione metteva fine alla sua epopea giudiziaria: revisione inammissibile, condanna a trent’anni».
Un momento molto buio.
«Ero addolorata, arrabbiata, spaventata, impotente. Poi ho capito che mi servivano alleati autorevoli».
Così entra in gioco Zagrebelsky?
«Gli ho scritto una mail, senza sapere se mi avrebbe risposto. Su Repubblica definì il processo ad Alaa l’emblema della distanza tra diritto e giustizia».
Le cose cambiano?
«Si crea una rete sempre più ampia. La lotta di Alaa per la libertà ormai è la lotta di scrittori, artisti, attivisti come don Ciotti, giuristi, giornalisti d’inchiesta, programmi televisivi...».
Cambia anche il rapporto tra di voi?
«È stato qualcosa che è cresciuto nel tempo. Trascrivendo le sue parole, mi sono resa conto che era la persona che da sempre sognavo: lui comprende senza bisogno di parlare, mette gli altri al primo posto, resta saldo anche nelle tempeste. All’inizio negavo i miei sentimenti, ma poi tutto ha coinciso: il fatto di non poterlo più vedere dopo l’espulsione dal carcere, l’intensità del legame... Non potevo più mentirmi».
Alaa come viveva questo rapporto?
«Diceva che, dopo avermi incontrata, la sua storia aveva trovato un senso. Io mi arrabbiavo, perché un’ingiustizia del genere non può avere senso».
Quando vi siete visti per la prima volta fuori dal carcere?
«A settembre, per la presentazione del libro che l’arcivescovo di Palermo ha voluto organizzare sul sagrato della Cattedrale. Temevo potesse crollare, era la prima volta che usciva dopo dieci anni. Invece, Alaa si è seduto e davanti a mille persone e con una forza incredibile ha parlato di giustizia senza odio. Un messaggio completamente diverso dal linguaggio dominante».
Poi arriva la grazia parziale.
«Cancella oltre la metà della pena residua, lo avvicina a regimi come la semilibertà e, in prospettiva, la libertà condizionale. È una grazia atipica anche perché concessa a un uomo che non si è mai dichiarato colpevole».
E che continua a chiedere giustizia.
«L’avvocata Cinzia Pecoraro haraccolto nuove testimonianze e ha presentato un’altra istanza di revisione del processo. È stata fissata l’udienza. L’assoluzione non è importante solo per lui: riconoscere la verità significa mettere in discussione pratiche diffuse».
Ovvero?
«La figura dello scafista è l’emblema dell’ipocrisia di un sistema che chiude i canali legali di migrazione e allo stesso tempo alimenta il traffico di esseri umani. Spesso gli “scafisti” sono persone vulnerabili, costrette o spinte a guidare le barche, mentre i veri trafficanti restano a terra. I processi, come capitato ad Alaa, si basano su testimonianze raccolte in condizioni estreme: persone appena sbarcate, traumatizzate, interrogate in modo sommario. Le prove sono fragili, i testimoni scompaiono nei gradi successivi di giudizio, in molti casi intervengono pressioni politiche e un clima che richiede colpevoli a ogni sbarco».
La grazia ha influenzato la vostra relazione?
«Ha cambiato la prospettiva. Gli ho detto di fermarsi a riflettere: prima immaginava una vita con molto carcere davanti, adesso ha di nuovo un futuro. Era certo di volermi comunque sposare? Non ha avuto dubbi».
La notizia doveva restare riservata.
«Non sappiamo come le agenzie di stampa abbiano saputo delle nozze, ma subito, sui social e in certi ambienti di destra, è cominciata un’ondata di odio. Commenti violenti che però non cambiano il senso della storia».
Qual è?
«Anche nelle condizioni più difficili si può lottare per cambiare le cose».
Sul Venerdì dell’8 maggio 2026