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Ridley Scott: «Le Dolomiti set perfetto per il mio mondo distopico. In pensione? Non ci andrò mai»

Jacob Elordi e Margaret Qualley in The Dog Stars, ambientato in un mondo post-pandemico con l’umanità decimata 

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Alla vigilia degli 89 anni, il regista torna in sala con il film “The Dog Stars. Le stelle dopo la fine” . Ha iniziato la produzione del prossimo lavoro. E finalmente riceverà il primo Oscar. «Posso ancora realizzare altri sogni: mia madre è morta a 98 anni». Intervista
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«Realizzo film per il pubblico, non per i critici». Queste furono le parole di Ridley Scott tempo fa dopo essere stato ignorato per l’ennesima volta agli Oscar. Dopo quattro nomination in 50 anni di attività – Thelma & Louise, Il gladiatore, Black Hawk Down e Sopravvissuto-The Martian – ora arriva finalmente l’Oscar alla carriera che gli sarà consegnato a novembre, ai prossimi Governors Awards. «It’s about freaking time!». Più o meno: «Era ora, che cavolo!», dice oggi Scott al Venerdì. «Pur apprezzando il riconoscimento, per me il successo commerciale, la longevità culturale e il fatto di garantire un posto di lavoro a centinaia di membri della mia squadra contano molto di più di un trofeo. Ma ovvio che sono contento».

Incontriamo il regista per parlare del nuovo film, The Dog Stars. Le stelle dopo la fine, tratto dal romanzo di Peter Heller, con Jacob Elordi, Margaret Qualley e Josh Brolin, in sala dal 26 agosto. Nove anni dopo che una pandemia di super-influenza ha decimato gran…

«Realizzo film per il pubblico, non per i critici». Queste furono le parole di Ridley Scott tempo fa dopo essere stato ignorato per l’ennesima volta agli Oscar. Dopo quattro nomination in 50 anni di attività – Thelma & Louise, Il gladiatore, Black Hawk Down e Sopravvissuto-The Martian – ora arriva finalmente l’Oscar alla carriera che gli sarà consegnato a novembre, ai prossimi Governors Awards. «It’s about freaking time!». Più o meno: «Era ora, che cavolo!», dice oggi Scott al Venerdì. «Pur apprezzando il riconoscimento, per me il successo commerciale, la longevità culturale e il fatto di garantire un posto di lavoro a centinaia di membri della mia squadra contano molto di più di un trofeo. Ma ovvio che sono contento».

Incontriamo il regista per parlare del nuovo film, The Dog Stars. Le stelle dopo la fine, tratto dal romanzo di Peter Heller, con Jacob Elordi, Margaret Qualley e Josh Brolin, in sala dal 26 agosto. Nove anni dopo che una pandemia di super-influenza ha decimato gran parte dell’umanità, Hig (Elordi) vive con il vecchio cane Jasper in un piccolo aeroporto di campagna a nord di Denver, in Colorado, che condivide con un appassionato di armi di nome Bangley (Brolin), il quale ha atteso l’apocalisse da sempre.

Cosa l’ha convinta a girare questo film?

«È una storia sulla perdita, la solitudine, la bellezza fragile di un mondo sul punto di svanire. Un percorso intimo, avventuroso, un canto d’amore per la natura e la vita quando tutto sembra perduto».

Come si mantiene la tensione narrativa quando la minaccia proviene da sopravvissuti disperati e non da mostri?

«È molto difficile spaventare la gente. Un mondo come quello di The Dog Stars mi fa paura. Quando dico spaventare la gente, non intendo mostri nel buio che spuntano da ogni angolo. Quello è un espediente dozzinale. La paura è psicologica, devi pensarla come un horror, con le persone che scivolano sulla buccia di banana. È fantastico quando si insidia in modo organico, una volta che inizi a sudare un po’ e il battito cardiaco accelera, quella è la chiave. È istintiva, primordiale».

Nella desolazione post-pandemica c’è un messaggio di ottimismo?

«Non avevo letto il libro ma la sceneggiatura era ottima. Per me era una storia distopica ma senza zombie, non volevo usare quel tipo di ripetitività. Per me questa vicenda parla di qualcosa che ha superato il punto di non ritorno, lo stesso che stiamo vivendo oggi per quanto riguarda il riscaldamento globale. Abbiamo vissuto un’esperienza molto pericolosa con il Covid, con crolli finanziari, con così tante discussioni politiche su chi ha ragione e chi ha torto… è scioccante quanto gli esseri umani possano essere stupidi. Ma se si aggiungono altri due o tre elementi catastrofici, perdiamo il controllo e all’improvviso ci si ritrova davanti alla fine del mondo, con la gente che corre a nascondersi per accaparrarsi ciò che può. Può succedere. Penso che la cosa più pericolosa sia che nessuno presta attenzione alla disperazione e alle difficoltà delle persone. Senza voler essere pessimista, spero che non sia troppo tardi».

Perché ha girato il film in Italia?

«Perché mi hanno concesso un ottimo sgravio fiscale. Non ci sono grandi segreti! Il film è stato scritto pensando alle montagne del Colorado o del Canada, ma dopo averci riflettuto… meglio le Dolomiti, visto che il cibo è fantastico e la gente più simpatica. Unica premessa, volevo che il paesaggio fosse davvero credibile. In tutti i miei film, l’ambientazione è un personaggio, perché è il palcoscenico ne quale gli attori interagiscono. Nessuna storia può esistere senza un’ambientazione ben costruita».

Com’è cambiato negli anni il suo processo creativo?

«Il mio lavoro è sempre una scommessa ma in quella scommessa devo essere sicuro di me, altrimenti spreco un sacco di tempo e di denaro. Ma senza rischio non c’è guadagno. Non mi soffermo sui successi o sui fallimenti del passato. Finisco un film e ne inizio subito un altro. Odio la parola pensionamento, suona come una condanna a morte. Disprezzo l’idea di smettere, rimarrò attivo finché sarò in salute».

Uno degli slogan del film è: ciò che si perde può essere ritrovato, i nemici possono diventare alleati…

«Sì, e da situazioni di merda può emergere qualcosa di buono. Altrimenti torneremmo ai dinosauri. Non credo che il mondo rimarrà mai disabitato, ci saranno sempre dei sopravvissuti. Oggi ci sono otto miliardi di persone sulla Terra, non siamo in grado di sostenerle tutte. Il Sudan è in una situazione tragica, ci sono migliaia di senzatetto a Los Angeles, si vive in grave insicurezza alimentare e finanziaria. Guerre, invasioni, bombardamenti. Senza essere tragico mi ricorda la Germania dopo l’apocalisse della Seconda guerra mondiale… dove non c’era più nulla, sembrava fosse caduta una bomba atomica».

Jacob Elordi e Margaret Qualley in The Dog Stars, ambientato in un mondo post-pandemico con l’umanità decimata 

Se potesse parlare con il giovane Ridley, cosa gli direbbe?

«Segui il tuo intuito senza rimpianti. Solo perché pensi che quello che hai fatto sia una cazzata, non significa che lo sarà per sempre. Impara dalle cazzate».

Quali registi hanno influenzato i suoi film?

«Soprattutto Kubrick, ma anche Lean, Kurosawa, Bergman, John Ford e Sam Peckinpah. Tutti artisti, ognuno con il proprio “trucco”: a Stanley interessava l’aspetto artistico; a Bergman non importava nulla dei soldi; Sam Peckinpah amava la violenza, la gente pensa che abbia inventato lo slow motion, ma non è così. È stato Kurosawa a inventarlo con I sette samurai».

E il suo trucco quale è?

«L’uso di una configurazione multicamera, che mi permette di girare film su larga scala a una velocità sorprendente. Ho imparato la velocità dalla pubblicità, dirigere spot è stata la mia scuola di cinema, lì ho imparato a lavorare in fretta. Realizzare un film è come camminare su una corda, in equilibrio tra arte e commercio. Nonostante l’età sono ancora molto ragionevole, riesco sempre a rimanere al di sotto del budget».

È vero che ha iniziato a sognare di diventare regista già da ragazzino?

«Sì, era il mio segreto. Pensavo che sarebbe stato troppo sciocco dirlo ai miei genitori, perché da dove provengo sarebbe stato impensabile. L’industria cinematografica e il teatro erano come l’altra faccia della luna. Non ho mai davvero pensato che fosse una strada percorribile».

Quando si è interessato all’arte?

«L’unico vero talento che ho avuto fin da piccolissimo era quello di saper disegnare. Mi divertivo a dipingere mentre gli altri ragazzi andavano a ballare. I miei genitori hanno sempre pensato che fossi molto strano. Ma sono stato ammesso al Royal College of Art, senza dubbio la migliore scuola d’arte del mondo. Lì ho conosciuto David Hockney, un genio come lo era Matisse. Non potevo competere con lui, ma non me la cavo male».

Disegna ancora?

«Sto scarabocchiando mentre parliamo. Disegno su ogni tipo di supporto, sempre. Quando non lavoro, dipingo tutto il giorno. Miglioro ogni giorno. Girare un film è come dipingere, uso la macchina da presa come fosse un pennello».

Su cosa sta lavorando adesso?

«L’isola del tesoro. Invece il biopic sui Bee Gees per ora deve aspettare. L’isola del tesoro ha un’ottima sceneggiatura di Jack Thorne, stesso autore di Adolescence. Sono messo bene. Ho scelto Hugh Jackman per il ruolo di Long John Silver».

Il 30 novembre compie 89 anni. Cosa vorrebbe fare che non ha fatto?

«Mi piacerebbe molto un musical nello stile di Bob Fosse, che purtroppo non ho mai avuto la fortuna di conoscere. All That Jazz e Cabaret sono i più belli di sempre, anche perché inseriti in contesti storici straordinari. Però, visto che mia madre è morta a 98 anni, è un sogno ancora realizzabile».

Ha una tenuta in Provenza. Cosa rappresenta per lei?

«È il mio rifugio. Ci vado da trent’anni, l’ho comprata quando era una vecchia casa. A poco a poco l’ho trasformata in un gioiello, oggi è un’attività di famiglia, produciamo vino, cosa che ci riesce piuttosto bene».

Fare vino somiglia a dirigere?

«Sì, scegliere il chimico e l’enologo è come fare il casting per un film. Ho un ottimo regista del vino, sono fortunato, crea cose speciali».

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