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Vittorio Lingiardi: le lacrime di Almodóvar

Aitana Sánchez-Gijón e Leonardo Sbaraglia sono Monica e Raúl nell’ultimo film di Pedro Almodóvar 

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PSYCHO La recensione di “Amarga Navidad”
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La mano del maestro si sente. Ed è una mano che amo, anche se, negli ultimi anni, non sempre è riuscita a trasformare in oro tutte le pellicole che ha toccato. Amarga Navidad, l’ultimo film di Pedro Almodóvar, è un dispositivo perfetto che incrocia i piani della realtà e della finzione per raccontare il cinema come ossessione talmente amata da impedire di amare davvero le persone. Geniale l’idea di lasciare che il cursore del computer, mentre il regista scrive, occupi l’intero schermo come un elettrocardiogramma della creatività. Manierata invece l’insistenza cromatica, e troppo calibrato lo scorrere degli stati emotivi.

Confesso che mi mancano le lacrime selvagge che ho versato su Tutto su mia madre, Parla con lei, Volver e anche il più recente Dolor y gloria. Ma sarò cambiato anche io. A proposito di lacrime, da quando ho visto Amarga Navidad sono ossessionato da La Llorona, cioè La donna che piange, grande canzone del mito e del folklore messicani, spettro di una donna che ha perso…

La mano del maestro si sente. Ed è una mano che amo, anche se, negli ultimi anni, non sempre è riuscita a trasformare in oro tutte le pellicole che ha toccato. Amarga Navidad, l’ultimo film di Pedro Almodóvar, è un dispositivo perfetto che incrocia i piani della realtà e della finzione per raccontare il cinema come ossessione talmente amata da impedire di amare davvero le persone. Geniale l’idea di lasciare che il cursore del computer, mentre il regista scrive, occupi l’intero schermo come un elettrocardiogramma della creatività. Manierata invece l’insistenza cromatica, e troppo calibrato lo scorrere degli stati emotivi.

Confesso che mi mancano le lacrime selvagge che ho versato su Tutto su mia madre, Parla con lei, Volver e anche il più recente Dolor y gloria. Ma sarò cambiato anche io. A proposito di lacrime, da quando ho visto Amarga Navidad sono ossessionato da La Llorona, cioè La donna che piange, grande canzone del mito e del folklore messicani, spettro di una donna che ha perso i figli, o forse li ha uccisi, e vaga piangendo tra i vivi, inconsolabile e pericolosa (tuttavia nel testo della canzone non v’è traccia della leggenda). Nel film non ci limitiamo ad ascoltarla, ne diventiamo ostaggio. La voce di Chavela Vargas, che sembra una montagna che frana, fa de La Llorona una dichiarazione d’amore straziante. “La pena y lo que no es pena, Llorona, Todo es pena para mí […] Ayer lloraba por verte (per vederti), Llorona, Y hoy lloro porque te vi (perché ti ho visto)”. Il pianto non è più solo lutto: è desiderio che non trova forma, amore che non trova corpo. Almodóvar, che ha fatto del melodramma uno stile di conoscenza, infila la canzone nel film come un coltello – sa che farà male. Sarà l’antica gola costaricana di Chavela Vargas a dire quello che lui non riesce più a dire. Di questo parla il film, spesso con crudeltà. E allora, sì, mi commuove.

Sul Venerdì del 5 giugno 2026

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