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La bambina di Seveso: “Io non dimentico”

Stefania Senno a due anni e Alice (con il capo bendato) a quattro. per gentile concessione di stefania senno 

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Il 10 luglio di cinquant’anni fa la diossina entrò nelle case di questa cittadina lombarda. I bimbi contaminati sono cresciuti tra interventi e medicazioni. E tanta solitudine. Una di loro, Stefania Senno, racconta la sua storia
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SEVESO (Monza – Brianza). «Più volte ho pensato di togliermi la vita. È stato un pensiero costante. Ma alla fine non l’ho mai fatto, non sono mai arrivata a quel punto. Non so se purtroppo o per fortuna. Non perché mi mancasse il coraggio. Se non l’ho fatto, è solo perché pensavo che avrei dato soddisfazione a qualcuno ma anche che avrei procurato un ulteriore dolore ai miei genitori. E loro non si meritavano quest’altro dispiacere». Seduta davanti al tavolo di casa, si commuove Stefania Senno mentre racconta.

Ha 52 anni, è single, fa l’impiegata in un paese del Veneto che preferisce non nominare. Una vita “normale”, molto riservata. Sul bel volto ci sono ancora le tracce di quello che le è accaduto e lei, parlando, fatica a trattenere le lacrime. Perché, dice, la bambina di Seveso, quella che urlava e piangeva con il viso ustionato, è sempre dentro di lei. Una bambina (allora aveva solo due anni) immortalata da tante fotografie, alcune rimaste nella memoria, simbolo di un evento dram…

SEVESO (Monza – Brianza). «Più volte ho pensato di togliermi la vita. È stato un pensiero costante. Ma alla fine non l’ho mai fatto, non sono mai arrivata a quel punto. Non so se purtroppo o per fortuna. Non perché mi mancasse il coraggio. Se non l’ho fatto, è solo perché pensavo che avrei dato soddisfazione a qualcuno ma anche che avrei procurato un ulteriore dolore ai miei genitori. E loro non si meritavano quest’altro dispiacere». Seduta davanti al tavolo di casa, si commuove Stefania Senno mentre racconta.

Ha 52 anni, è single, fa l’impiegata in un paese del Veneto che preferisce non nominare. Una vita “normale”, molto riservata. Sul bel volto ci sono ancora le tracce di quello che le è accaduto e lei, parlando, fatica a trattenere le lacrime. Perché, dice, la bambina di Seveso, quella che urlava e piangeva con il viso ustionato, è sempre dentro di lei. Una bambina (allora aveva solo due anni) immortalata da tante fotografie, alcune rimaste nella memoria, simbolo di un evento drammatico che ebbe una risonanza internazionale e segnò per sempre una fetta di territorio lombardo, quello “brianzolo” a una ventina di chilometri a Nord di Milano.

La storia inizia il 10 luglio 1976, un sabato, quasi all’ora di pranzo, le 12:28 per essere precisi. Dalla fabbrica Icmesa di Meda, di proprietà dell’azienda svizzera Givaudan, controllata da La Roche, fuoriesce e si disperde nell’atmosfera una nube di diossina Tcdd, una sostanza artificiale estremamente tossica: “colpa” di un reattore chimico andato in avaria. Il macchinario, impegnato nella produzione di triclorofenolo, era stato lasciato “in sospeso” il venerdì, a metà del processo, con l’intenzione di riavviarlo il lunedì successivo, per completare l’operazione. Con il passare delle ore, invece, la temperatura del reattore sale oltre i limiti, senza che il sistema per il raffreddamento del prodotto scatti mai: di fatto nulla si oppone alla fuoriuscita del “fumo” di diossina dai camini. Quel giorno, fra l’altro, nessun operaio è di turno nel settore ed è soltanto la prontezza di un collega impegnato altrove a evitare lo scoppio di tutto il sistema e un disastro ancora peggiore. Capito ciò che sta succedendo, corre infatti al reattore e lo “chiude” manualmente.

Ho incontrato per la prima volta Stefania Senno nel 2004, ventotto anni dopo l’incidente, e ricordo che fu molto difficile convincerla a raccontare la sua drammatica storia davanti a una telecamera del magazine Falò, della Rsi Televisione Svizzera di lingua italiana. Fino a quel momento si era tenuta come in disparte, nascosta agli occhi della gente. Ma alla fine, in uno studio di Milano, aveva accettato di raccontare tutta la sua tragedia, la sua difficile vita. In qualche modo, fu forse per lei l’avvio di una lenta rinascita fisica e psicologica. La Givaudan, che un po’ sorprendentemente l’aveva persa di vista o forse non se ne era mai occupata, tornò a interessarsi a lei e l’aiutò nelle cure. Fu anche l’inizio di un’amicizia (la nostra) giunta fino a oggi.

Stefania, che cosa ricorda, o che cosa le è stato detto, di quel sabato 10 luglio 1976?

«Mia mamma preparava il pranzo e, proprio mentre usciva quella maledetta nube dalla fabbrica, io e mia sorella Alice stavamo giocando sul balcone di casa. Per giorni a Seveso la cosa fu ignorata dalle autorità e dai dirigenti stessi della fabbrica, e così noi continuammo tranquillamente a giocare sul balcone o in giardino, anzi soprattutto in quest’ultimo, perché c’erano mucchi di sabbia che dovevano essere usati per ultimare i lavori a casa nostra. Dopo una settimana o poco più, insieme ad altri bambini del paese cominciammo ad avere dei pesanti problemi cutanei. Il primo medico che ci visitò riscontrò una grave intossicazione da sostanze chimiche. Intanto dall’Icmesa nessuno diceva che cosa era successo. Pochi altri giorni ancora, e io e mia sorella ci aggravammo. La pelle bruciava, avevamo ustioni sul viso, e passavamo ore e ore a urlare e piangere per il dolore, mentre i nostri genitori non capivano che cosa stesse succedendo».

E oggi? Per lei che cosa rappresentano le parole “Seveso” e “diossina”?

«Mi ricordano un brutto momento della mia vita. Non posso e non devo dimenticare quanto mi è successo. Perché per me il 10 luglio di cinquant’anni fa è iniziata un’esistenza diversa. Infinitamente peggiore della precedente. Prima c’era la vera Stefania, e ogni cosa era perfetta, bella, con mia sorella e i miei genitori. Amavo quella casa dove abitavamo, amavo quel posto. Poi tutto è crollato di colpo».

È mai più ritornata a Seveso?

«Da sola, direi segretamente, un paio di volte. Non c’è più nulla. Nella zona A, la più contaminata, è stato tutto abbattuto. Anche la nostra casa, che era stata costruita da mio nonno. Ho cercato il punto esatto dove sorgeva ma non l’ho trovato. Ricordo che per anni il nonno disse di sentirsi colpevole, ci chiedeva scusa “per aver fatto la casa proprio lì, vicino alla fabbrica”. Gli ho sempre risposto che lui non poteva sapere, che non aveva colpa. La responsabilità era di altri, di quelli della fabbrica».

Quando ci è tornata, c’è un luogo che l’ha colpita particolarmente?

«Senz’altro la cosiddetta “vasca”, quella collinetta sotto alla quale sono state seppellite le macerie delle case abbattute, gli animali morti e due reattori dell’Icmesa. Mi è venuto da piangere quando ho pensato che lì sotto c’erano anche tutti i nostri ricordi, gli oggetti della nostra casa. Avrei voluto scavare con le mani e tirarli fuori tutti».

Ha convissuto per anni con le cure mediche, con il viso coperto per via delle ustioni, per le cicatrici. Oltre che doloroso fisicamente, deve essere stato molto duro per lei bambina e poi ragazza.

«Per tanti anni, tutte le mattine, quando andavo allo specchio, non accettavo il mio volto. Ho fatto davvero tanta fatica a pensare “questa sono io”».

Quale tipo di interventi e cure ha subìto nel corso del tempo?

«Medicazioni infinite, per anni e anni, e ricordo molti interventi importanti, in anestesia generale, con abrasione, impianto di cute coltivata in vitro e altro ancora».

Circolano numerose immagini di quel periodo drammatico. Ricorda il via vai di cronisti e fotografi?

«All’epoca naturalmente non mi rendevo conto di ciò che succedeva, però ho in mente tutta questa gente che entrava in casa ogni giorno, credo giornalisti e fotografi, italiani e stranieri. Qualcuno fotografava solo me, qualcuno me con mia sorella Alice, altri mia madre con noi due. Io sono quasi sempre quella con il broncio, ma spesso mi si vede anche con il viso fasciato».

Che giochi facevate lei e sua sorella in quei giorni?

«Io e Alice amavamo giocare con il bambolotto Cicciciobello, ognuna aveva il suo. Ma quello che più mi ricordo è un cane enorme di peluche che ci regalò un giorno un giornalista, non ricordo più il suo nome. Era un cane così grande che passavo il tempo a salirci in groppa. Non so che fine abbia fatto».

Quando avete dovuto lasciare Seveso e trasferirvi tutti in un paese del Veneto lei aveva cinque anni. Una nuova vita, in un certo senso.

«Ma, con il mio aspetto, andare a scuola è stato subito un problema, c’erano bambini che avevano saputo dai loro genitori la mia storia e quindi mi consideravano una compagna da non avvicinare. Ricordo tanta, tanta solitudine. Nessuno voleva giocare con me, provavo una grande tristezza. Purtroppo gli insegnanti non fecero molto per aiutarmi. Ci sono voluti anni prima che stringessi una vera amicizia con qualcuno dei miei compagni. Sono stata spesso emarginata. Ricordo che se si andava al mare e dicevi che un tempo avevi abitato a Seveso, la gente ti evitava o ti mandava via».

I suoi genitori sono anziani e vivono in un altro paese del Veneto, ma lei li vede spesso.

«Mi dispiace immensamente che abbiano sofferto, io e mia sorella abbiamo creato loro grandi problemi. Se non ci fossimo state, o se l’incidente non fosse mai avvenuto, avrebbero avuto una vita migliore, quella che si meritavano. Erano così giovani».

Si è mai chiesta, in questi anni, ma perché è successo proprio a me?

«Certo, me lo sono domandata spesso. Ma poi ho saputo di tante altre persone che hanno vissuto esperienze o tragedie simili alle mie, e oggi posso dire di essere andata oltre questa domanda. Quello che mi è capitato mi ha aiutato a essere più sensibile verso chi soffre».

Il 10 luglio a Seveso, a ricordare la tragedia, ci sarà anche il presidente della Repubblica. Ma questo cinquantesimo anniversario per Stefania Senno ha un significato particolare?

«Nessuno. Per me l’anniversario di Seveso è tutti i giorni. Di ogni anno».

Sul venerdì del 26 giugno 2026

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