E se le scuole italiane fossero molto diverse da come le raccontiamo? A fine maggio è stata pubblicata dal Mulino una ricerca sullo stato dell’insegnamento in Italia. Si intitola In costante divenire. L’ha curata Gianluca Argentin, che ci ha lavorato insieme ad altri ricercatori grazie all’Università di Milano-Bicocca, a Be for Education Foundation e all’Istituto Iard. Ai questionari hanno risposto diecimila docenti di 400 plessi scolastici. È la quarta ricerca di questo tipo, la prima era del 1990, e dimostra quanto narrazioni e realtà spesso confliggano. Si scopre, ad esempio, che le violenze a scuola si sono mantenute negli ultimi trent’anni a un livello costante e molto basso, seppure sempre deprecabile. Ma che la percezione di quella violenza e di una sostanziale insicurezza è aumentata in modo vertiginoso passando da poco più del 20 al 78 per cento degli insegnanti. Probabilmente perché molto enfatizzata nel racconto pubblico. Le cose meno enfatizzate, ma ben più reali, sono la …
E se le scuole italiane fossero molto diverse da come le raccontiamo? A fine maggio è stata pubblicata dal Mulino una ricerca sullo stato dell’insegnamento in Italia. Si intitola In costante divenire. L’ha curata Gianluca Argentin, che ci ha lavorato insieme ad altri ricercatori grazie all’Università di Milano-Bicocca, a Be for Education Foundation e all’Istituto Iard. Ai questionari hanno risposto diecimila docenti di 400 plessi scolastici. È la quarta ricerca di questo tipo, la prima era del 1990, e dimostra quanto narrazioni e realtà spesso confliggano. Si scopre, ad esempio, che le violenze a scuola si sono mantenute negli ultimi trent’anni a un livello costante e molto basso, seppure sempre deprecabile. Ma che la percezione di quella violenza e di una sostanziale insicurezza è aumentata in modo vertiginoso passando da poco più del 20 al 78 per cento degli insegnanti. Probabilmente perché molto enfatizzata nel racconto pubblico. Le cose meno enfatizzate, ma ben più reali, sono la vita multiculturale del nostro sistema educativo e l’assoluta necessità dell’educazione sessuo-affettiva. Gli alunni con cittadinanza non italiana sono 930 mila, pari all’11 per cento. Sono presenti nell’85 per cento delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado. Alla secondaria di secondo grado, ci sono più iscritti stranieri negli istituti tecnici e meno nei licei, sebbene quest’ultima quota sia in crescita. Nove docenti su dieci considerano la loro presenza fonte di arricchimento culturale per gli studenti e una sfida professionale per loro. Quelli della primaria e della secondaria di primo grado percepiscono un sovraccarico di lavoro e pensano ci sia bisogno di un maggior sostegno istituzionale. Quanto all’educazione sessuo-affettiva, è incredibile vedere quanto l’Italia sia rimasta indietro. L’educazione sessuale è obbligatoria alla primaria nel 68 per cento delle nazioni e alla secondaria nel 76. I docenti italiani si sentono abbastanza preparati su questi temi e raccontano di toccarli spesso con gli studenti. Lo fanno più le insegnanti donne, che sono la stragrande maggioranza. Soprattutto quando si parla di identità di genere (anche se ne parlano di meno, gli uomini si sentono più preparati delle colleghe). In un’intervista sulla Stampa Lea Melandri ha raccontato di quando fu sospesa per un anno con lo stipendio dimezzato dalla scuola in cui insegnava perché il prof di religione aveva scoperto che aveva chiesto ai ragazzi come vivevano i rapporti tra loro, e l’aveva denunciata. Attese un processo che non arrivò mai. Ecco, non vorrei che il disegno di legge Valditara, invece di fondarsi su un’attenta analisi di quel che la scuola vive oggi, di ciò di cui hanno bisogno studenti e insegnanti, ci riportasse dritti a un oscurantismo che credevamo scomparso. Sarebbe bene che al ministero leggessero più ricerche scientifiche, e meno propaganda.