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Nella società dei Vannacci

(Disegno di Mojmir Jezek) 

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Tanta gente dall’aria perbene va a sentire il generale che vuole remigrazione e non inclusione
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Gentile signora Aspesi, ci sono scene quotidiane che passano quasi inosservate, eppure raccontano molto del nostro modo di stare al mondo. Mi capita spesso, entrando in qualche esercizio commerciale della mia città, di assistere a piccoli dialoghi apparentemente normali: il titolare o il commesso che si rivolge a uomini o donne dalla pelle scura dandogli immediatamente del “tu”. Non è il “tu” in sé a colpirmi, perché nella nostra cultura può anche essere segno di cordialità. È quel tono di automatica confidenza, quasi inconsapevole, che lascia una sensazione difficile da spiegare. Come se verso alcune persone il rispetto formale non fosse necessario, come se una distanza invisibile autorizzasse una familiarità che con altri clienti probabilmente non verrebbe usata. Sono dettagli, certo. Ma spesso è proprio nei dettagli che si nasconde il modo in cui guardiamo gli altri. Le parole hanno un peso, anche quando vengono pronunciate senza cattiveria. E forse il vero problema nasce proprio l…

Gentile signora Aspesi, ci sono scene quotidiane che passano quasi inosservate, eppure raccontano molto del nostro modo di stare al mondo. Mi capita spesso, entrando in qualche esercizio commerciale della mia città, di assistere a piccoli dialoghi apparentemente normali: il titolare o il commesso che si rivolge a uomini o donne dalla pelle scura dandogli immediatamente del “tu”. Non è il “tu” in sé a colpirmi, perché nella nostra cultura può anche essere segno di cordialità. È quel tono di automatica confidenza, quasi inconsapevole, che lascia una sensazione difficile da spiegare. Come se verso alcune persone il rispetto formale non fosse necessario, come se una distanza invisibile autorizzasse una familiarità che con altri clienti probabilmente non verrebbe usata. Sono dettagli, certo. Ma spesso è proprio nei dettagli che si nasconde il modo in cui guardiamo gli altri. Le parole hanno un peso, anche quando vengono pronunciate senza cattiveria. E forse il vero problema nasce proprio lì: nell’abitudine. Perché ci si abitua a certi atteggiamenti senza più domandarsi se dentro quella normalità si nasconda una forma sottile di superficialità o di discriminazione involontaria. Viviamo in una società che parla continuamente di integrazione, rispetto e inclusione, ma poi sono i gesti più semplici a rivelare quanto ancora facciamo fatica a considerare tutti sullo stesso piano umano e sociale. A volte basterebbe poco: fermarsi un istante e chiedersi se useremmo lo stesso tono, le stesse parole, la stessa confidenza con chiunque altro. Francesco Vitale

Mi scusi, dove è la società che parla continuamente di integrazione, rispetto e inclusione? Quella che sostiene Meloni e Salvini? O, scivolando nel ridicolo, il buon Vannacci? Ha visto per caso il salone pieno di gente dall’aria per bene seduta ad ascoltare rapita dal suo delirio? Lo so che l’ex generale parla di remigrazione, neanche un nero nella folla anche se noi ne avremmo tanto bisogno, ma si sa anche che Meloni, oltre al disastro dell’Albania, dopo essere stata informata ogni volta delle migliaia di morti annegati, ha sempre pensato: e quelli che “restano”, dove li metto? Lei conosce un uomo gentilissimo che si rivolge a un nero dandogli del tu come fanno i ragazzi tra di loro (e anche con i grandi). Se lo tenga vicino, non è cosi facile.

Quanti luoghi comuni nelle serie sui gay

Buonasera, chissà, magari ha visto o sentito parlare della serie tv Half Man su HBO Max. Attori straordinari come Richard Gadd (il cattivo-cattivissimo) e Jamie Bell, un Billy Elliot cresciuto straordinariamente bene sul piano artistico. Ma la storia è deprimentissima e soprattutto irritante. Ancora una volta descrive i dubbi, le incertezze, i nascondimenti di un omosessuale in direzione del suo – sembrerebbe naturale – percorso verso l’autodistruzione. Ma è possibile che noi dobbiamo essere descritti o come in La cage aux folles oppure come personaggi condannati per diritto divino alla sofferenza e al farsi male (chissà che ha da dire il suo amico Lingiardi al proposito)? Più consolante la serie Heated Rivalry che, nonostante si svolga ai nostri giorni, contiene parecchi spunti omofobi. Ancora cari saluti, Leonardo Tondo, professore di Psichiatria

Ho smesso da un po’ di vedere le serie, quindi non ho visto quelle di cui lei mi parla. Perché? Perché erano molto simili e sempre con il finale sciocco. Invece ho visto Il vizietto con il solito bravissimo Ugo Tognazzi. Anni fa e mi ero divertita. Penso però che lei dovrebbe vedere altre serie, per esempio Ripley in bianco e nero, che senza omosessuali a me è sembrato piuttosto bello. Con me il professor Lingiardi parla quando è necessario di omosessualità, se no è un caro amico con cui parliamo di tutto. Anche di “farsi male”.

Si parla sempre troppo poco dei morti sul lavoro

Carissima Natalia, in qualche modo devo aver urtato la sua sensibilità visto che non riprende più i miei report sui morti sul lavoro. È stato il ritratto in pittura pranica che le ho inviato? Ne faccio tanti di sconosciuti e famosi. È stata ritratta troppo giovane o brutta? A me piace. Sa che in questi giorni, con l’aiuto della Cgil bolognese, amici in rete stanno girando un documentario su di me che racconta la mia vita e l’attività con l’Osservatorio dei morti sul lavoro. Oggi è l’ultimo giorno di riprese, vediamo cosa salta fuori. Lo scopo ultimo è quello di non far finire nell’oblio i 20 mila morti registrati. In allegato la copertina provvisoria che la regista Simona Andrioli ha preparato. Simona è una regista teatrale e ha portato a teatro la vita di Anna Magnani come donna. Un caro saluto

Carlo Soricelli

Io non sono così sciocchina da rifiutare un ritratto in cui non mi ha fatto né carina né bella, tanto più che lei dice che così le piaccio. Mah. Io quella mail non l’ho vista, ne ricevo troppe, anche che non c’entrano nulla con la posta, e quindi capita che non le legga proprio tutte. E di questo mi sento in colpa. Però non ho trovato lettere sui morti sul lavoro. Inspiegabilmente, perché è un argomento tragicamente attuale, sul quale poteva partire un dibattito fra i lettori, come è accaduto per altri temi.

Che gioia ritrovarla con Concita sul divano

Natalia carissima, sono una fedele lettrice dal 1987, fan sua e di Michele Serra, quindi non trovare la Sua rubrica, sul Venerdì del 5 giugno mi ha disturbato... non poco. L’intervista a Concita De Gregorio mi ha ridato la gioia e la serenità nel vedervi insieme, a raccontare di voi grandi donne colte, impegnate e libere! Ho ricordato la prima pagina dell’Unità con direttrice Concita De Gregorio, criticata dai colleghi maliziosi... ho sorriso da sola, ma ho provato un po’ di nostalgia... Ti ringrazio di questi quasi 40 anni trascorsi insieme, ti abbraccio con immenso affetto e stima e ti saluto in sardo: ”a kent’annos cun saluri”.

Annalucia, Cagliari Che bello essere salutati in sardo! Siamo state benissimo io e lei. Concita mi ha permesso di entrare nel suo immenso lavoro, quanti pezzi, forse 600 all’anno, forse di più, sempre puntuale e perfetta. Noi sciocchine forse ci davamo delle arie, forse non avevamo mai pensato a farne una simile quantità: del resto quando entrò a dirigere l’Unità, Concita dovette pagarne anche il debito; forse è da quella esperienza che lei ha imparato, coraggiosa, a scriverne una montagna. E le è rimasta quella voglia: di scrivere tanto.

Sul venerdì del 26 giugno 2026

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