Mille ovociti e un bebè (se mai vorrò)
di Marco BracconiMILANO. «Sono contenta di risponderle, anzi più se ne parla meglio è. Le donne devono sapere che questa possibilità esiste e come funziona». Susanna ha 38 anni, è di Milano, lavora in un’azienda informatica e quindici suoi ovociti “vivono” in un centro per la procreazione assistita, a quasi duecento gradi sotto zero. «Al momento del prelievo avevo trentasei anni, ho speso in tutto 5.500 euro, ma bisogna aggiungere i quasi trecento per il mantenimento annuale».
Susanna è stata fortunata, a lei è bastato un solo ciclo di terapia e non succede sempre, quando ne servono di più servono anche più soldi. È andata bene anche a Gea, romana, che al momento dell’intervento aveva 33 anni: «Ho ottenuto nove ovuli congelati, è una procedura che costa, inutile negarlo. Ma la sa una cosa? Dopo averla fatta sono sempre più convinta che lasciare il campo ai privati sia un errore. Tutto si sposta in avanti, la fine degli studi, il primo lavoro... Il social freezing dovrebbe essere aiutato dal sistema pu…
MILANO. «Sono contenta di risponderle, anzi più se ne parla meglio è. Le donne devono sapere che questa possibilità esiste e come funziona». Susanna ha 38 anni, è di Milano, lavora in un’azienda informatica e quindici suoi ovociti “vivono” in un centro per la procreazione assistita, a quasi duecento gradi sotto zero. «Al momento del prelievo avevo trentasei anni, ho speso in tutto 5.500 euro, ma bisogna aggiungere i quasi trecento per il mantenimento annuale».
Susanna è stata fortunata, a lei è bastato un solo ciclo di terapia e non succede sempre, quando ne servono di più servono anche più soldi. È andata bene anche a Gea, romana, che al momento dell’intervento aveva 33 anni: «Ho ottenuto nove ovuli congelati, è una procedura che costa, inutile negarlo. Ma la sa una cosa? Dopo averla fatta sono sempre più convinta che lasciare il campo ai privati sia un errore. Tutto si sposta in avanti, la fine degli studi, il primo lavoro... Il social freezing dovrebbe essere aiutato dal sistema pubblico. Per aiutare le donne».
Meglio sotto i 36 anni
Per social freezing si intende il congelamento volontario degli ovociti nella fase di massima fertilità, in modo da mantenere maggiori possibilità di procreare in un momento successivo.
L’età più indicata per farlo è 30-36 anni, in questa fascia le chance aumentano ma non è comunque garantito che gli ovociti diventeranno embrione, feto, neonato: la percentuale di successo per chi lo fa under 35 parte dall’80 per cento e va a scendere, dipende da età, numero e qualità degli ovuli. In Italia si può fare solo nel privato, pagando tutto di tasca propria, tranne in Puglia dove il pubblico dà una mano.
Distinzione importante: il social freezing va distinto dal congelamento per motivi clinici. Perché in questo caso la situazione è completamente diversa. Se la donna deve sottoporsi a cure che ne possono compromettere la fertilità (come la chemioterapia), la crioconservazione degli ovociti è a carico del Servizio sanitario. Il diverso trattamento dipende da un criterio legittimo e da un certo punto di vista perfino ragionevole. Ma approfondendo un po’ la questione si scopre che di criteri ce ne sono anche altri.
Più cliniche, più cicli
Un dato è certo: la domanda cresce. Non esiste un registro, né numeri ufficiali, ma i segnali vanno tutti in quella direzione. In dieci anni i centri per la procreazione assistita (Pma) che inviano dati sul social freezing sono passati da 25 a 72. Nel 2014 i cicli effettuati erano poco più di un centinaio, nel 2023 erano già saliti a 800.
La tendenza riguarda tutta Europa e anche lì è un affare per lo più privato; si distinguono la Francia, che offre la copertura pubblica, e il Belgio (con alcune limitazioni). In Spagna i prezzi sono più bassi perché i centri sono il triplo di quelli italiani e si fanno concorrenza, in Austria la conservazione degli ovociti era vietata fino all’anno scorso, in Ungheria è ancora proibita. Negli Usa si congela alla grande ma la procedura costa anche ventimila dollari.
Per Maria Frega, sociologa della medicina, nel mondo del 2026 la privatissima scelta del social freezing non può più essere considerata solo una questione privata. Diventa necessariamente tema politico: «Poter posticipare la maternità vuol dire sostenere le donne e la genitorialità e contrastare la denatalità. Eppure, proprio in Italia, dove il diritto alla procreazione è costituzionalmente garantito, il dibattito pubblico sul tema resta sorprendentemente debole». Traduzione: visto che si chiacchiera tanto di crisi demografica, almeno i farmaci il sistema sanitario potrebbe passarli.
Evidentemente — oltre a un problema di costi — il pregiudizio è forte: «L’equazione donna che congela uguale donna in carriera è una semplificazione che non restituisce la complessità delle aspirazioni e delle scelte. La crioconservazione degli ovuli è un processo impegnativo, i tassi di successo sono accompagnati da una quota di incertezza, non tanto sulla procedura in sé quanto sulle terapie di stimolazione spesso necessarie. La diversità delle donne e delle loro motivazioni devono essere riconosciute».
Se rinviare è obbligatorio
Secondo uno studio diffuso dalla Commissione europea per ricerca e sviluppo, le ragioni più comuni che portano le donne a optare per il social freezing sono tre: non essere sicure di voler figli, desiderare la maternità ma non aver trovato il partner giusto e (meno nel nostro Paese) pianificare nei dettagli la propria esistenza e quella della famiglia. Conclude Frega:«Il problema sono le disuguaglianze di accesso. Se mai si riaprisse il dibattito per modificare la legge 40, occorrerà pensare immediatamente a come ridurle».
Un’altra sociologa, Anna Simone, riflette sul lato opposto del fenomeno. «Cresce la difficoltà ad avere relazioni durature e progettuali, uno specchio di come il modello di sviluppo basato sul lavoro precario e autonomo, nonché il primato narcisistico dell’Io sul Noi, abbia reso inutile l’idea della famiglia tradizionale». Anche nella vita di Susanna e Gea c’è stata una relazione progettuale che s’è rivelata a termine, ma parlando con loro è evidente che la scelta del freezing non si spiega solo così.
Si cambia fase, partner, età e poi insomma, alla fine saranno pure affari loro: le idee di una donna sulla propria maternità sono – queste sì – uniche e personali. Però Gea conferma le parole di Maria Frega: «Quando ho parlato della mia scelta con le coetanee ho avvertito una sorta di giudizio, un pressing sociale costruito su schemi rigidi e iper-conformisti. Domande del tipo è una scelta tua o condizionata dalla carriera del tuo partner? Oppure enunciati come non avrai le energie per fare la mamma a 40 anni, cose così».
Frasi odiose, che nell’Italia del gap salariale di genere e degli asili nido a 800 euro mensili diventano lunari. E le altre? Susanna invece ha trovato maggiore accoglienza. «I miei genitori sono rimasti un attimo così, ma solo perché pensavano a chissà quale pratica invasiva. Le mie amiche al contrario erano tutte incuriosite, mi chiedevano in cosa consisteva, quanto avevo pagato, come mi ero trovata, se era stato doloroso, se era stato difficile».
Sia lei che Gea raccontano la scelta della crioconservazione con assoluta convinzione personale ma non solo, entrambe lo fanno nel contesto di una implicita rivendicazione di genere, con la passione di chi vorrebbe estendere una simile possibilità a ogni donna. «Tenendo conto di tutto, non è giusto che ad accedere sia solo chi può permetterselo», ribadisce Susanna. E nemmeno sarebbe giusto farne l’ennesimo affare sulle spalle delle donne, come tiene a dire Gea: «So di persone invitate a fare nuovi cicli che hanno avuto la sensazione si volesse alzare il conto...».
Inevitabile, forse. Speculare sulla maternità altrui è come prendere a cazzotti il ventre da cui si è usciti, ma con un mercato così in crescita non tutti resistono alla tentazione. Demografia, pari opportunità sociali ed economiche, giusto prezzo dei trattamenti: al di là di ogni riflessione di natura bioetica, ce n’è abbastanza per convincere lo Stato a interpretare un simile fenomeno in connessione stabile e coerente con le politiche (tanto sbandierate) a favore della famiglia e delle donne. In fondo, in quelle fialette di azoto liquido, ci stanno un po’ dei nostri figli di domani.
Sul Venerdì del 12 giugno 2026