Il futuro grigio del Mekong. Perché in Vietnam nessuno vuole più vivere vicino al grande fiume
di Fabio LovatiCAN THAO (VIETNAM). Per raggiungere gli scafi bisogna attraversare strette passerelle di legno, sospese tra la riva e i ripidi argini del fiume. Meglio avanzare lentamente, un passo dietro l’altro, cercando di non perdere l’equilibrio. Una volta a bordo, è buona usanza togliersi le scarpe: un gesto di cortesia quando si entra in casa altrui e, in questi casi, anche una misura di sicurezza: a piedi nudi ci si sente più stabili sulle assi ruvide del ponte, che scarroccia al ritmo irregolare della corrente.Entrare in una casa-barca lungo il Delta del Mekong, in Vietnam, è un’esperienza unica, ogni volta diversa, come la storia di chi la abita: alcuni scafi sono piccoli, altri più grandi; alcuni ben tenuti, altri segnati dal tempo. Tutti però condividono lo stesso dettaglio: due grandi occhi dipinti sulla prua , pensati per spaventare gli spiriti delle acque del Mekong e garantire una navigazione sicura.
Casa che galleggia
«La barca era di mio padre. Lui faceva questo lavoro quando ero ba…
CAN THAO (VIETNAM). Per raggiungere gli scafi bisogna attraversare strette passerelle di legno, sospese tra la riva e i ripidi argini del fiume. Meglio avanzare lentamente, un passo dietro l’altro, cercando di non perdere l’equilibrio. Una volta a bordo, è buona usanza togliersi le scarpe: un gesto di cortesia quando si entra in casa altrui e, in questi casi, anche una misura di sicurezza: a piedi nudi ci si sente più stabili sulle assi ruvide del ponte, che scarroccia al ritmo irregolare della corrente.Entrare in una casa-barca lungo il Delta del Mekong, in Vietnam, è un’esperienza unica, ogni volta diversa, come la storia di chi la abita: alcuni scafi sono piccoli, altri più grandi; alcuni ben tenuti, altri segnati dal tempo. Tutti però condividono lo stesso dettaglio: due grandi occhi dipinti sulla prua , pensati per spaventare gli spiriti delle acque del Mekong e garantire una navigazione sicura.
Casa che galleggia
«La barca era di mio padre. Lui faceva questo lavoro quando ero bambino. Ora è anziano e ha deciso di trasferirsi in città, così continuo io: è una tradizione che ci tramandiamo di generazione in generazione», racconta Trung, giovane traghettatore di merci sui canali del Mekong, tra Vietnam e Cambogia , lungo vie fluviali ancora oggi tra le più navigate e strategiche per il commercio tra i due Paesi.Mi invita a salire a bordo della barca dove vive con la moglie, Mai Anh, e la figlia appena nata, Ha Linh, che in vietnamita significa anima del fiume. Mai nome poteva essere più appropriato per una bambina venuta al mondo qui, in una piccola cabina dotata solo di un materasso per dormire e qualche fornello per cucinare. L’abitacolo è piccolo, perché gran parte dello spazio va riservato alla stiva, che deve contenere quanta più merce possibile: è da quel volume che dipende il guadagno di ogni viaggio. Un’accortezza che, tuttavia, negli ultimi anni non basta più: «Prima si guadagnava bene», confessa Trung mentre fa manutenzione allo scafo. «Ma più passa il tempo più i conti tornano meno, perché sempre meno persone fanno ricorso alle vie fluviali per consegnare le merci».
Dagli inizi del 2020 il Vietnam ha avviato investimenti in nuove infrastrutture sulla terraferma , così da facilitare i collegamenti tra località che, un tempo, erano raggiungibili quasi solo via acqua. «Negli anni le strade sono migliorate, i ponti hanno unito sponde che un tempo si raggiungevano solo in barca, e i camion oggi fanno in poche ore quello che a noi richiede giorni», spiega Trung. «Anche se il trasporto fluviale resta meno caro, la merce rischia più spesso di arrivare in ritardo». A incidere sono anche i volumi d’acqua sempre più scarsi, che rendono alcuni canali non sempre navigabili, e le piogge intense, sempre più frequenti pure fuori dalla stagione dei monsoni, che possono danneggiare la merce. «A volte siamo costretti a restare attraccati per una o due settimane, senza sapere quando potremo ripartire», racconta. «Se continua così, non so se riuscirò a garantire un futuro a mia figlia con questo lavoro. Potremmo essere costretti a trasferirci in città».
Le altre rotte
Quella che Trung immagina per sé è una rotta che molti hanno già imboccato. Secondo la Banca Mondiale , negli ultimi dieci anni quasi 1,7 milioni di persone hanno lasciato le aree fluviali intorno al Delta del Mekong, spinte da condizioni di vita e di lavoro sempre più insostenibili. A pesare sono l’espansione delle infrastrutture a monte del fiume, la crescita del commercio sulla terraferma e gli effetti dei cambiamenti climatici, che stanno erodendo un habitat che per secoli ha garantito una florida economia lungo le sponde del Mekong.«Ormai non si vede quasi più nessuno venire a comprare al mercato . D’altronde chi glielo fa fare, da quando hanno aperto così tanti centri commerciali in città?», racconta Naree, una delle poche anziane negozianti ancora presenti al mercato galleggiante di Cai Rang , vicino a Can Tho. Per decenni ha venduto frutta e prodotti artigianali in terracotta, realizzati con la rinomata argilla rossa vietnamita. Ogni mattina arriva prima dell’alba, fedele a una routine che l’ha accompagnata per una vita intera: sistema con cura la merce sulla prua, aspetta i clienti e intanto osserva il fiume riflettersi nella luce del sole che sorge. Ma gli affari non vanno più come un tempo. «Ormai solo in alta stagione si guadagna abbastanza, e non si lavora più con la gente del posto, ma con i turisti. Arrivano, fotografano e ripartono», spiega. Poi distoglie lo sguardo, come se persa nei ricordi: «Negli anni Novanta il mercato galleggiante di Cai Rang era il più grande di tutto il Delta. C’erano più del doppio delle barche che si vedono oggi. Chi ha potuto, ha cambiato vita».Anche Naree confessa di immaginare una vita diversa, nonostante, per chi ha costruito un’intera esistenza sull’acqua, cambiare non è semplice. «Affittare un banco al mercato costa cinque milioni di dong al mese. Bisogna poi comprare un furgone, avviare un’attività, pagare una casa», spiega e prosegue con un sorriso forzato: «Io non ho né i soldi né la forza per farlo, ma la mia nipotina sicuro li avrà». Indica una bimba accovacciata nello scafo della barca. «Per lei spero in un futuro diverso, magari in un’azienda. Non vorrei saperla costretta a continuare questa vita: oggi richiede troppi sacrifici».
Uno spazio di mondo
«Da bambino ho sempre pensato che sarei diventato un pescatore. D’altronde è quello che ho sempre fatto, e anche bene, modestamente», racconta Văn Hải di un villaggio vicino a Can Tho. Lo incontro lungo le rive del fiume, alle luci del tramonto, assorto mentre intreccia una rete da pesca con la naturalezza e la pace di chi, in quel gesto, ha trovato il proprio spazio di mondo. Per lui la pesca è sempre stata una passione prima ancora che un mestiere, ma oggi difficilmente può ancora garantirgli da vivere. «Quando ero bambino, bastava uscire poche ore per tornare con il pescato. Oggi posso restare fuori tutto il giorno e rientrare con poco. Così, a malincuore, ho scelto un altro lavoro, lasciando la pesca come una passione».Come Văn Hai, molti giovani si stanno allontanando dai lavori tradizionali lungo il Delta del Mekong per l’incertezza economica che portano con sé. Anche la pesca, per generazioni fonte di sussistenza per milioni di famiglie, è diventata un’attività sempre più incerta e meno remunerativa. Uno studio del Wwf stima che circa un quinto delle specie ittiche del bacino del Mekong sia oggi a rischio estinzione, sotto l’effetto combinato di dighe idroelettriche a monte del Delta, salinizzazione delle acque, ed estrazione di sabbia sempre più intensa , che altera il letto del fiume e il suo ecosistema. È proprio questa attività che permette a Văn Hai di guadagnarsi da vivere. «La pesca non mi garantisce abbastanza», racconta. «Questo lavoro porta soldi, e mi lascia il tempo per dedicarmi a ciò che amo».Accanto all’attracco delle navi da dragaggio dove lavora, Văn Hai custodisce ancora la sua piccola barca. «Ogni mattina vengo qui per dare da mangiare ai pesci», mi racconta. «Cerco di convincerli a restare, ma più passa il tempo più sembrano volersene andare. Devo farmene una ragione. D’altronde la vita cambia rapidamente. L’acqua passa una volta sola, e quella di oggi non sarà più quella di ieri».
Sul Venerdì del 28 agosto 2026