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Una perla egiziana nascosta nella Rete

La copertina dell’album di Abdullah Miniawy Le Cri du Caire (2023) che contiene la canzone Pearls for Orphans 

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La canzone della settimana è “Pearls for Orphans” di Abdullah Miniawy
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Questa è una scoperta affascinante, emozionante. Non sapevo dell’esistenza di Abdullah Miniawy, poeta, compositore e performer egiziano di 32 anni che vive a Parigi, finché uno dei tanti artisti che, come lui, hanno abbandonato il Paese dopo la Rivoluzione del 2011 ha cominciato a parlarmene. Quando ho ascoltato Pearls for Orphans – un progetto di tre anni fa (battezzato Le Cri du Caire) realizzato da Miniawy col sassofonista e clarinettista inglese Peter Corser, il trombettista svizzero Erik Truffaz e il violoncellista tedesco Karsten Hochapfel – sono rimasto fulminato e sconcertato: quanta musica di questa qualità si trova intrappolata nella Rete, confinata a livello regionale oppure divulgata solo dai festival più audaci; quanti talenti, liquidati come artisti di culto, postano proposte geniali che rischiano di rimanere disattese?

La Rete è un’opportunità e una trappola: ti tende una mano e poi ti scaraventa in un magazzino di stoccaggio senza avviso di scadenza. «E gli editor…

Questa è una scoperta affascinante, emozionante. Non sapevo dell’esistenza di Abdullah Miniawy, poeta, compositore e performer egiziano di 32 anni che vive a Parigi, finché uno dei tanti artisti che, come lui, hanno abbandonato il Paese dopo la Rivoluzione del 2011 ha cominciato a parlarmene. Quando ho ascoltato Pearls for Orphans – un progetto di tre anni fa (battezzato Le Cri du Caire) realizzato da Miniawy col sassofonista e clarinettista inglese Peter Corser, il trombettista svizzero Erik Truffaz e il violoncellista tedesco Karsten Hochapfel – sono rimasto fulminato e sconcertato: quanta musica di questa qualità si trova intrappolata nella Rete, confinata a livello regionale oppure divulgata solo dai festival più audaci; quanti talenti, liquidati come artisti di culto, postano proposte geniali che rischiano di rimanere disattese?

La Rete è un’opportunità e una trappola: ti tende una mano e poi ti scaraventa in un magazzino di stoccaggio senza avviso di scadenza. «E gli editori musicali sono anche peggio», dice Miniawy in una lunga intervista sul sito struma+iodine.com. In Pearls for Orphans c’è tanto e di più: progressive jazz che ricorda il John Surman migliore, la drammaturgia dei più grandi artisti d’Egitto (da Mohammed Abdel Wahab a Umm Kulthum), il mistico abbandono dei cantori sufi (e qui il paragone col tunisino Dhafer Yousef, voce eccezionale e virtuoso dell’oud, già ospite di questa rubrica, è inevitabile), il minimalismo romantico di John Adams e l’ambient di Max Richter.

Miniawy partecipava ai sit-in di Piazza Tahrir quando non era ancora maggiorenne; poi, come artista, non si è sentito sicuro. Sapeva che la vita da esule non sarebbe stata facile, ma è espatriato con una missione, e lavora sodo. Carismatico e versatile,crea a getto continuo, senza freni, senza frontiere, incontrollabile. Il grido di dolore di Pearls for Orphans è lancinante: smarrimento, malinconia, nostalgia –il prezzo della libertà. L’ultima uscita di Miniawy,ben più ardita e provocatoria pur se meno ammaliante, s’intitola Dying is the Internet. A buon intenditor…

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