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Tutte le volte che il Colle ha concesso la grazia

Mario Roggero, il 28 aprile 2021 reagì a una rapina sparando e uccidendo due malviventi in fuga. Condannato a 14 anni: la destra reclama a gran voce la grazia (Nicola Marfisi/Agf) 

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Agenti della Cia, ex terroristi, donne colpevoli di aver abortito clandestinamente, igieniste dentali... Mentre tiene banco il caso Roggero, ecco quando e perché i presidenti della Repubblica hanno deciso di cancellare la condanna
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I picchetti per Mario Roggero, voluti con forza dalle destre, rimangono deserti. Poche decine di persone ai gazebo, solo qualche curioso che si ferma ai banchetti per la raccolta firme, un paio di cartelli. Il gioielliere di Grinzane Cavour – condannato a 14 anni e 9 mesi per aver inseguito e ucciso a colpi di pistola due rapinatori in fuga – non riempie le strade. Ma c’è un’altra piazza molto più affollata, quella online, nella quale si accendono focolai di odio contro i giudici e “Siamo tutti Mario” diventa lo slogan di chi, un istante dopo averlo scritto, confonde la legittima difesa con la vendetta. Da lì è partita la richiesta al Quirinale: una grazia come gesto riparativo, in nome delle rapine subite, della paura, dell’esasperazione. Che cosa farà Sergio Mattarella è presto per dirlo, ma una cosa è certa, e i numeri del Colle lo testimoniano: la grazia è merce rara.

I picchetti per Mario Roggero, voluti con forza dalle destre, rimangono deserti. Poche decine di persone ai gazebo, solo qualche curioso che si ferma ai banchetti per la raccolta firme, un paio di cartelli. Il gioielliere di Grinzane Cavour – condannato a 14 anni e 9 mesi per aver inseguito e ucciso a colpi di pistola due rapinatori in fuga – non riempie le strade. Ma c’è un’altra piazza molto più affollata, quella online, nella quale si accendono focolai di odio contro i giudici e “Siamo tutti Mario” diventa lo slogan di chi, un istante dopo averlo scritto, confonde la legittima difesa con la vendetta. Da lì è partita la richiesta al Quirinale: una grazia come gesto riparativo, in nome delle rapine subite, della paura, dell’esasperazione. Che cosa farà Sergio Mattarella è presto per dirlo, ma una cosa è certa, e i numeri del Colle lo testimoniano: la grazia è merce rara.

Nei suoi primi dieci anni di mandato il capo dello Stato ha concesso 71 provvedimenti di clemenza individuale a fronte di 4.230 domande. A cui si aggiungono altri quattro casi nel 2026, tra cui quello legato a Nicole Minetti. Decisioni spesso accompagnate da polemiche: per Sabrina De Sousa, ex agente della Cia coinvolta nel rapimento dell’imam Abu Omar, si è parlato di pressioni degli Stati Uniti; per Alaa Faraj, condannato per la morte di 49 migranti nella stiva di un barcone, la Lega ha denunciato un favore agli scafisti. E pazienza che lui si sia sempre dichiarato una vittima dei trafficanti e che la Corte d’appello di Messina abbia accolto l’istanza di revisione del processo. Per chi trasforma la giustizia in uno slogan, sono dettagli trascurabili.

Secondo i dati del Quirinale, più parco di Mattarella è stato solo Giorgio Napolitano (presidente dal 2006 al 2015), che firmò appena 23 provvedimenti. Tra questi, la pena di Alessandro Sallusti (diffamazione a mezzo stampa), convertita in multa, e la grazia a Ovidio Bompressi per gravissimi motivi umanitari, dopo un’istruttoria avviata già sotto la presidenza Ciampi. Numeri lillipuziani se solo si torna al passato.

Luigi Einaudi, presidente dal 1948 al 1955, firmò 15.578 grazie. Erano soprattutto “poveri cristi” finiti in carcere per contrabbando, ricettazione, piccoli furti o altri reati legati alla miseria del Dopoguerra, ma anche ex partigiani e persone rimaste impigliate nel caos seguito alla Liberazione. Come Alfonso Leone, che dopo una grazia concessa dalla Repubblica di Salò si ritrovò di nuovo in carcere quando tutti gli atti del regime furono dichiarati nulli, finché Einaudi non lo graziò una seconda volta. Oppure Aldo Tacconi e Santi Briganti, accusati ingiustamente di un omicidio e graziati prima ancora dell’avvio del processo di revisione.

Erano altri tempi: la Repubblica nascente cercava di chiudere i conti con la guerra, la dittatura e la povertà.

Santi, madonne e presidenti

II provvedimenti raccontavano l’Italia. Cambiavano i reati, cambiavano le emergenze sociali, cambiava anche il senso della clemenza. Negli anni Cinquanta, Giovanni Gronchi (in carica dal 1955 al 1962) graziò diverse donne finite in carcere per aborto clandestino o contrabbando, ma anche uomini condannati per uxoricidio.

In un’Italia nella quale il delitto d’onore continuava a godere di una tacita indulgenza sociale, un ex impiegato del Tesoro che aveva ucciso a revolverate la moglie infedele, fresco di grazia dichiarava: «Ho un solo desiderio, che mia figlia non venga mai a sapere cosa ho fatto io e cosa faceva sua madre».

A Forcella, invece, si salutava il ritorno a casa di una madre che, come scrissero i giornali, “faceva un figlio all’anno per evitare la prigione”, appendendo il ritratto di Gronchi vicino a quello di santi e madonne.

Accanto a storie di degrado e povertà, gli atti di clemenza finirono spesso per incrociare delitti che avevano riempito le cronache: dalla contessa Pia Bellentani, che nel 1948 uccise il suo ex amante, a Rina Fort, la “belva di San Gregorio”, da Luciano Lutring, il “solista del mitra”, a Sante Pollastri, fuorilegge e anarchico cantato da De Gregori in Il bandito e il campione.

Negli anni successivi arrivarono anche provvedimenti destinati a dividere l’opinione pubblica: dalla grazia allo scrittore Massimo Carlotto per l’omicidio di una ragazza a Padova nel 1976 (si è sempre dichiarato innocente) a quella concessa al bandito sardo Graziano Mesina, pochi anni dopo tornato a delinquere.

Con il tempo, alla clemenza per i reati comuni si aggiunse quella per i reati militari. Il più generoso fu Sandro Pertini (al Colle dal 1978 al 1985): 3.290 provvedimenti, in gran parte per obiettori di coscienza. Poi Francesco Cossiga (155) e Oscar Luigi Scalfaro (37). Tra gli ultimi renitenti alla leva graziati ci fu Alfredo Cospito – un dettaglio che Giorgia Meloni ha rispolverato durante lo sciopero della fame dell’anarchico contro il 41 bis: «È uscito ed è andato a sparare alla gente».

La premier omise di dire che quella grazia, arrivata molti anni prima dei reati per cui oggi è in carcere, riguardava lui come decine di altri renitenti alla leva. Pertini, tanto generoso nei confronti di chi rifiutava di indossare la divisa per motivi ideologici o religiosi, era però durissimo quando fiutava odore di favoritismo. Rifiutò la grazia a Sophia Loren, detenuta per frode fiscale, con una frase rimasta celebre: «Mi risulta che stia bene, in carcere ha bagno e televisione. Le avessi avute io, queste cose, ai tempi della mia prigionia».

Un favoritismo finì comunque per commetterlo, almeno secondo i suoi critici. Dopo avere sempre detto “nessuno sconto ai terroristi”, concesse la grazia a Fiora Pirri Ardizzone, militante della sinistra extraparlamentare arrestata per banda armata e attività eversiva. Gli era stata proposta dal segretario generale del Quirinale Antonio Maccanico, il quale a polemica divampata si assunse lo scomodo ruolo del parafulmine: «È mia responsabilità non avere illustrato con sufficiente precisione al Capo dello Stato tutti gli aspetti del caso».

Licenza d’uccidere

Chi invece decise di voltare pagina fu Francesco Cossiga (in carica dal 1985 al 1992): da presidente della Repubblica voleva concedere la grazia a Renato Curcio, fondatore delle Br, ma dovette arrendersi alle proteste delle vittime del terrorismo, alle polemiche politiche e all’opposizione dell’allora Guardasigilli Claudio Martelli.

Con gli anni Novanta i provvedimenti iniziano a calare. La diminuzione non è casuale: cambia il modo stesso di intendere quel potere. Se in certe stagioni era servito anche come strumento di “politica penitenziaria”, per alleggerire la pressione sulle carceri, l’introduzione di nuovi benefici e misure alternative alla detenzione finisce per restringersi a un gesto eccezionale: gravi motivi di salute, un particolarissimo percorso rieducativo, evidenti situazioni di iniquità della pena o ragioni umanitarie speciali.

C’è un caso, in mezzo a questa lunga storia, che pur nelle profonde differenze richiama il dibattito aperto oggi dal caso Roggero. Siamo negli anni Ottanta. L’Italia è devastata dall’epidemia di eroina. In tante famiglie si vive un inferno di furti domestici, ricatti affettivi, violenze e disperazione. Una maestra sessantenne spara e uccide il figlio tossicodipendente. Condannata a otto anni di carcere, viene poi graziata da Cossiga.

Lietta Tornabuoni, sulla Stampa, mette però in guardia: «A una madre che, in una simile situazione, uccide il figlio, non si può negare comprensione. Ma l’indulgenza, il perdono dell'assassinio, sono un’altra cosa». Quelle parole, scrive, potevano suonare come «una legittimazione, una licenza d’uccidere».

Quarant’anni dopo, la “licenza d’uccidere”, che Tornabuoni paventava come rischio, oggi viene quasi rivendicata e qualcuno la reclama come programma politico. Nell’attesa c’è la grazia, da invocare a furor di popolo.

Sul Venerdì del 7 agosto 2026

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