Salute

Procreazione assistita e freezing, obiettivo aumentare le nascite

Procreazione assistita e freezing, obiettivo aumentare le nascite

Centri di medicina della riproduzione con il servizio sanitario e l’idea di allargare il congelamento degli ovociti anche a donne con patologie non oncologiche. Nel tentativo di rendere più facile avere un bambino

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Solo poco più del 40% delle coppie che potrebbe aver bisogno delle tecniche di procreazione assistita – circa 150mila all’anno – vi fa effettivamente ricorso. I motivi sono tanti: tempi di attesa lunghi per i trattamenti – in alcuni centri pubblici ci si avvicina all’anno prima di arrivare al trattamento – costi difficili da sostenere, scarso supporto psicologico. Motivo per cui alcune coppie abbandonano il percorso, magari dopo il primo fallimento.

L’ostacolo dei tempi di attesa

Una recente indagine condotta dal network di centri convenzionati Demetra su 480 donne e 35 centri di Pma, che rappresentano oltre la metà dei cicli effettuati nel nostro Paese, restituisce dati interessanti: oltre due donne su tre hanno provato a rivolgersi al pubblico come prima scelta ma il 43% ha aspettato oltre tre mesi per la prima visita. Ed essendo il fattore tempo fondamentale per le coppie, nove su dieci si rivolgono poi al privato, che spesso ha costi insostenibili. E comunque la gran parte di chi si rivolge alla Pma nel privato ha un’età tra i 35 e i 40 anni,

"Il 78% di chi valuta il percorso di Pma ha più di 35 anni – precisa Laura Rienzi, professore associato al dipartimento di Scienze molecolari dell’università di Urbino e direttrice scientifica del gruppo Ivirma Italia – mentre il 40% ha addirittura superato i 40. Questo ritardo nelle decisione di ricorrere alla medicina della riproduzione ha un impatto diretto negativo sugli esiti”.

La Pma nei Lea

L’entrata della Pma nei Lea ha cambiato di poco la situazione, visto che soltanto tre regioni – Toscana, Puglia e Sicilia – si sono adeguate. Inoltre i Lea hanno aumentato l’età di accesso della donna alle tecniche di Pma e anche il numero dei cicli rimborsati, ma non hanno aumentato i fondi a disposizione. E molte Regioni sono in piano di rientro e non possono certo implementare i Lea.

La nascita di un network convenzionato con il Ssn non sarà una soluzione per tutti ma è certamente un passo avanti. Anche perché allo storico centro Demetra di Firenze, se ne è aggiunto uno a Bergamo e così su cento coppie che richiedono la Pma con Ssn se ne riescono a soddisfare un buon numero: circa 40% a Firenze e 70-80% a Bergamo con il Servizio sanitario, con l’offerta di una riduzione fino al 40% dei costi su Fivet e omologa rispetto ai principali centri privati se si opta per l’accesso in privato. Ma non solo: il network Demetra ha anche tre ambulatori (a Roma, Bologna e Milano) e studi medici affiliati a Pescara, Lido di Camaiore, Lucca, Giulianova, Napoli, Bari, Cosenza e Crotone. In questi centri le pazienti potranno fare la prima visita, gli esami preliminari e i controlli successivi al pick up e al transfer, che saranno effettuati a Bergamo o Firenze.

Denatalità e Pma

Un altro argomento strettamente connesso alla Pma è il freezing, ovvero il congelamento degli ovociti per posticipare una gravidanza, oggi rimborsato solo alle malate oncologiche. Per tutte le altre si parla di social freezing e alcune aziende stanno cominciando a offrirlo come welfare alle loro dipendenti. Alcuni Paesi iniziano a considerarlo parte delle strategie per contrastare il calo delle nascite. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) considera l’infertilità una condizione clinica che coinvolge circa il 15% delle coppie in età riproduttiva, per il nostro Istituto Superiore di Sanità si può salire fino al 19%.E poi c’è la demografia: dal 2015 la popolazione residente è in calo e, secondo il bilancio demografico Istat dei primi undici mesi del 2025, le nascite sono circa 324.000 (-4,2% rispetto agli stessi mesi del 2024). Incidono la riduzione del numero di donne in età fertile (11,4 milioni nel 2025 contro 14,3 milioni nel 1995), l’aumento dell’età alla prima gravidanza e la crescente diffusione di condizioni che compromettono la fertilità, legate sia a fattori biologici sia a stili di vita e condizioni ambientali. Temi affrontati nel corso dell’evento su prevenzione della Fertilità e Medicina della Riproduzione, organizzato daFondazione Benessere Donna, in sinergia con IHPBe con il contributo non condizionante di Merck.

Preservare la fertilità di tutte le pazienti

“Il Servizio Sanitario Nazionale ammette e copre interventi di preservazione della fertilità solo per le pazienti sottoposte a trattamenti per le patologie oncologiche - osserva Nicola Colacurci, presidente della Fondazione Benessere Donna - mentre dovrebbero essere prese in considerazione anche le maggiori condizioni cliniche ad alto impatto sulla capacità riproduttive delle donne”.

Non solo tumori

Ma quali sono le altre patologie che possono compromettere la fertilità? “Si tratta di patologie ovariche, tra cui endometriosi, mutazioni genetiche nella donna, pazienti con storia di precedente tumore, patologie autoimmuni, menopausa precoce e sclerosi multipla”. Ne è convinto anche Filippo Maria Ubaldi, docente di Ginecologia e Ostetricia all’Università della Calabria: “La preservazione della fertilità è indicata sia in ambito medico, quando esiste un rischio per la funzione ovarica, come nel caso di terapie gonadotossiche, patologie o interventi che possono ridurla, sia per motivi non medici. Sempre più spesso, infatti, viene scelta per il rinvio della genitorialità, l’assenza di un partner o il desiderio di mantenere il proprio potenziale riproduttivo, offrendo maggiore flessibilità nelle scelte future”.

L’inserimento nei Lea

La presa in carico da parte del Ssn consentirebbe già nel primo anno a 1.131 donne con endometriosi, sclerosi multipla e menopausa precoce, di diventare genitori. “Per questo riteniamo che le procedure di preservazione della fertilità debbano essere inserite nei livelli essenziali di assistenza (LEA)”, prosegue Colacurci. Prova a cambiare l’approccio alla prevenzione dell’infertilità femminile il progetto Pre-OVA finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito del Pnrr che coinvolge i principali centri universitari campani di Pma e si concentra su donne con patologie non oncologiche ad alto rischio riproduttivo, come endometriosi, sclerosi multipla o rischio di menopausa precoce.

“L’obiettivo - spiega Pasquale De Franciscis, Ordinario di ginecologia ed ostetricia presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli - è duplice: da un lato aumentare la consapevolezza attraverso campagne informative mirate, dall’altro offrire percorsi concreti di preservazione della fertilità, con accesso a tecniche di crioconservazione ovocitaria a costi sostenibili. Il progetto si sviluppa in più fasi, dalla sensibilizzazione alla valutazione specialistica fino all’intervento personalizzato, e mira a costruire un modello replicabile nel Servizio sanitario nazionale, riducendo le disuguaglianze e ampliando l’accesso a queste opportunità anche oltre l’ambito oncologico”.