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Riccardo Fois assistant coach dei Knicks: non essere bravo a basket mi ha portato a vincere in Nba

Riccardo Fois tra Mohamed Diawara (a sinistra) e Mikal Bridges dei New York Knicks. 

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«I miei amici erano in Nazionale, io faticavo in Serie B». Così Riccardo Fois è volato negli Usa. E da assistant coach dei Knicks ora ha vinto il campionato. Intervista
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Il viaggio del Larry O’Brien Trophy, il titolo Nba approdato a New York lo scorso 13 giugno, dopo 53 anni, passa anche per la Sardegna. Precisamente da Olbia, dove inizia la storia di Riccardo Fois, 39 anni, assistant coach dei Knicks. Dalla Santa Croce Basket, dove giocava insieme all’ex capitano azzurro Gigi Datome, Fois è arrivato fino al tetto della pallacanestro mondiale. Mentre è al volante per la Bronx River Parkway, quella che lui definisce «l’unica strada non rettilinea degli Usa», Fois racconta al Venerdì il viaggio che lo ha portato fino a qui, tra fax d’altri tempi, pizze improponibili e posti dall’aria di casa.

Tutto inizia alla Santa Croce Basket di Olbia. «È un ricordo stupendo. Eravamo un gruppo di amici, guidati dal padre di Gigi. Ogni sabato andavamo a giocare tutti insieme, prima contro le altre città sarde, poi piano piano ci siamo mossi fuori dall’Isola fino ad arrivare alle finali nazionali».

La sua carriera da allenatore è iniziata presto, proprio negli Stati Un…

Il viaggio del Larry O’Brien Trophy, il titolo Nba approdato a New York lo scorso 13 giugno, dopo 53 anni, passa anche per la Sardegna. Precisamente da Olbia, dove inizia la storia di Riccardo Fois, 39 anni, assistant coach dei Knicks. Dalla Santa Croce Basket, dove giocava insieme all’ex capitano azzurro Gigi Datome, Fois è arrivato fino al tetto della pallacanestro mondiale. Mentre è al volante per la Bronx River Parkway, quella che lui definisce «l’unica strada non rettilinea degli Usa», Fois racconta al Venerdì il viaggio che lo ha portato fino a qui, tra fax d’altri tempi, pizze improponibili e posti dall’aria di casa.

Tutto inizia alla Santa Croce Basket di Olbia. «È un ricordo stupendo. Eravamo un gruppo di amici, guidati dal padre di Gigi. Ogni sabato andavamo a giocare tutti insieme, prima contro le altre città sarde, poi piano piano ci siamo mossi fuori dall’Isola fino ad arrivare alle finali nazionali».

La sua carriera da allenatore è iniziata presto, proprio negli Stati Uniti. «Ho studiato Marketing e comunicazione all’università di Pepperdine, in California. Quando sono tornato in Italia, mi sono reso conto che i miei amici giocavano in squadre importanti, qualcuno addirittura in Nazionale… Io oggettivamente facevo fatica in Serie B. Così ho deciso di tornare negli Stati Uniti per prendere il Master, sempre a Pepperdine, e ho chiesto al coaching staff della squadra di basket se potevo dare una mano. È stata la mia fortuna perché ho avuto l’occasione di mettermi in mostra. In quel periodo ho conosciuto Tommy Lloyd, allora assistente allenatore a Gonzaga, nello Stato di Washington: finiti gli studi mi ha chiamato da lui e lì la mia vita è cambiata. Ho imparato che si può vincere a livelli alti con una mentalità sana ed equilibrata, col sorriso, come facevamo ad Olbia».

Parallelamente è iniziata anche la sua avventura in Azzurro. «La Nazionale per me è qualcosa di magico fin da quando venivo chiamato nel gruppo Under da ragazzo. Allora la convocazione arrivava via fax! (ride). Nel 2017 Messina mi ha dato l’opportunità di entrare nel team degli allenatori di cui faccio parte anche oggi».

Dopo i campionati di college, nel 2019 arrivano le panchine dell’Nba. Che cosa ricorda di quel periodo? «È stato tutto inaspettato. A Gonzaga stavo così bene che pensavo avrei passato lì tutta la mia carriera, o quasi. Quando il General Manager dei Phoenix Suns mi ha voluto incontrare, ricordo di avergli sparato una cifra che per me era davvero folle. Lui ha accettato senza problemi. Lì ho capito che sarei dovuto partire. Con i Suns abbiamo raggiunto le Finals nel 2021 e nel 2024 è arrivata l’occasione ai Sacramento Kings con la chiamata di coach Mike Brown. Lo stesso coach Brown, poi, mi ha voluto qui a New York».

Cosa rappresentano i Knicks per New York? «Non ti rendi veramente conto di cosa significa questa squadra per la città finché non vivi la quotidianità. Tutti i boroughs sono riuniti dall’amore per i Knicks. Molte delle altre franchigie non hanno un’identità così forte. Anche in trasferta, la quantità di nostri tifosi è impressionante. Poi è chiaro che sugli spalti si notano di più le star come Timothée Chalamet, Spike Lee, Ben Stiller… Ma la verità è che il cuore del tifo sono le persone “normali” che, se non trovano i biglietti per il Madison Square Garden, prendono la macchina o il bus per vedere i Knicks in altre città».

E lei la città come la vive? «New York è La Città. È piena di energia, vita, persone da tutto il mondo. Qualunque cosa uno cerchi, a New York la può trovare. Quando ci passavo in trasferta era il posto in cui dormivo di meno. Perché se dormi, pensi a tutte le occasioni che ti stai perdendo in quel momento. Ora che ci vivo, non riesco comunque a godermela appieno. Ma non c’è nulla di più bello di giocare una partita nel weekend, finire alle tre del pomeriggio – magari vincendo – e poi godersi la città».

I suoi posti preferiti? «Prima o dopo le partite con i miei amici italiani finisco spesso da Eataly a Flatiron perché fanno i malloreddus alla campidanese, che sono un po’ il mio portafortuna. Poi c’è Little Spain, simile a Eataly ma in versione spagnola: il proprietario è un grande tifoso dei Knicks. E poi ci sono Osteria Figa (sì, si chiama proprio così) e Ribalta, che oltre a fare pizze clamorose trasmette pure le partite di calcio del mio Milan».

Ha un rapporto stretto con gli altri italiani dell’Nba? «Assolutamente! Quando allenavo a Phoenix, ai tempi della bolla di Orlando (dove venivano disputate tutte le partite durante la pandemia, ndr) ogni sera c’era la cena degli italiani: io, Melli, Gallinari, Belinelli e Matteo Zuretti. Il ristorante era così così, abbiamo dovuto insegnare allo chef a fare la pizza! La prima in assoluto che ci aveva portato era agghiacciante… Quindi ogni giorno gli davamo un nuovo consiglio: prima meno formaggio, poi dosare i pomodori e così via. Però faceva delle chicken wing clamorose! Quelle cene per noi erano religione».

Vive negli Stati Uniti da quasi 10 anni ormai… «L’Italia manca sempre, anche se ormai sono molto più americano di quanto voglia ammettere. Questo è un Paese di grandi contraddizioni: ci sono tantissime opportunità, ma costano sacrifici. L’Nba ti dà l’occasione di vedere tutto il Paese e ti rendi conto che è un posto che sta cambiando. Negli ultimi dieci anni è diventato tutto più politicizzato, preferivo gli Stati Uniti di prima. Per quello che faccio io, resta il posto più bello del mondo, il paese dei balocchi. Ma se avessi un altro lavoro, non so se vorrei stare qui. Ci sono tante altre realtà dove si può vivere in maniera più semplice».

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