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La sinistra è litigiosa, farla vincere è un’impresa

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Le lettere a casa. I social. Le invenzioni e le cadute... Lo spin doctor Mauro Ferrari spiega come lanciare una campagna. E com’è facile sbagliarla. Intervista
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Sono i manovratori delle campagne elettorali. Quelli a cui affidarsi se si punta a stappare lo spumante la sera dello spoglio. E anche quelli a cui dare la colpa se si perde. «E già questo vale il compenso» ironizza Mauro Ferrari, uno che di campagne elettorali se ne intende. Passato dal vendere oggetti al “vendere” candidati. Un palmarès di 39 campagne, di cui 29 vinte. Quasi tutte col centrosinistra, senza disdegnare però anche candidati di centrodestra come il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Le sue esperienze e i suoi consigli, Ferrari, li ha messi in un libro, La Fabbrica dei mostri (FrancoAngeli).

Che differenza c’è tra “vendere” un prodotto e un candidato?

«Il pubblicitario si relaziona principalmente con se stesso. Nelle campagne elettorali invece devi in qualche modo essere anche il promotore di un’armonia collettiva. Devi sapere gestire uno staff. Ma la grande differenza è che sulla pubblicità si lavora su un progetto di cui si vedrà il vantaggio tra mesi, magari anche tra…

Sono i manovratori delle campagne elettorali. Quelli a cui affidarsi se si punta a stappare lo spumante la sera dello spoglio. E anche quelli a cui dare la colpa se si perde. «E già questo vale il compenso» ironizza Mauro Ferrari, uno che di campagne elettorali se ne intende. Passato dal vendere oggetti al “vendere” candidati. Un palmarès di 39 campagne, di cui 29 vinte. Quasi tutte col centrosinistra, senza disdegnare però anche candidati di centrodestra come il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Le sue esperienze e i suoi consigli, Ferrari, li ha messi in un libro, La Fabbrica dei mostri (FrancoAngeli).

Che differenza c’è tra “vendere” un prodotto e un candidato?

«Il pubblicitario si relaziona principalmente con se stesso. Nelle campagne elettorali invece devi in qualche modo essere anche il promotore di un’armonia collettiva. Devi sapere gestire uno staff. Ma la grande differenza è che sulla pubblicità si lavora su un progetto di cui si vedrà il vantaggio tra mesi, magari anche tra anni. Invece la comunicazione politica si concentra in poco tempo».

Più difficile lavorare col centrodestra o col centrosinistra?

«Quelli di centrosinistra sono cavillosi, litigano su tutto, spaccano il capello. Gli altri sono più capaci di stare insieme, magari solo di facciata. Col centrosinistra, fino all’ultimo minuto del voto, è una lotta continua. In linea generale, comunque, il mio lavoro funziona solo se riesco a instaurare una relazione umana forte col candidato. Quando ho perso, è successo anche perché era mancata».

La sfida che ricorda con più soddisfazione?

«Giorgio Gori a sindaco di Bergamo».

Il candidato più difficile?

«Brugnaro ha una personalità forte, ma anche una grande generosità».

Quanto contano i social in una campagna elettorale?

«Senza i social non si può vincere, ma con solo i social non si vince, perché non bisogna dimenticare che le relazioni dirette hanno sempre un peso. Mi ricordo una campagna per la Regione Umbria: avevo uno staff social che portava a casa ogni giorno dei risultati straordinari. La percezione che mi dava il guardarli mi ha veramente portato fuori strada. Risultato? Abbiamo perso».

Tra le varie iniziative, lei invia lettere personalizzate agli elettori. Serve ancora?

«Sì, se si trova il modo di non fare finire il “messaggio” subito nel cestino. Io simulavo una missiva personale con tanto di francobollo della città e un timbro che richiamava quello postale. E un post scriptum finale: due righine con la chiamata all’azione, un numero di telefono, un ultimo consiglio o la sintesi della cosa più importante scritta nella lettera».

Meglio puntare sul programma o sul candidato?

«Il programma conta non più del 20 per cento. L’empatia, la capacità e la percezione che la gente ha del candidato contano molto di più. Su questo non ci sono dubbi. Semmai i contenuti vanno mirati. Nella campagna di Giorgio Gori, 2014, c’erano opuscoli con programmi personalizzati a seconda della zona della città. La gente entrava e prendeva quello che la riguardava più da vicino. Sembrava un’agenzia di viaggi...».

Un errore da evitare?

«Riguarda i social. Evitare di cadere nella trappola delle risposte dirette agli attacchi. Nel 2014 Gori venne attaccato per come aveva parcheggiato il Suv. Aprimmo una pagina Facebook “Dove cavolo parcheggia Gori?” invitando i sostenitori a posizionare la foto della sua macchina in luoghi surreali. Funzionò alla grande e l’attacco venne depotenziato».

Andiamo all’oggi. Che idea si è fatto di Elly Schlein?

«Che ha una forte identità ed è un’anti Meloni credibile. Il problema è che è troppo identitaria e un certo elettorato la percepisce come troppo ideologica. Porta a casa i suoi voti ma non va a prenderne altrove. Parla soprattutto a chi vuole essere rappresentato. Mentre, tanto per fare un nome che ultimamente va per la maggiore, Silvia Salis viene guardata con interesse da chi vuole essere rassicurato».

Di Silvia Salis si parla anche come leader del centrosinistra. Che consigli le darebbe?

«Che quella patina glamour di cui si circonda è stata utile ma adesso va sfumata. Le direi di cominciare a parlare di una sorta di programma, cogliendo però solo gli aspetti che riguardano le cose di cui si sa essere competente. Buttare in campo delle idee per Genova che possono essere percepite come idee valide per tutte le città d’Italia. E poi continuare a fare il suo lavoro, perché la gente non ama chi abbandona la propria poltrona per cercarne una più importante».

Attaccare Giorgia Meloni perché non si dichiara antifascista serve?

«È un tema che non viene più sentito come prima. Diciamo che in parte funziona quando già il candidato viene valutato negativamente: “Non mi piace e poi non è antifascista”».

Consiglierebbe a un candidato di centrosinistra di puntare sul tema della sicurezza?

«Per anni il centrosinistra non ne ha parlato o l’ha fatto timidamente, lasciando il campo al centrodestra. Quello che avevo già tentato di fare con qualche candidato con cui avevo questo problema era parlare di sicurezza mettendoci accanto altri temi di carattere sociale. In questo modo il centrosinistra può essere più cattivo del centrodestra».

Più facile fare campagne elettorale nelle grandi o nelle piccole città?

«In quelle con pochi abitanti è complicato perché i candidati sono talmente conosciuti che riposizionarli è difficilissimo. Cerco di evitarle».

Quanto costa uno spin doctor?

«Fino a 70 mila euro per una campagna in una grande città. Ma è anche successo che non mi abbiano pagato... O quando, nel 2009 a Piacenza, il centrosinistra mi ha praticamente scaricato all’improvviso. Così mi ha cercato il centrodestra e ho accettato».

Risultato?

«Abbiamo vinto».

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