I peluche e una lapide. Quel che resta oggi di Martina, uccisa a 14 anni a colpi di pietra
dalla nostra inviata Maria Novella De LucaAFRAGOLA (Napoli). Davanti al rudere di campo Moccia tra sterpaglie e immondizia la sua foto non c’è più. Era lì a ricordare che una sera di maggio già calda, già estiva, nei giorni sospesi tra la fine della scuola e l’inizio delle vacanze quando tutto sembra il preludio a tutto, in quelle stanze luride, maleodoranti e diroccate Martina Carbonaro, adolescente di 14 anni, veniva lapidata dal suo fidanzato Alessio Tucci – che di anni ne aveva 19 – e lasciata lì agonizzante sotto un mucchio di rifiuti ed escrementi.
Esattamente un anno dopo il suo femminicidio – Martina moriva il 26 maggio del 2025 ma il corpo sfigurato fu trovato soltanto a distanza di due giorni – mentre un dolente corteo in memoriam attraversava le strade dissestate e polverose di Afragola, hinterland napoletano flagellato da criminalità e povertà, qualcuno ha dato fuoco alla sua gigantografia, appesa proprio lì nel luogo del delitto.
Ora là dove il suo ultimo sorriso illuminava quelle stanze in rovina, tra laterizi e…
AFRAGOLA (Napoli). Davanti al rudere di campo Moccia tra sterpaglie e immondizia la sua foto non c’è più. Era lì a ricordare che una sera di maggio già calda, già estiva, nei giorni sospesi tra la fine della scuola e l’inizio delle vacanze quando tutto sembra il preludio a tutto, in quelle stanze luride, maleodoranti e diroccate Martina Carbonaro, adolescente di 14 anni, veniva lapidata dal suo fidanzato Alessio Tucci – che di anni ne aveva 19 – e lasciata lì agonizzante sotto un mucchio di rifiuti ed escrementi.
Esattamente un anno dopo il suo femminicidio – Martina moriva il 26 maggio del 2025 ma il corpo sfigurato fu trovato soltanto a distanza di due giorni – mentre un dolente corteo in memoriam attraversava le strade dissestate e polverose di Afragola, hinterland napoletano flagellato da criminalità e povertà, qualcuno ha dato fuoco alla sua gigantografia, appesa proprio lì nel luogo del delitto.
Ora là dove il suo ultimo sorriso illuminava quelle stanze in rovina, tra laterizi e vecchi materassi rifugio di coppie senza altri rifugi, resta soltanto una piccola croce di legno tra le stoppie riarse dal sole. Anche la panchina rossa con la targa “Per Martina Carbonaro vittima di violenza, affinché il suo ricordo diventi simbolo di libertà per ogni donna”, è stata vandalizzata, sfregio nello sfregio verso l’atroce morte di una ragazzina uccisa a colpi di pietra allo sbocciare della giovinezza, sepolta in fretta e già dimenticata. Volata altrove insieme alle migliaia di palloncini bianchi lanciati in cielo il giorno del suo funerale, «ma le nostre lacrime per Martina», dicevano le sue compagne di scuola, «saranno infinitamente di più».
Nel deserto
E allora è ad Afragola che bisogna tornare per raccontare una delle più giovani vittime nel cimitero dei femminicidi italiani, morta tra sofferenze atroci eppure già rimossa dalla memoria collettiva. (Prima di Martina l’assassinio di genere aveva colpito soltanto un’altra adolescente: era il 2004 e a Manfredonia una ragazzina fu assassinata a colpi di pietra. Si chiamava Giusy Potenza, a ucciderla un cugino del padre – di 27 anni – con il quale probabilmente aveva una relazione. Dopo la morte di Giusy una catena di lutti ha sconvolto la famiglia Potenza).
Nel deserto di Afragola a piangere e chiedere rabbiosamente giustizia per la loro bambina assassinata sembrano rimasti soltanto la mamma e il papà di Martina, Marcello Carbonaro e Fiorenza Cossentino. Ma a meno di cento passi da via Renato Imbriani, dove ogni giorno seduta nella stanza della figlia Fiorenza abbraccia i tanti peluche che Martina collezionava, odora i vestiti nell’armadio e accarezza una ciocca di capelli custodita in un cassetto, a cento passi c’è un’altra famiglia con la vita sconvolta.
Sono i genitori e le tre sorelle di Alessio Tucci, l’assassino. Quel “bravo ragazzo” (e si dice sempre così, dopo) che abbandonata la scuola ieva a faticà , faceva il muratore per aiutare una famiglia disagiata e difficile, era “fidanzato in casa” con Martina fin da quando lei aveva dodici anni e mezzo, per quanto possa sembrare incongrua la parola fidanzamento in un’età così precoce e acerba. «Un figlio, era un figlio per noi, alla nostra tavola si è seduto, il nostro pane ha mangiato, diceva di volerla sposare e l’ha ammazzata», gridava Fiorenza Cossentino quando Alessio Tucci – crollato davanti ai carabinieri nella notte tra il 27 e il 28 maggio del 2025 – confessa la sua colpa, il delitto efferato, lo strazio a colpi di pietra della ragazzina che giurava di amare mentre confermava ai carabinieri che il casolare dello stadio in disuso era diventato la tomba di Martina.
Occhi lucidi e perlustrazioni
Alessio che per due lunghissimi giorni, accanto ai genitori della sua “fidanzata”, finge di cercarla insieme agli altri, si mostra affranto, piange, prova a depistare, parla di un altro ragazzo con il quale si sarebbe allontanata su uno scooter, attende notizie con Marcello e Fiorenza nel salotto di via Imbriani, lì dove tante volte aveva condiviso i pranzi cucinati da Fiorenza e le partite in tv con il papà di Martina. Eppure le sue mani erano macchiate del sangue della loro figlia. Alessio che mente come un criminale consumato, gli occhi lucidi mentre in auto con i genitori di Martina perlustra frazioni e paesi, oggi è nel carcere di Secondigliano dal quale uscirà forse tra trent’anni, o forse fine pena mai.
Ed è proprio in quella casa che con tanto affetto l’aveva accolto che Alessio – beffa del destino – viene fermato dai carabinieri. Dimenticate i comitati, le manifestazioni oceaniche, le fondazioni, i nomi scanditi nei cortei, Giulia Cecchettin, Ilaria Sula, Sara Campanella, giovanissime vittime della stessa brutale ferocia maschile eppure ancora vive nella memoria della società civile.
Qui dove si va avanti con sussidi e pensioni di invalidità e la dispersione scolastica è insieme a Scampia ai vertici della Campania, terra di camorra del clan Moccia dove nel 2019 le strade furono sconvolte da bombe e attentati, il ricordo di Martina è oggi soltanto una lapide nel cimitero di Afragola bagnata dalle lacrime di Fiorenza e Marcello Carbonaro. Martina, che frequentava il primo anno dell’istituto alberghiero Torrente di Casoria, voleva fare la chef ma anche la carabiniera, magari avrebbe cambiato idea, cosa importa saperlo a 14 anni quando il tempo e le possibilità sembrano infinite?
Appassionata di ginnastica artistica, di neomelodici, di ballo e di selfie su TikTok, spesso abbracciata ad Alessio, spesso abbracciata alla mamma, Martina a 14 anni stava iniziando a vivere. Invece è morta perché aveva detto no a quella relazione soffocante e già pericolosa, ma aveva accettato il fatale ultimo incontro chiarificatore con l’ex, l’incontro in cui le donne muoiono.
Così piccola, era già impigliata in un fidanzamento dove il linguaggio è il “possesso”, pur tra proclami di amore eterno e grandi cuori di peluche. Quando litigano, rivelano le lettere e i messaggi che Martina manda al fidanzato, lui, come molti ragazzi violenti la fa sentire in colpa. E lei si prostra. E scrive: «Non sono brava con le parole, specialmente con te, ma sto cercando di cambiare. So che ti ho deluso, ti ho fatto perdere la fiducia in me, ma cercherò di farti fidare di me giorno dopo giorno anche quando avrai paura e non vorrai ma ci vorrà del tempo e lo so amore mio però io ti prometto che... ti amerò anche quando nessuno dei due lo farà, anche quando saremo arrabbiati confusi e “delusi”, io ti prometto che ti amerò sempre».
Poi però Martina si sente soffocare, non ha più 12 anni ma 14, va alle superiori, guarda il futuro, vuole la libertà, lo lascia, ma Alessio non molla, in quella vita vuota essere il fidanzato di Martina significa avere status di maschio, esistere agli occhi di un mondo fatto di video e selfie. Martina è una “cosa sua” che a tredici, quattordici anni già sperimenta gli schiaffi e il timore verso il fidanzato. Così rivelerà in una delle udienze del processo tuttora aperto davanti alla corte d’assise di Napoli il brigadiere Michele Carusone della stazione di Afragola.
Martina però le sue paure non le confidava alle amiche o alla mamma Fiorenza, bensì, come hanno scoperto i militari dell’Arma analizzando i cellulari (e dunque la scatola nera delle vite dei due giovani) le affidava a ChatGpt. «Come mai ho paura di dare il cellulare al mio ragazzo?» chiedeva all’Ia. E la risposta era in quello schiaffo che poche settimane prima di morire, così confermano i tabulati delle chat, Alessio aveva dato a Martina, così forte da romperle gli occhiali. Ma anche i messaggi sempre più minacciosi che Alessio le invia dopo la rottura: «Il karma esiste, devi morire per amore».
E quando Martina inizia a uscire con un altro ragazzo, minaccia anche lui: «Vado con i miei amici, con i coltelli, ovunque si trovi». Martina è spaventata: «Mi fai paura», scrive.
Una sociologa dove i clan gestiscono tutto
Vie sporche e dissestate, palazzi fatiscenti, alberi radi. Maestosa e vuota la stazione dell’alta velocità disegnata da Zaha Hadid – struttura di acciaio e vetro simile a un ponte sospeso sui binari e a un serpente adagiato nella piana – resta lontana da tutto, cattedrale nel deserto che doveva essere la porta del Sud, ma oltre quel sogno da archistar anche i taxi sono gestiti dai clan.
Lella Palladino, sociologa, nel deserto di cemento dell’hinterland napoletano ha fondato la Cooperativa Eva: saldissima rete di centri antiviolenza che nei beni confiscati alla camorra di Casal di Principe dà lavoro e dignità alle donne che escono dalle case rifugio. Palladino trova sempre il filo della speranza eppure questa volta prevale la desolazione: «Ad Afragola sulla morte di Martina c’è stata una risacca, è sceso l’oblio. Nulla è stato fatto per rimettere in discussione quegli stereotipi che legano ancora la costruzione dell’identità maschile al possesso e al controllo della propria partner, fino alle estreme conseguenze del femminicidio».
Parole che come scrive Palladino nel libro Che sia l’ultima (Donzelli), il cui primo capitolo è dedicato a Martina Carbonaro, riecheggiavano nella straziante e implacabile omelia di don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, ai funerali di Martina nella Basilica di Sant’Antonio di Padova il 4 giugno del 2025. Parole troppo importanti per non essere citate. «Martina è morta per mano di un ragazzo che non ha saputo reggere un rifiuto, un limite, una libertà, togliendo il futuro non solo a Martina ma anche a se stesso. Martina è morta per un’idea malata dell’amore… E permettetemi di dire la mia preoccupazione soprattutto per i maschi che non sanno gestire la rabbia, che pensano che amare significhi possedere. Che se vengono lasciati si sentono umiliati e trasformano il dolore in un odio che uccide. È femminicidio. Chiamiamolo con il suo nome. Non è raptus, non è gelosia. È cultura, struttura, sistema. È il frutto amaro di un linguaggio che normalizza la violenza. Di un silenzio colpevole».
Canzoni pericolose
È quel silenzio che sentiamo tra le strade di Afragola, tra i coetanei di Alessio Tucci, nel gruppetto del bar che dice «no, le donne non si toccano», condannano il gesto dell’amico ma poi aggiungono che è stata colpa «della gelosia che ll’aveva fatto ascì pazz». Il non detto è agghiacciante. «Tra le giovani generazioni assistiamo a un ritorno indietro, basti pensare al fenomeno musicale napoletano del Malessere, che celebra in milioni di video su TikTok il maschio possessivo, dominante, anche violento, quello che ti straccia il vestito se è troppo corto ma poi ti riempie di regali, quello che fa il duro perché deve controllarti. E la cosa più grave – dice amara Lella Palladino – è che la canzone è stata scritta da una donna». Cioè Fabiana Ruggero, in arte Fabiana, che dal 2023 sbanca gli ascolti cantando: “Me piace ‘o malessere/ ‘o tipo ca si esco che cumpagne dopp’ po’ fa arruvutà…che fa ‘o ‘geluso pure annanze a gente”. La traduzione è semplice: il male-essere con la sua gelosia e le sue scenate mostra così il suo amore per lei.
Fiorenza Cossentino apre la porta di casa con in braccio l’ultimo arrivato dei suoi tre cani, un piccolo bulldog francese che culla come fosse un neonato. Entrare in questo salotto curato e colorato, «qui ha fatto tutto mio marito con le sue mani», con la porta aperta sulla stanza di Martina, la cascata di peluche sul suo letto di ragazza, la scrivania come l’ha lasciata nell’ultimo giorno di vita, trucchi e rossetto compresi, è compiere un viaggio nell’indicibile. Fiorenza ha 48 anni, un figlio di 27 di un precedente matrimonio, è una donna semplice con la vita andata in mille pezzi, gli occhi senza orizzonte di tanti madri e padri di vittime di femminicidio.
«Io non ci credo che Martina mia è morta, guarda questi video su TikTok eravamo come sorelle, a volte penso che mia figlia è andata a fare un viaggio, uno stage da qualche parte. Voleva entrare nell’Arma sai, come mio padre che era maresciallo. Pochi giorni prima che quell’animale me la uccidesse aveva preso sette, me l’ha detto la sua professoressa, a scuola hanno messo una targa per ricordarla».
Poi la voce si fa pesante, roca come alla prima udienza del processo – era il 19 maggio 2026 – quando tra le due famiglie sono volate parole feroci, irripetibili, addirittura minacce di morte. «È entrato da figlio nella nostra vita, è uscito da mostro», mormora Fiorenza.
(Ci ha provato Giusy, una delle sorelle di Alessio, a far tornare un po’ di quiete, in questo fiume di rabbia e dolore, con una lettera aperta: «Siamo gente normale a cui è successa questa grande tragedia. Non lo auguro a nessuno, nemmeno al peggior nemico. Alla signora Enza e al signor Marcello: basta farci la guerra e sapete bene quanto amavamo Martina. Era tutti i giorni con noi, ridevamo, giocavamo, come potete pensare che a noi non faccia male tutto questo? Il vostro dolore è anche nostro che ci crediate o no. Spero che un giorno voi possiate accettare le nostre scuse».
Fiorenza fuma una sigaretta dopo l’altra. «Bugie, dicono soltanto bugie» (ma per la mamma e papà di Martina - con decisione inedita - il gip avrebbe disposto il braccialetto elettronico e il divieto di avvicinamento alla famiglia Tucci. Misura impugnata dal loro legale Sergio Pisani).
Fiorenza si alza, si siede, accarezza i suoi cani. Marcello, operaio edile a giornata è al cantiere, arrivare a sera è dura, i soldi non bastano. «Quando c’era Martina ogni sacrificio sembrava leggero, a mia figlia non doveva mancare niente, lei sembrava sempre una principessa, si alzava anche alle sei di mattina per truccarsi». Su una vetrina-comò in una scatola azzurra ci sono le ceneri di Tyson, il cane di Martina. «Tyson ci ha lasciati il giorno in cui è iniziato il processo. Da quando mia figlia non c’è più T. passava la giornata buttato ai piedi al suo letto, nemmeno abbaiava. Ho provato a curarlo ma non c’è stato nulla da fare. Tyson ci riportava a Martina, è stato un nuovo dolore. Nessuno mi toglie dalla testa che abbia voluto raggiungerla in cielo».
Anatomia di un femminicidio. Ci sono delle sequenze di questo delitto che Fiorenza continua a far scorrere nella sua testa. Da quando nel pomeriggio del 26 maggio 2025 Martina esce per incontrarsi con un’amica, percorre un breve tratto di strada da via Imbriani a Corso Garibaldi, si ferma in una yogurteria dove Silvio Catalano, il titolare, ancora non si dà pace: «Come posso pensare di essere stato l’ultimo a vederla viva? Povera ragazza mia».
Invece è proprio lì, davanti all’insegna di Yogorino, che quei gesti quotidiani diventano gli “ultimi” gesti, di una storia già scritta con quell’ex che ha già deciso di ucciderla.
Il racconto delle telecamere
Ripreso da alcune telecamere si vede Alessio Tucci che la segue, lei lo ignora e lui si mette le mani sul volto. Martina, allora, torna indietro e si siede accanto a lui. E riprendono a camminare insieme. Ed è in quel maledetto momento che lei diventa una dead girl walking. Sono le 21:07 del 26 giugno 2025, il cellulare di Martina viene agganciato dalle celle di zona per l’ultima volta. Poi il nulla. Martina è già morta, colpita più volte con una grossa pietra, i carabinieri troveranno il suo corpo vedendo spuntare una mano sotto un cumulo di lamiere.
Alessio viene di nuovo ripreso da altre telecamere mentre lascia il rudere e goffamente tenta di coprire la sua felpa sporca di sangue. Fiorenza si prende la testa tra le mani: «Mio marito aveva capito tutto. Mentre cercavamo Martina, Marcello chiamò Alessio. Non è che hai fatto qualcosa di male a Martina? E lui rispose: “Ci siamo visti, ma poi ognuno è andato per la sua strada. Io sono salito a casa a farmi la doccia che mamma aveva già messo il piatto in tavola”. La doccia, avrebbe dovuto farci capire tutto. Doveva fa sparire il sangue di nostra figlia che aveva addosso».
Fiorenza stringe un peluche a forma di cuore. «Oggi vivo soltanto per avere giustizia». Per Martina, 14 anni, che voleva essere una chef, una carabiniera o chissà e dorme invece sotto una lapide, dove i fiori freschi non mancano mai.
Sul Venerdì del 21 agosto 2026